C’era una volta l’hotel Volga

Ogni tanto provo a chiedere a qualcuno, specie se ungherese e ha i capelli bianchi di spiegarmi che succede. Serve a questo laurearsi in scienze, ti abitua a porti domande semplici semplici, tipo perché la terra gira, che cos’è la massa, perchè i papaveri sono rossi e perché esiste la molecola H2O e non H4O. una delle conclusioni universalmente accettate è che orban un po’ di ragione ce l’ha, forse: il comunismo nn è mai finito, ha solo condiviso il potere con le altre forze democratiche, solo  per far sì che il paese nn si facesse male o che tutto rimanesse com’era bisognava che tutto cambiasse, anche i Savoia erano a loro modo comunisti e Gorbaciov è esistito ed era ungherese, no, forse faccio un po’ di confusione. È certo comunque che la transizione chi l’ha guidata l’ha fatta a proprio vantaggio e chi era capo dei giovani comunisti è diventato uno degli uomini più ricchi d’Ungheria e uno che muoveva le orecchie e diceva di essere molto ironico è diventato sette volte primo ministro.. (faccio ancora confusione).

E di certo uno dei simboli più evidenti della transizione dolce è il signor Finta Jozsef, architetto di regime, (guardate la foto ufficiale occhi azzurri, e camicia senza bottoni, sguardo da film di Haneke) autore di molte molte opere moderne a cominciare dai due dei grandi alberghi “moderni” sorti pian piano al posto dei grandi ohotel ospitati dai palazzi neoclassici danneggiati dalla guerra lì sul lungodanubio, tanto decantati dalle cronache dei viaggiatori di inizio secolo (quello vecchio, il 900). Certo a vedere le cartoline d’epoca un po’ d’effetto fa..

E poi tanti altri progetti, prima e dopo la caduta del muro, perché se hai dei buoni amici, loro ti sono riconoscenti, sempre, l’hotel Kempinsky, o quel grandde palazzo moderno all’angolo tra Andràssy e Bajcsy Zsilinski, o il comando della polizia o il Westend, e tanti altri .

 

Sabato era una bella giornata, 20 gradi, e dire che gli italiani che vengon qua credono di stare ad Arkagiolesk e di trovare 3 metri di neve fino a fine marzo. Niente di meglio che andare in giro per la città, allora, per me che amo il fumo, lo smog, la strade, il cemento, la vita, la società. se mi invitano in montagna trovo una scusa. Niente di meglio che prendere due filobus e andare all’incrocio tra due grandi vie di semi periferia a veder abbattere un grande grattacielo del passato.

  E’ successo che un giorno che mi sono alzato ho sentito la notizia triste che chiudono Ferihegy 1, leggi qua. Allora sono andato a cercare conforto e conferme su index.hu, e ho letto che era vero. E subito dopo ho letto che stavano abbattendo l’hotel Volga, all’incrocio tra Vàci ut e Dozsa Gyorgy ùt, uno dei grandi hotel socialisti, alto, senza balconi, un grande parallelepipedo in piedi, per il mondo del futuro. Un nome chepiusociliastanonsipuo’, hotel Volga. Finiranno a fine mese, e tra un paio d’anni sorgeranno gli uffici del futuro..

  Allora una mattina mi son mosso a fatica,  ma la mia mattinata nn poteva essere migliore, abbondante colazione, poi salto su un paio di filobus rossi, che attraversano il parco. Dal secondo, dal 75, vedo sulla strada tantissimi mezzi della polizia, poi la polizia in carne e ossa, in assetto antisommossa, giovani uomini e donne nelle loro divise, in squadre, caschi neri, almeno un migliaio, in lontananza a piazza degli eroi un po’ di gente, con le bandiere a strisce bianche e rosse dell’estrema destra. “Ma quanta polizia…”, accanto a me un signore ungherese con gli occhialoni, son duri e puri gli ungheresi, ma prova a rompere il ghiaccio e diventano amiconi. Ed eccomi parlare col signore che l’ungheria è nei guai perché si spendono cosi tanti soldi in polizia per queste cose. A quella fermata scende una ragazza, ha le occhiaie, è vestita dark, credo si dica emo adesso, ha delle grandi mammelle, belle, bianche, esposte, gonnellino scozzese, capelli rovinati, un gran cane nero. Me la ricordo ancora.

  Poi arrivo all’incrocio, eccola, la meta del mio sabato mattina. Che bello, eccolo lì, l’Hotel IbisVolga, per metà in piedi per metà no, e lavorano anche oggi, sabato. Un grande edificio socialista, rifatto in quell’orrendo verde e rosa dell’Ibis,  almeno il centro di fronte, la sede dell’acquedotto di Budapest, due curiosi edifici uguali uno verticale e uno orizzontale, con le decorazioni esterne uguali a quelle delle metropolitane socialiste, è ancora lì.

È un grande spettacolo, il cantiere, le macerie della parte abbattuta, dove si muove agilmente un escavatore e l’altroedificio già sventrato, con le barre di ferro e cavi che spuntano e lo sguardo che entra fin dentro in quelle che prima erano le camere. C’è rumore e il sole, giro pian piano attorno, dietro l’hotel Ibisvolga si vede un po’ meglio per com’era prima, è un modello calmo e paziente, che si lascia fotografare da tutte le posizioni, e si mette anche in posa.

C’è un altro tipo che mi vede fermo e si ferma anche lui, osserva, si fuma una sigaretta, poi mi metto ai piedi di un’aiuola, dietro di me a distanza di sicurezza un uomo, con la faccia sporca e scavata e una grande busta di plastica, oggetto distintivo del sottoproletariato urbano, che qui ancora resiste e che avrebbe tanto fatto felice Pasolini. Ci ho preso gusto, resto a osservare l’hotelIbisVolga comodamente seduto ancora un 20 minuti, poi mi avvicino. “Domani? Replicano lo spettacolo?, domani lavorano?” lui è convinto di si, poi si lascia prendere dalla nostalgia. “Era l’hotel Volga, tutto cambia”, mi fa

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