Bloody moon

Da expat italiano all’estero e la prima domanda che mi facevan  due anni fa era: Quando torni in Italia?” Ora invece mi chiedono: “Quanto resti?”

La seconda domanda è invece invariabilmente “Come va con l’ungherese?”.

intendendo la lingua, l’ungherese, tra le più difficili al mondo, uno dei capisaldi dell’Ungheria e del suo rapporto con l’estero e, dunque, di questo blog. Di solito ora rispondo che aiuto qualcuno con l’italiano, anche quelli alle prime armi, e non voglio dimostrare di esser da meno, con l’ungherese. Per cui se spiegando il passato devo dire che il verbo dissuadere è irregolare (dissuaso e non dissuaduto) devo almeno saper dire dissuadere in ungherese. Lebeszelni.

Purtroppo dissuadere qualcuno nella vita, per di più in ungherese, è molto difficile.  E purtroppo non basta saper dissuadere. Prendiamo il Vittula, il mio pub preferito, dove ora che è arrivato il caldo han messo sabbia bagnata a terra, secchielli, palette, salvagenti e braccioli ed è fantastico andare in un pub sotto il livello stradale, prendersi una birra e uscirsene con le scarpe piene di sabbia.  Se ne volessi parlare, come si dirà mai sabbia, secchiello e paletta,BRACCIOLI, in quesa lingua centroeuropea??

Oggi è pentecoste, qui molto importante perchè si fa festa domenica i lunedì, rossi sul calendario, ed è uno spettacolare ponte di fine maggio.  A pentecoste scese lo spirito santo e permettetemi (permettere, irregolare, = megengedelni) di invocare lo Spirito Santo anche per me, perchè come ho appreso oggi:”4Ed essi furon tutti pieni dello Spirito Santo e cominciarono a parlare inaltre lingue come loSpirito Santo dava loro il potere di esprimersi. 6Veduto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perchè ciascuno li sentiva parlare la propria lingua.”(Atti degli Apostoli 2,1-11)

Vorrei davvero sbigottirli, ma il compito dello Spirito Santo deve essere davvero arduo, in Ungheria come altrove, dato che lo spirito scese (irregolare, lemenni) “all’improvviso dal cielo un rombo, come un vento che si abbatte gagliardo ed apparvero loro come lingue di fuoco..”  e qualche secolo prima dal Libro del profeta Gioele 3,1.4: Cosi’dice il Signore: 1io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo.4Il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del signore, grande e terribile.” (quanto mi piace come scrive..) ed ora capisco perchè il libro più tradotto al mondo è la Bibbia.

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Passionately proud

<<La storia dei francesi è come un dramma dove ci sono più spettatori che attori. Gli ungheresi invece credono che il palcoscenico sia deserto e discutono di antiche recite coronate di gloria nella hall del teatro. Per questo il popolo ungherese sembra il più presuntuoso da vicino. Da lontano non si vede>> (P. Esterhazi: “Harmonia Coelis”) 

 

E’ una bella giornata e mi ritrovo a leggere un buon libro all’isola Margherita sulle panchine proprio sotto il ponte. Da qui se alzo lo sguardo sembra di essere nella locandina di “Manhattan” di Woody Allen. Qui ci sono anche i colori e Buda oltre il ponte.

Il buon libro è “Down and out in Paris and London” di George Orwell, sulle sue esperienze da expat. a Parigi (sono a metà libro ed a Londra ci deve ancora arrivare). e io qui sono un expat. e tale mi definisco. Orwell non dice cosa lo ha spinto a Parigi, campa di lezioni private  e degli articoli che riusciva a piazzare ogni tanto.* Arriva anche a digiunare. Infine fa comunella con un cameriere russo e diventa lavapiatti.

Io del digiuno non posso parlarvi, oh lettori, e non me ne dispiaccio, ma potrei descrivervi il valore nutritivo dei legumi al confronto della carne e il tempo di cottura dela pasta “Domani” (della Repubblica Ceca) e degli  spaghetti “Sole d’oro” (di Pordenone) in vendita nei migliori negozi a 85 fiorini rispetto alla Barilla (250 fiorini) o al suo sostituto naturale pasta Colavita (170 fiorini).

Un giorno vi parlerò poi a lungo delle mie riflessioni su questi libri di di expat. che leggo e apprezzo, giuro che lo farò, come dice una famosa canzone. Per adesso mi limito a dire che la cosa che più mi sorprende è come i locali, gli indigeni, non ci son mai, se non sul luogo di lavoro. I locali sono solo sullo sfondo, come i palazzi e le piazze famose dove i personaggi si muovono. Non ci sono francesi in “Tropico del cancro” (H. Miller), nè americani  in “Ombre in paradiso” (E.M. Remarque), ma altri expat. Perchè son loro i tuoi fratelli.

Ci sono solo expat anche in Orwell e Orwell li racconta, loro, questa pazza umanità  che popola anche il mio blog e ne ha per tutti: russi pazzi e passionali, che dicono barzellette cattive sugli ebrei; serbi che lavorono duro mezza giornata, poi si fan cacciare, perchè tanto dopo le 12 se sei licenziato ti devono rendere l’intera paga di un giorno e lavori di meno; e ci sono anche italiani e ungheresi, anzi Magyar, come li chiama Orwell.

Gli italiani gestiscono la caffetteria dove lavora, lo insultano tutto il tempo durante il lavoro, poi appena usciti sono amiconi.

Ma veniamo ai magiari. Se il primo Magyar suo collega è liquidato in una sola frase cattiva, che scriverò qui in caratteri piccolissimi e al contrario (decneirepxenu saw I dna, diputs yrev saw raygaM ehT), è quando arrivo alla descrizione del secondo Magyar, che sorrido, e mi allontano soddisfatto, pensando che in fondo anche il grande George Orwell ha condiviso con me un pensiero su questo popolo  Dunque il secondo Magyar, ha gli occhiali, è un ex studente di medicina, che ha lasciato gli studi perchè non riusciva a pagarsi più il tirocinio. Parla molto, non ha voglia di lavorare e litiga con i clienti. “and he was also, like most Magyars, passionately proud. Proud and lazy men do not make good waiters”

 

*mi ricorda qualcuno che conosco bene

FA la cosa giusta

Per le civiltà degli indiani (d’America) la filosofia di vita consisteva nel sedersi accanto a un albero e osservare il cielo. “(Radio 2, alle ‘8 della sera, puntata dell’Agosto 2006, forse)

 

Ho imparato i nomi degli alberi (albero=fa) in ungherese con le strade del mio amato VII distretto. Akacfa è l’albero dell’acacia. Ad Akacfa utca c’è la sede centrale della BKV, l’ATAC di Budapest e se ti becchi una multa vai in via dell’acacia a pagarla.

Due o tre parallele più in giù ci sono la via del Grande Noce e la via del Piccolo Noce, Nagydiofa e Kisdiofa, dove un tempo c’era il  Terzo cerchio (quello dei golosi), noto ristorante di cucina toscana a Budapest, dove ancora trovi angoli intatti della Pest che scompare pian piano.

Ho conosciuto anche un francese che gestisce un pub, sempre nel VII distretto, evidentemente un tempo molto alberato, ad Harsfa utca. Ma sul mio vocabolarietto harsfa non c‘era. E allora ho dovuto prendere i grossi tomi verdi dello Zingarelli magiaro ed ora so come si dice tiglio in ungherese.

C’è poi che a casa di amici mi capita stasera di afferrare una bottiglia di liquore, di palinka (grappa) e di leggere eperfa. Ora eper vuol dire fragola, ma che esiste un albero delle fragole? A gesti capisco che è il gelso. [un albero molto grande che fa le more, possono essere bianche o nere le more. Non sono proprio more, ma più dolci.] E questo spiega ancora un po’ di più Budapest, o lettori. Perché il gelso è uno dei simboli del medioriente, compare nelle poesie arabe ed iraniane, ma qualcuno l’ha portato pure fino a Budapest un giorno. E qui ha attecchito.

E con la mente vado alla gran mangiata di gelsi, l’anno scorso, colti direttamente dai grandi rami stracarichi dei gelsi del nuovo cimitero ebraico di Budapest, mentre una ragazza italiana mi guardava mangiarli scandalizzata. Il cimitero è quello nuovo, non quello (più famoso) della Grande Sinagoga, del VII distretto. E’che all’inizio del novecento quando tutta la città si espandeva, anche il cimitero ebraico nn ce la faceva più e si ottenne l’autorizzazione ad aprirne uno giusto dopo il nuovo grande cimitero comunale di Kobanya.

Ma mi accorgo che la palinka è ‘solo invecchiata’ in botti di legno di gelso e mi consigliano allora un altro liquore di colore rosso intenso, fatto con le ciganymeggye. Ora tradotto alla lettera meggye son le amarene e cigany gli zingari, ma le amarene zingare che diavolaccio sono? Mi dicono sono frutti come le amarene, ma più piccoli, neri e selvatici (vad).

Ovvero Piccoli, Neri e Selvatici* come gli zingari, i Rom, scuri di pelle, bassi e tracagnotti, estroversi e caciaroni, da 500 anni tra i magiari eppure sempre ai margini della società.Gli zingari, i paria, i reietti della società ungherese. Come le comunità di immigrati nel capolavoro di Spike Lee, (nonché mio film preferito): FA la cosa giusta”

 

Ci sono un italiano, un georgiano, un indiano e un neozelandese

Son tornato a Budapest, dalle mie vacanze pasquali un mercoledì mattina, dò  uno sguardo al chiosco dei giornali di Népliget e leggo che il giorno prima Manchester – Roma, ritorno dei quarti di Coppa dei Campioni, è finita 7 -1, uristem che disdetta.

Allora alle semifinali mi tocca tifare Milan, perchè il calcio italiano, dopotutto, da qui, deve essere difeso. E decido che mi vedrò le partite al Beckett’s, almeno ci sarà del sugo a vedersi e partite con i British, e poi chissà, è un pub irlandese, chissà per chi stanno….

Difatti per Chelsea – Lverpool, i più sono per il Liverpool. orgoglio celtico. E per Milan – Manchester, mentre a San Siro piove che Dio la manda, davanti a me ci sta uno dai capelli scuri e una improbabile camicia rossa sotto un maglione blu che tifa Milan, agitando le braccia. Sarà italiano, penso, ma quando al cambio di campo mi avvicino, il fiu mi dice”Nem” dunque non è italiano. “E sei ungherese?” replico allora. “No, georgiano”. Uh.  E mi presenta Misha, il suo amico anche lui georgiano e dai capelli neri come il carbone e un po’ mossi, che lo farei di Altamura, se fossimo in Italia.

Budapest è cosmopolita; mi capita di vedere la partita con 2 georgiani, che studiano qui scienze politiche, con negli occhi  la stessa luce di noi italiani del sud. In più dividiamo il tavolino con una coppia di cinquantenni irlandesi, lui ha un elegante maglione colorato, occhiali di osso e wisky tridistallato elotte.

Apprendo che il georgiano è una lingua indoeuropea e che la Georgia occidentale ha i cognomi che finiscono in dze come Shevarnadze, l’ex capo di stato ed ex ministro degli esteri di Gorbaciov e il difensore del Milan Kaka Kaladze. Mi astengo prudentemente dal dire che anche il sig. Stalin era Georgiano (all’anagrafe: Ioseb Besarionis Dze Jughashvili, Stalin vuol dire uomo d’acciaio, Iron Man, mica male il soprannome di Baffone), dato che per quel che ne so, con questi 2 ragazzi potrei anche trovarmi davanti alla prossima elite politica del loro paese.

Davanti al Beckett’s c’è un grande incrocio ed un semaforo eterno. Vedi rosso e nessuna macchina, nn sai a che serva e quindi da dove verrà il pericolo, da quale lato sbucherà un’auto e a che velocità. “Suvvia, Alessandro” mi fanno i due, appena indugio un po’. ”  italiani e georgiani attraversan per la strada anche col rosso…”

Budapest è cosmopolita;  la settimana scorsa ho aiutato a scrivere una lettera all’ambasciata un cuoco del Bangladesh. Il cuoco ha vissuto 12 anni in Italia, è tornato a Dacca, poi da lì in Ungheria, dove gli avevano detto fosse più facile avere l’asilo politico. M. B. (il nome era lungo 2 o  3 righe all’incirca) dalla carta d’identità ha un anno più di me. Da come l’ho visto io poteva anche essere mio padre. Sabato mentre sono al supermercato mi squilla il cellulare. E’ un suo amico, un indiano che ha un ostello, mi chiede come si scrive “i signori sono pregati di lasciare gli effetti personali negli appositi armadietti”.

Budapest è cosmopolita; l’altra sera ero al Vittula, a leggere un libro di Remarque sugli expats e fumare un sigaro Toscano (i Garibaldi) della mia riserva personale. Quello accanto a me fa al barista: “Questo sarebbe un paese migliore se ci fossero in vendita sigari da 5 cent!”. Una citazione di Roosvelt e un’allusione all’aroma (puzzo) del mio Toscano, che a un British non può non sembrare un sigaraccio. Scott è neozelandese (e ci posso parlar di rugby), è qui da 7 anni, quando gli chiede di che si occupa, mi risponde: “mi occupo di comedies..” (guardate un po’ qua che personaggio).

La morale di questo post è:

se quando ero bambino, le barzellette iniziavano con: “Ci sono un italiano un francese, un inglese e un tedesco”, ora le mie storie iniziano con: “Ci sono un italiano, un georgiano, un neozelandese e  un indiano..”