i miei mondiali americani a Budapest

E’ il secondo mondiale che vedo in terra ungherese e sono stati i veri mondiali americani qui a Budapest, almeno per me, ovvio. Dicono per esempio che anche alla casa Bianca col presidente nero, han seguito la partita col Ghana con molta attenzione. Io invece se provavo ad andarmene da solo, tipo al maxischermo di Szabadsàg tèr, davanti alla sede storica di (MTV) la televisione magiara*, che  ho visto bruciare 4 anni fa, mi sedeva accanto un americano atletico e ben nutrito, giusto orgoglio della sua donna bionda magiara, che si metteva persino a commentare i fuorigioco e a applaudire a volte. O se andavo in qualche altro posto (a Budapest era assolutamente impossibile scampare ai mondiali, ogni posto, dico ogni posto ne aveva uno, anche il pub più underground o il caffè più fighetto; ne han messo persino uno tra gli specchi e i velluti della sala da tè dello storico caffè “Muvèsz” in Andràssy ùt e stendo un velo pietoso su uno sport pub, in pieno centro che ha messo 4 schermi al plasma nei cessi davanti agli orinatoi). Dicevo se andavo in un altro posto era un pulliferare di americano vocianti che si esaltavano davanti agli schermi.

Ma il fatto vero è che qui in questi mesi ho un compagno di merendine americano, Danny, e che americano, americano  di Nuova York, e che la sera mi chiamava:”Che ti guardi la partita, dove si va?”. Poi la sera davanti a un altro schermo dovevo sorbirmi i commenti calcistici del mio amico, si sa, nel mondo siamo 6 miliardi di commissari tecnici. Erano apprezzamenti sul bellissimo gioco dei tedeschi, come lo aveva entusiasmato, l’Argentina che cos’è, etc. etc. ma nn è questo, il calcio dei tedeschi è piaciuto a molti (chissà com’è che hanno perso), è che ero tremendamente infastidito da vedere una partita tipo Germania Uruguay e sentirmi chiedere se l’Uruguay è la squadra in bianco o in azzurro. E la vedevo con un maschio e non con una donna, che si sa di calcio ne capisce poco. O dover stare a spiegare chi era Maradona, o che cosa vuol dire Olanda-Uruguay le finali perse dall’Olanda, il calcio totale, Joan Cruyff e Ruud Kroll, o Brasile Uruguay al Maracanà, i falli alle gambe ed Enzo Francescoli. Eh si che all’inizio era anche divertente, tipo la finale di Champion’s, dove Danny mi raggiunge per la premiazione, “vedi Danny quel tipo con i capelli ricci, neri? È stato un gran campione del passato, è francese, giocava nella Juventus, si chiama Michele Platini, si, ha vinto l’Inter, è una squadra italiana, vuol dire internazionale, giocano in nero e azzurro.

Alla fine ho finto una sindrome depressiva per evitare scocciatori ed ho visto la finale con due ungheresi, un romeno, una ragazza, in un posto dove gli stranieri nn residenti nn possono arrivare. Il romeno comunque ne capisce di calcio, l’ungherese è quello che quando mi vede al Vittula parla sempre di calcio, è uno di quelli della mustra generazione cresciuti con Nevio Scala e Carletto Mazzone.

Finora sono stato molto cattivo e indisponente.

Ma la saggezza è nei libri, si sa. Ho appena finito di leggere “How soccer explains the world”, un giornalista americano appassionatissimo di calcio fin da bambino, si è preso un anno sabbatico per girare il mondo e parlarne attraverso il calcio, tipo la questione irlandese tramite la rivalità Glasgow-Celtics, le guerre yugoslave tramite gli ultras della Stella Rossa che erano diventati uno dei corpi scelti in guerra, o la tigre Arkan che era diventato presidente dell’Obilic, assunto campione di Yugoslavia dal nulla.

Bene, l’ultimo capitolo conclusivo è sul calcio negli Stati Uniti. In breve: il calcio è lo sport dei figli dei figli dei fiori, di chi contestava il sistema negli anni 60 e voleva far fare ai figli uno sport meno violento del football e meno individualista, il calcio è uno sport degli snob e dei ricchi, una cosa chic, europea di chi vuol fare il figo, ma soprattutto il calcio è lo sport della globalizzazione che vuole insidiare gli Stati Uniti del baseball e del football che si gioca con le mani e si chiama americano, se siamo globali, anche questo è dovuto, il calcio è lo sport di Nike ed Umbro, multinazionali che vogliono assolutamente entrare nel ricco mercato USA, il baseball è meno globale.

 

  • Per inciso la TV pubblica ungherese ha trasmesso tutte (tutte) le partite in diretta. Altro che mamma RAI.

 

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