Michele Rossi

I vicini di casa delle mie zie, a Bari, erano Licia e Peppino. Avevano 60 – 70 anni e non avevano avuto figli. Licia aveva i capelli ricci ricci, pesava oltre 100 chili e riempiva la casa di bamboline. Peppino era alto 1.60 scarso ed amava mettere un papillon rosso nelle occasioni importanti. Peppino era “l’amore suo”. La domenica Peppino a volte non ci veniva a sautare, perchè andava allo stadio, in curva sud al “delle Vittorie”, il vecchio stadio di Bari, accanto alla fiera. Ci andava anche quando il Bari era in Serie B; era abbonato da più di 30 anni lui, anche quando il Bari era in Quarta Serie. Peppino è morto qualche anno fa, un infarto, si faceva prescrivere il Viagra anche se gli era pericoloso. Licia l’ha seguito poco dopo.

E’ a Peppino che penso quando di ritorno da una sana corsa al Parco, mi chiedono se conosco un tale Michele, Michele Voros, che si fa vedere ogni tanto al nostro mercato… Ci penso un po’, sarà Vörös (vuol dire rosso in ungherese insieme all’altro aggetivo piros, una penna è piros, una camicia è piros, ma una persona ha i capelli voros, un vino è voros, le carni rosse son voros).. No, amici, Mihaly Vörös, Michele Rossi, nun me dice niente. Allora me lo dicono loro..

Tra 2/giorni riparto per l’Ungheria e non sapevo che nel mercato del mio quartiere si fa vedere spesso un simpatico vecchietto, Michele Voros, un ex giocatore del Bari anni 50, quando il calcio magiaro era primo in Europa. Di più, Michele Rossi è stato per 6 anni una gloriosa punta del Bari, che non ha abbandonato la squadra neanche nella stagione 52/53, quando dopo una caduta inarrestabile il Bari sprofondò in Quarta Serie.. E Peppino ero allo stadio ad applaudirlo.. E poi da signor Rossi restò qua, che chi poteva dopo il 56 non tornava indietro..

A metá luglio avevo messo annunci in rete se per caso c’era qualche ungherese a Bari con cui praticare la lingua e non sapevo che ce ne avevo uno sottocasa con cui parlare di calcio.. a Natale so a chi dire Boldog Karacsonyt

Da solobari.it:

 

Mihaly Vörös

Stagione       Presenze  Gol

47/48   serie A           7         1

48/49   serie A           23       8

49/50   serie A          34       14

50/51   serie B          24       7

51/52   serie C          29      18

52/53 4a serie           25      6

Dante: Bari, Ungheria

Io sono di Bari e il centro storico di Bari prende il nome di Barivecchia. Ma non è tutto qui. Barivecchia è una città nella città, il mare nell’aria, il vento nei vicoli, strade e pavimentazione, toponomastica, gente diversa, con mestieri e modi di fare diversi dagli altri baresi e che parlano pure un altra lingua, a Barivecchia il dialetto barese è più chiuso, più antico.

La domenica, lunedi’ e martedi’ a Bari arrivano le navi da crociera, e allora mi posso confondere con i turisti che se ne vanno in giro per i vicoli di Barivecchia e avere gli occhi curiosi e un libricino per scoprire questa città dentro la città in cui sono nato.

Alla fine dei miei giri mi siedo sulle panchine del lungomare, fuori la porta di San Nicola, a vedere i pescatori arricciare i polpi e a sfogliare meglio il libricino. Nelle pagine finali c’è un po’ di etimologia delle strade, e dei cognomi, il mio cognome è di origine longobarda, proprio cosi’, come il re Grimoaldo. Ma a Bari ci son cognomi greci, albanesi (Bux), bizantini e germanici, latini ed arabi.

Nell’introduzione invece c’è una citazione di Federico di Svevia: “barensis gens infida” e quindi attenti all’autore del blog quando vi propone un affare.

Subito dopo appare una citazione di Bari udite udite dalla Divina Commedia di Alighieri Dante. Paradiso VII canto (61-64). Tutto contento a casa apro i tomi della Divina Commedia finemente rilegata che la mia mamma comprò quando ero bambino: Dante sta parlando con Carlo Martello, della dinastia degli Angioini, e per delimitare il suo regno (non quello di Dante, ma quello di Carlo):

e quel corno d’Ausonia che s’imborga
di Bari, di Gaeta e di Catona
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.

Per abitudine leggo anche la terzina successiva, ohibò dopo Bari compare l’Ungheria, proprio quella:

” e quel corno d’Ausonia che s’imborga
di Bari, di Gaeta e di Catona
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.

Fulgiemi già in fronte la corona
di quella terra che il Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.

le terre del Danubio dopo la Germania non possono essere altro che le terre dei magiari. E Dante le cita subito dopo Bari. Uh. Se non è destino questo..

P.S. Dante è Dante Alighieri: (Firenze 1265 – Ravenna 1321) ma Budapest c’è un Dante importante Arnaldo Dante Marianiacci, il direttore del nostro istituto di cultura italiano a Budapest

 

Oltre il buongiorno abbiamo poco da dirci

Quando parlo di Bari agli ungheresi dico che è in Italia, nell’Italia meridionale, sul mare, di fronte a Dubrovnik. Poi dico che è di Bari Antonio Cassano, il bizzoso e geniale giocatore del Real Madrid, di cui il Real tenta in ogni modo di disfarsi vendendolo ai club di mezza Europa.

Qui a Bari il futuro di Antonio Cassano anima le discussioni tra amici appassionati di calcio, con una Peroni e un mare oscuro davanti. L’altra sera ci interrogavamo poi sul destino di Hugo Enynnaya, il velocissimo nigeriano, compagno di attacco di Cassano in quel fantastico Bari di qualche anno fa e autore di un gol da 40 metri a Toldo nel Bari-Inter 2:1 in cui Cassano passò alla storia del calcio italiano.

Puntualmente mi arriva il link ad un articolo su Enynnaya, scovato, da un sito specializzato, nella serie B polacca. Il destino l’ha portato ad Opole a metà strada tra le meraviglie di Breslavia e Cracovia. La sua storia è bella e mi offre un piccolo spunto alle riflessioni linguistico-sociali su Budapest e i paesi centroeuropei, che mi offuscano in questo periodo.

Nell’articolo Enynnaya visibilmente giu’ di morale confida: “C’è la possibilità di andare a giocare in Svizzera. Ci spero, vediamo cosa succederà. Ho voglia di andarci, qui va un po’ così, l’allenatore è polacco, lui parla e qualcuno mi spiega. I miei compagni parlano solo polacco, è difficile comunicare e fare amicizia. Quando arrivo al campo, oltre il buongiorno abbiamo poco da dirci

Ora Enynnaya potrà avere le sue mancanze personali e professionali e gli auguro ogni bene in qualche cantone confederato in cui si parla solo ladino stretto e dove negli uffici pubblici si portano fasce bianche rosse e nere al braccio, ma non è uno sprovveduto, è in Europa da 10 anni, ha vissuto in Belgio e 4 anni in Italia, e gioca in Polonia dal 2004; parlerà già 3 o 4 lingue oltre alla lingua madre e al dialetto barese, miglior modo di intendersi bene con metà dello spogliatoio di quel Bari, ha già fatto il callo alla mancanza della sua mamma Africa. Eppure in Slesia, in queste società centro europee così lontane e così vicine ha i suoi bei problemi, riesce a dire solo buongiorno; anzi a legger meglio: oltre il buongiorno abbiamo poco da dirci.

Torna a Bari Hugo, se ti va, qui ti vogliamo ancora bene.

P.S. Anche l’Ungheria è passata nella sua vita, aveva raggiunto un accordo col DVSC, la squadra di Debrecen seconda città dell’Ungheria, (che ha vinto gli ultimi due campionati e che oggi si gioca ad Elfsborg un difficile accesso all’ultimo turno dei preliminari di Champions). Ma gli han fatto, ti prendiamo ma nn sappiamo quando ti pagheremo.

 

 

La

A Budapest la vetrina delle bontà è il Culinaris, un gruppo di negozi di gastronomia che vendono prelibatezze estere; italiane in particolare. Il Culinaris ha un negozio a Pest, a Hunyadi tér, nel cuore del VI distretto, proprio accanto ad uno degli storici mercati coperti della città. E’ qui che una mia collega va a farsi un etto di prosciutto cotto o di bresaola, quando sente nostalgia dell’Italia. L’altro negozio è invece a Buda…

E’ dal Culinaris di Buda, che prende spunto forse la storia più bella che ho sentito da quando son là, a Budapest, sentita giusto il giorno prima di partire.  Balint mi dice, infatti, di aver accompagnato un amico al Culinaris di Buda, e mentre l’amico faceva acquisti lui curiosava qua e là. E scopre che l’Aperol (allegro, aperto, aperitivo) costa un prezzo esorbitante, 24 euro!, contro i 6 euro, che lui paga a Bibione, dove va in vacanza.

Provo a dire che in fondo, per esempio il caviale in Russia costerà come un pacco di Fonzies, mente in Italia…. A queste parole si illumina. “Alessandro, hai tempo per una storia?” Alessandro ha tempo.

La storia fa cosi’: <<1987, Balint ha 18 anni, ha appena preso la maturità, ha voglia di cambiare il mondo e di viaggiare, come tutti i 18enni; lui in più ha i capelli biondi e gli occhi chiari esteuropei..  Gli gira in testa un’idea per un po’. Poi una mattina si sveglia presto, com’è d’abitudine tra gli ungheresi, e va a Keleti, davanti alla statua di Baross, dove arrivano i pullman di linea con l’URSS. Bussa, chiede di poter salire, per fortuna ha imparato il russo, chiede se qualcuno ha del caviale da vendere. Il giorno dopo è all’ambasciata d’Italia, lì a Stefania ùt e fa la fila per il visto. Si è portato una sedia, acqua e panini, in genere per il visto servono 20 ore. Poi prende la sua Zigulì (come le caramelle, la mitica utilitaria di fabbricazione sovietica, sul pianale della 500), e va in Italia in auto, e da Udine in poi ad ogni ristorante che incontra si ferma, bussa, chiede del proprietario e propone il suo caviale. in  lingua inglese. Udine, Padova, Treviso, Mestre, Ferrara, etc, etc. Dorme in macchina, ha la barba lunga e i capelli sporchi. 3 settimane di questa vita e non vende neanche un grammo di caviale. Poi a Bologna bussa al ristorante Rodrigo. E’ la volta buona. Rodrigo arriva ed è un brav’uomo. Assaggia il caviale con un dito, approva, nessuno prima tra i ristoratori l’aveva mai assaggiato. Poi chiede il prezzo. Balint a questo non era preparato, non sa che dire, spara 4 volte quello che ha pagato sul pullman a Keleti. “E mi raccomando”  fa Rodrigo “non vendere mai il caviale cosi’, chi altri te ne comprerà mai mezzo chilo, al massimo vasetti da 90g., torna da me solo tra qualche mese, il caviale lo usiamo solo per i matrimoni e i grandi ricevimenti e a Bologna lo metto solo io nei menu. Gira solo nei grandi ristoranti (Rodrigo è ancora il secondo ristorante più caro di Bologna) E mettiti un vestito decente, ragazzo..”

Inizia così la carriera di Balint. “Se fosse andata avanti finora.., ora sarei davvero ricco” mi ammicca Balint.  Il business procede bene, la mattina alle 6 è già a Keleti, o a Piazza degli Eroi, dove arrivano i bus turistici, o alla Garay tér. Conosce gli autisti, che si prendono una piccola mancia, ed ha ormai i suoi fornitori abituali. Ha un solo concorrente serio, un serbo che dopo 1 mese scompare, e c’è anche un ‘ungherese, ma Balint è più affidabile. Poi prende la macchina e gira l’Italia, il colpaccio lo fa a Milano, 9 volte il prezzo. Ha i suoi ristoranti di riferimento, 1 o 2 per città. A Vicenza una volta vede una grossa foto alla parete,  Maradona  che mangia compiaciuto ai tavoli di quel ristorante, ha in mano una tartina con del caviale, il suo.

Poi un giorno lo chiamano da Bergamo e gli chiedono una grossa fornitura, vieni domani. Il tempo è poco, fatica a procurarsi il caviale, il sabato alle 8 bussa al ristorante della bassa bergamasca, Paolo, il proprietario non c’è, torna alle 10.  Balint, aspetta in auto, fuori ci sono -10°C. Paolo non torna, neanche la domenica, lunedì chiusura. Basta. L’ultima chance è un posto che conosce a Venezia, lì si rifà appena delle spese e gli dicono  non tornare più, fatica sprecata, ora i russi arrivano direttamente qui. E’ durata appena sei mesi..  “Ero giovane, stanchissimo, sei mesi massacranti, dormire in macchina, oggi mi sembra assurdo che mi ficcavo nella Zigulì con mezzo chilo di caviale e bussavo ai ristoranti..”  Ci pensa su “Qualche anno fa son tornato a mangiare con mia moglie da Rodrigo, l’ho subito riconosciuto..” “Ero giovane, avevo 18 anni, vivevo in un casermone in periferia. Eravamo poveri”>>

E’ anche questo che rende speciale Balint, quest’ “eravamo poveri” mentre tutti oggi mi dicono: “siamo poveri”.