il mago di Ozd non puo resuscitare le persone care agli stranieri di Budapest

Sono uno straniero. Ieri sentivo alla radio un intervista a un’astronoma, lavora in Cile, all’osservatorio europeo sulle Ande, la intervistano perché a quanto pare quello dell’astronomo è un tipico lavoro notturno. Ne vien fuori che è andata in Cile la prima volta per finire la sua tesi di dottorato, ora è lì da 10 anni. “Quindi ormai è cilena”, fa la giornalista… “No, no, sono italiana”, ribatte lei, pronta.

Venerdì sera il cielo era scuro, era notte, ero al Grund, un locale estivo accanto alla casa natale di Molnar Ferenc, quello dei ragazzi della via Pal, ero con amiche magiare, un gruppo che appartiene alla prima categoria di comportamenti verso lo straniero. Da quelli di questa categoria mi sento sempre dire cose del tipo: “ah ma  che bravo, conosci i ragazzi della via Pàl, sai ordinare da solo al bar”. E’ un’amica di Ózd, città famosa qui in Ungheria, non per il mago, il Mago di Ozd, ma perché è un po’ come Domodossola, o Canicattì, una città quasi di confine, una delle poche città che inizia per Ó, con l’accento, ed ha un nome breve, come Rho, quelle città che nn ti scordi.. ed era una famosa città industriale ungherese, la Busto Arsizio magiara…. Al tavolo ci sono 6 ragazze, anche le altre sono a posto, ma io son contento che proprio lei sia la mia amica. Si festeggia una biondina che va in Italia 3 mesi. I tuoi cosa dicono? “mi raccomando, una ragazza carina e sola in Italia, sta attenta..” “Papà, mica vado a fare la cubista nei localetti..” “Quando torni?” “Non ho il biglietto di ritorno”, dice stupidina. Arriva un’altra, un po’ in carne, con un tipo taciturno, lei invece va a lavorare in Inghilterra. I tuoi cosa hanno detto? “Fuori dalle balle, finalmente”. Quando torni? Spero mai. Queste di chi va a far lo straniero sono storie normali qui in Ungheria come vedete..

Ieri era domenica, ho fatto una corsa per arrivare in tempo a Messa, a Buda, dove si dice Messa in italiano. Volevo far dire una messa per un parente di primo grado. Ce l’ho fatta. Quest’anno fanno 30 anni che è morto. Era il 1978, allora io avevo 3 anni. Me ne sono ricordato con il gadget “calendario” che compare grande, bianco e arancione, sul desktop di Vista, sul mio nuovo portatile. 

In seconda serata venerdì cambio posto, c’è una festa al Vittula, due ganzi, un americano col cappello al contrario un francese, cucinano una specie di pappone a base di zucca e lo offrono, lo chiamano food party.. Qui sono con un altro tipo di ungherese, molto raro in verità, quello che visto che riesco a esprimermi nel loro idioma, mi parla a una velocità degna di un rapper e con lo stesso uso di slang.

Io sono uno straniero e vengo da lontano, a me si può dire tutto. Mi presentano un tipo dall’aria simpatica e sveglia, con un giubbino nero.  Studia economia. Dopo un po’ mi fa: mio padre è uno stronzo, la mia famiglia è ricca, i miei genitori sono divisi, mia sorella sta con mio padre, è come lui. Sai mio padre ha reso infelice mia madre, lei è avvocato e vive a Budapest. Mio padre ha una serie di fabbriche di scarpe, nell’est del paese, per questo io studio economia. E’ uno stronzo, ma è la mia famiglia, il mio destino, non posso sfuggirgli.

A uno straniero puoi mostrare anche il cuore..

 

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Arcsil Szulakauri

Quando mi trovo al bar di Angelo, ho una mezz’oretta libera e un velo di tristezza nel cuore, mi ritrovo a ad andarmene quasi senza accorgermene verso la vicina Nyugati, la stazione orientale, e scendere le scale verso la metropolitana.  In ungherese si dice aluljaro, sottopassaggio, che qui collega la metro e la stazione, mi turo il naso e scendo. In genere vado dritto in fondo. Proprio di fronte all’ingresso del Westend, l’enorme centro commerciale dove l’italiano in vacanza si fa un giro a caccia di plazacica (gattine da centro commerciale) c’è uno che vende libri a basso prezzo e io mi dirigo proprio lì.

Il negozio di libri avrebbe anche  un piccolo stand dove si vendono romanzetti rosa o thriller storici come le edicole, ma il pezzo forte sono 2 grandi casse in compensato, più alte che larghe, dipinte in nero in cui butta libri di seconda mano. Tutto a 100 fiorini, 40 centesimi di euro. Il lavoro del titolare è giusto quello di riempirlo ogni tanto quando è arrivato quasi a metà e incassare 100 fiorini al pezzo. C’è sempre qualche curioso che rovista nel mucchio, per il semplice fatto che ci puoi trovare qualcosa di buono. E’ qui che mi sono fatto un’intera libreria di libri di lingua, tedesco, francese, russo ovviamente, libri di viaggio, qualche classico della letteratura ungara, anche un libro di barzellette ebraiche, che tengo sulla scrivania a Bari:

la battuta che ricordo meglio è “rabbino posso fumare mentre leggo la Torah! – certo che no, è peccato. Rabbino posso leggere la Torah mentre fumo? Certo, è bene leggere la Torah in qualsiasi occasione.”

oppure c’è questa: “Il commerciante Guld in treno. Un altro passeggero gli fa: Perché viaggia senza sua moglie? Ma, risponde lui, è buona norma non portare mai con sé troppe cose inutili che puoi trovare anche durante il viaggio, al bisogno..”

  Il momento migliore è ovviamente quando l’ha appena riempito, e i pezzi migliori sono ancora disponibili, mentre in fondo restano sempre gli atti di qualche congresso medico romeno e “perché il calcio ungherese è malato” dell’88, stampato evidentemente in un numero enorme di copie allora, perché lo ritrovo sempre, ma sempre attuale dato il recente MTK-Fenerbache 0-5 delle qualificazioni per la champions league. Ci vuole anche una certa tecnica, che i più esperti mostrano di padroneggiare,si scava sempre in una direzione ammonticchiando in un angolo uno sull’altro secondo una torre perfetta i libri che via via non interessano. In genere le casse hanno dunque un buco al centro e i libri ordinatamente messi uno sull’altro lungo i lati. Accanto c’è uno dei posti dove la budapest proletaria piazza un panchetto e una scacchiera e giocano ore intere.

Chi non ne vuole sapere della polvere ripiega sull’Antikvarium “Eiffel” a metà strada tra il Westend e la metro, accanto alla kocsma (bettola) dell’aluljarò, che da poco si è un po’ aggiustata. Questo è un vero Antikvarium, ha i libri di seconda mano sugli scaffali secondo la sezione letteratura e le altre sezioni,sport, giardinaggio, etc.  ma ha all’ingresso due bei banconi con libri a 100 forini. La scelta è limitata, ma alle volte può dirti bene e non c’è polvere. Qui ho scoperto Moldova Gyorgy. Il secondo bancone però è stato da poco alzato di tono, i libri sono di qualità media migliore, ma costano 200 o 300 fiorini. Ma a luglio, ho notato una scatola di cartone, a terra, fuori dal negozio, con una scritta a penna 50 fiorini. Dentro qualche numero della “Modern Konyvtàr” la “biblioteca moderna” le edizioni economiche di stato dei bei tempi, per la verità abbastanza eleganti nel loro stile asciutto, ogni numero con la copertina monocromatica, una banda nera al centro, una citazione. La biblioteca moderna comprendeva, a quanto mi par di vedere, quasi solo scrittori dei paesi fratelli del patto di Varsavia e dintorni, tutti nomi che a me non dicon niente e che magari mai son stati tradotti in italiano. finisco per sceglierne 3 o 4: Lojze Kovacic (il retro dice scrittore sloveno nato in Germania…); Wiktor Woroszylski (polacco), Arcsil Szulakauri. Magari fra questi c’era il nuovo Hemingway, ma è nato nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Magari l’ultimo, Arcsil. Arcsil Szulakauri è georgiano, e quindi ora di grande attualità e appena è scoppiata la guerra ho provato a leggiucchiarlo per rinfrescare le mie conoscenze di letteratura georgiana del novecento (chi cazzo sarà). Il suo libro è ambientato a Mtacminda (la nuova Macondo?), ai piedi di Tibisli, il protagonista Dato Maramidze è un adolescente, esce con gli amici, ha tanti sogni, guarda i grandi per capire come affrontare il mondo. Mirian è suo fratello maggiore, un bravo ragazzo, è andato in guerra contro i tedeschi, lo avevan dato per morto, invece era in un campo di prigionia. E’ stato anche a Magadan. Mirian ora è tornato a casa, è sempre il bravo ragazzo di sempre come se lo ricordan tutti, ma un po’ chiuso e isolato, come chi è stato tanto tempo all’estero e ha tante esperienze che non può dividere con nessuno..

Ho scritto la trama in questo modo, vuol dire che è un buon libro, vuol dire che il buon Arcsil scrive bene e non è mai banale, se l’arte è tale quando racchiude più livelli interpretativi, questo è il mio, quello di un espatriate italiano a Budapest. Il libro si chiama “il pesce rosso”, non so come andrà a finire, come la vita, l’amore, come la guerra, che sappiamo com’è finita ma che ne sarà di NATO, Georgia, Ossezia e Abkazia nei prossimi mesi mica lo sappiamo ancora..