Emigranti

 

Sono un italiano all’estero, quando mi chiedono per quanto tempo resterai qui rispondo sempre: nn lo so (la piú facile risposta), fin quando faccio cose positive, ma comunque voglio mantenere legami, anche lavorativi, con l’Italia. Per tutti gli italiani all’estero che forse leggono questo blog, vorrei inoltrare questa pagina di eurocultura.it:

 “Da qualche tempo constatiamo che la nostra consulenza viene richiesta sempre di più da persone che non vogliono fare semplicemente un’esperienza a tempo limitato all’estero. No, vogliono lasciare l’Italia per sempre. Vedono il proprio futuro lontano dalla patria, lasciandosi alle spalle situazioni del tipo: “sono stufo di essere preso in giro”, “non sopporto più questi stipendi da fame e questa precarietà”.
Raramente qualcuno si fa avanti con idee positive da realizzare fuori dall’Italia. La cosa più importante sembra la spinta a scappare via da una situazione insoddisfacente. L’emigrazione viene spesso vista come il gesto magico col quale si raggiunge tutto quello che a casa non c’è: stipendi buoni, stima del proprio lavoro, ambiente pulito, traffico ordinato. 

Muoversi, però, spinti da motivazioni “negative” è rischioso. La delusione è dietro l’angolo. 

Appena mettiamo il naso fuori dai 15 paesi dell’Unioni Europea, incontriamo i vari “Bossi-Fini” stranieri. Ogni paese ha le sue misure di “autodifesa” per ostacolare l’arrivo degli stranieri. Il numero chiuso c’è dappertutto, anche nei nuovi 10 paesi dell’Unione, che per qualche anno ancora richiederanno un contratto di lavoro già firmato prima di alzare la sbarra di confine, come tra altro facciamo anche noi con loro. (hey amici di eurocultura, questo é superato, per tutti i nuovi membri UE, dal decreto Amato di fine luglio 2006, nn leggete il mio blog)

I quattro paesi del “dream team”, cioè Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, attuano una rigida selezione basata su qualifica, esperienza lavorativa, età, lingua ed altro.
Sono veramente pochi i fortunati in grado di dimostrare di possedere tutti questi requisiti e possono, perciò, costruirsi una nuova vita oltreoceano. 

Mete spesso richieste sono anche l’America Latina e i Caraibi, i quali, però, non hanno bisogno di lavoratori stranieri se non portano soldi da investire. È vero che in questi paesi ci sono parecchi italiani ma spesso con un visto turistico e di conseguenza illegale se lavorano. Rischiano di perdere lavoro, casa, famiglia e futuro se qualcosa va storto. 

Ma l’inserimento nella vita sociale locale rimane sempre difficile per chi è straniero, in caso di crisi sono i primi a perdere il lavoro, la banca è restia a dare un credito o un mutuo. Addirittura l’assicurazione della macchina può costare di più perché il proprietario è straniero. 

Tutte cose superabili, come hanno dimostrato in passato migliaia di italiani. Ma, senza avere una forte motivazione positiva per emigrare, si rischia di naufragare negli infiniti meandri sulla strada dell’integrazione e di tornare a casa disillusi, incassando una sconfitta bruciante. 

Emigrare significa oggi avere un progetto chiaro da realizzare. Può essere la vita in mezzo alla natura, può essere l’utilizzo delle proprie capacità, può essere la costruzione di qualcosa che a casa è impossibile, può essere l’affinità culturale. 
Solo così, guardandosi allo specchio, si trova conferma dell’idea di una vita nuova: “Faccio bene ad andarmene”.

 

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