Musica per governi caldi

Il giorno in  cui Renzi scioglie la riserva all’Accademiadi Musica Liszt Ferenc

Tempi moderni nuovi e interessanti volevo dirti

(Giovanni Lindo Ferretti)

Il 21 era un giorno che aspettavo da tempo, concerto di musica contemporanea alla riaperta e stupenda Accademia di Musica Ferenc Liszt , esegue l’Orchestra della Radio Ungherese (Magyar Radio, MR , sul programma) musiche di Weil, Hindemith, Bartok, Ravel… Al bando Beethoven, il passato e il romanticismo siamo giovani e sono tempi nuovi. è musica dei nostri tempi. Al momento di prendere i biglietti ero trepidante, ma poi a casa mi ero quasi vergognato.. musica contemporanea, che idiota, se son pezzi degli anni 3o… per wikipedia in effetti dovrebbe essere musica moderna, ma poi inizio a leggere qualcosa meglio di wikipedia e mi rassicuro, i primi bagliori di modernità vengono già dalla prima sinfonia di Mahler, quando durante il tema descrittivo romantico entra inaspettata l’eco di qualcos’altro popolare e ripetitivo, che spezza il racconto e poi ancora e ancora… Ma questa è la modernità, lo cantavano anche a Sanremo..

Arrivo all’Accademia 5 minuti giusti prima, che mi devo fare sempre aspettare e sopratutto volevo farcela a vedere aprirsi  la porta dai palazzi del Quirinale e il segretario particolare dire: “habemus papam, tra poco verrà il primo ministro Matteo Renzi ( pausa) a leggerci i nomi dei ministri…” ma quando provo a parlarne con la mia compagnia ungherese, capiscono il mio grande entusiasmo per l’emozionantissima politica italiana ma sono un po’ interdetti… “Avete il nuovo presidente?, davvero? quindi ci sono state le elezioni…” “no, no cari amici, non è proprio così. è diventato …. .Matteo Renzi MR ….. ed è voluto diventare anche  —. Lui dice che bisogna essere ambiziosi.. e poi è un governo giovane e moderno, bisogna essere moderni e twittare mentre si parla col presidente della repubblica.. Questa è la modernità” No, no, non è passato dal parlamento, del resto a che serve, sai noi siamo una vera democrazia e se vogliamo cambiare un governo lo vediamo in streaming”. (provo allora a metterci un po’ di colore) … ” è stato come un dramma shakespeariano, una congiura, il leader politico fatto fuori, l’onorato servitore dello Stato squartato davanti a tutti come la giraffa di Copenhagen. Ma è l’ambizione ed è positivo no? Se Macbeth avesse voluto rimanere solo un principe nn avremmo visto boschi camminare…” bello, ma nn cambia le cose.. e dire che dopo Berlusconi credevo di poter parlare in maniera piu pacata della politica di casa nostra per fortuna mi salvano loro “Sai, da noi in Ungheria mica è così” (Nell’era democratica ungherese tutte le legislature sono arrivate alla fine e tutte tranne una con lo stesso  primo ministro che ha vinto le elezioni)  “sì, è che siamo diversi.., ma entriamo in sala ecco i nostri posti..”

Si accomoda l’orchestra della Radio Ungherese.. poi parte la musica del nostro tempo, la musica moderna, che nn se il  governo Renzi seguirà…

nn so se aspettar un governo come la suite dall’opera datre soldi di Weil, tradizione in cui entra il jazz, il clarinetto in orchestra e qualche elemento popol(ista)are  ora piacevole ora volgare, spaventoso e coinvolgente e finire con rumori stridenti e atonali… o magari il governomoderno  Renzi I seguirà  il concerto per archi, percussioni e celesta di Bartok (il piu grande ungherese del 900) eseguito in Svizzera nel 36, con cui progettò la fuga dall’Ungheria di Horthy… primo movimento andante lento ma che fa tremare i polsi, greve e ripetitivo, poi gli archi che si fanno sentire in tutta la loro potenza, lo xilofono vibra, e quello strumento strano elementodinovità  che ha nome la celesta, gli archi passano al pizzicato alla Bartok, un pizzicato violento con le corde che sbattono sull’armatura, il violino diventa strumento a percussione, il climax, l’esplosione, terzo movimento  rarefatto, l’orchestra (il governo) che si frammenta in mille schegge  e un riconciliante e gioioso movimento finale come una danza popolare in cerchio..

o magari il governo sarà come l’op.50 di Hindemith, formalmente ineccepibile  due schieramenti contrapposti archi e ottoni (rossi e bianchi?) gli archi a intonare temi e variazioni e gli ottoni a interrompere sempre ora gioiosi ora grevi, il romanticismo è finito e cosi la fiducia nel progresso del paese, grandi guerre, rivolte sociali e tempi di crisi: il futuro non è lo stesso di prima,  c’è spazio solo per il grottesco o per la ripetizione, l’accumulo e per il popol(ism)are , come nell’esecuzione finale il Bolero di Ravel, che ci fa spellare le mani alla fine, perchè tutti lo conosciamo e perchè noi siamo il popolo, anzi noi siamo il popolo. Con gli strumenti (i ministri) che si presentano a uno a uno, col loro colore e la loro personalità, anche se il ritmo dall’inizio alla fine lo dà un tamburo militare.. suadente, ipnotico e amato da tutti, catartico e fascinoso, e finisce col fortissimo di tutta l’orchestra (il governo) insieme, quasi e troppo forte con quei tre percussionisti che seduti tutto il tempo si alzano solo per i colpi finali gong, piatti, grancassa. Bang. Bang. Bang.

Napoli-Roma

Ho avuto un imprevisto, sono arrivato al  bar italiano un pelino tardi. nessun posto, le solite facce bigie. me ne vado. Dai vetri di un posto per turisti a Liszt Ferenc tèr vedo che la partita è su Digi2. c’è, anche se il partitone è Arsenal-Manchester Utd. Allla bettola sottocasa la seconda TV ha il calcio tedesco. Chiedo a Evi se la vede qualcheduno. Si, lui. Ma si, vediamo Napoli Roma. La bettola era colorata e rumorosissima. Ed Evi piu grossa che mai. Il tizio uno di quelli che beve succo d’arancia. segno che sei un postalcolista o un depravato. Al primo gol esulto. Sai sono di vicino Napoli, dico. allora mi dice qualcosa in italiano. Parli un po’ di italiano? no, io parlo italiano. e tu sei italiano? ti facevo ebreo. o al massimo serbo.

gloomy sunday

Il paese è in subbuglio, il coverage delle olimpiadi sulla RAI ungherese o altri canali facilmente raggiungibili è scarsissimo, che tu sia un pensionato che vuoi solo evitare una moglie pedante o un giovane quarantenne hockeista dilettante sei condannato. Stamattina solo un’oretta prima della messa con giovani sposi con passeggino e testimone di battesimo col pancione. Snow board femminile, tanto c’era alle 9.30. Prima della chiusura TG olimpico con intervista al partecipante ungherese alla gara di biathlon credo, Gombos Karoly, barba rossa e sguardo da Kurt Russell ne “La Cosa” di Carpenter. Si dichiara abbastanza soddisfatto della sua prestazione, ha il fiatone. Dopo 9 anni credo di capire bene almeno i numeri, ma controllo per sicurezza. E’ arrivato settantanovesimo.

 

Silenzio e grido.

È morto a 92 anni il grande regista Jancsò Miklòs

comparso su East Journal http://www.eastjournal.net

http://www.eastjournal.net/ungheria-silenzio-e-grido-e-morto-a-92-anni-il-grande-regista-jancso-miklos/39026

Miklos

Ho da parte il suo autografo, sulla seconda di copertina di un libro di seconda mano “Al mio amico Alessandro”, firmato Jancsó Miklós, con una bella firma tonda come te la devi aspettare da un grande regista,il più grande regista del cinema magiaro, leone d’oro alla carriera a Venezia nel 1990, un Castoro a lui dedicato (di Giovanni Buttafava) già nel 1975, scomparso il 31 gennaio scorso a Budapest all’età di 92 anni.

L’avevo incontrato al Millenaris, il parco postmoderno con teatri e sale espositive a Buda, alle spalle di quella che per molti è ancora Moszva tèr. Quel giorno davano tutti i suoi film in sequenza, per festeggiare gli 85 anni del maestro, una maratona di 36 ore. Ero arrivato al momento giusto, per vedermi Szegénylegények(alla lettera poveriuomini ma in Italiano “i disperati di Sàndor” 1964) e poi andare avanti finchè potevo.Szegenylegenyek, il suo capolavoro in un grandioso bianco e nero la puszta (la grande pianura ungherese) sotto una luce accecante, in lunghi piani sequenza i soldati, gli uomini veri, un cinema asciutto di parole, dal grandissimo impatto visivo e ricco di simboli ricorrenti e metafore: il cerchio e il fuoco, i cavalli e i corpi femminili nudi, bianchi ed eterei e  dei temi a lui cari: il potere e il suo abuso, la libertà, la dittatura, la ribellione e la rivolta, la storia magiara, qui “lotta di liberazione” magiara contro gli Asburgo bel 1848,  per intendere il presente, il 1956, il modo migliore per aggirare censure e controlli, anche la politica culturale delle 3T (támogatás, tűrés, tiltás, – sostegno, sopportazione, divieto) di Aczel György (il potente plenipotenziario alla cultura nell’Ungheria socialista) perché il comunismo al gulasch ungherese era molto permissivo e aperto, ma non quando si parlava di 1956. Un cinema dalla grande perfezione formale, perchè anche nel cinema socialista si era conservata la grande scuola di cinema della mitteleuropa, che avrebbe poi fatto grande anche Hollywood.

Morto a quasi 93 anni, Jancsó Miklós ha attraversato tutta la storia del secolo breve ed oltre. Nato a Vàc nel 1921 appena sopra il Balaton, si laurea in legge (ma studia anche storia ed etnografia) a Kolozsvàr nel 1944, giusto quando la città era ritornata ungherese e si chiamava di nuovo Kolozsvàr e non Cluj. Nel 46 è si iscrive a Budapest ai corsi di Cinema e Teatro, sezione regia. Aveva già 25 anni. I primi lavori alla fine degli anni ‘50 e poi i riflettori internazionali con Szegènylegènyek, che lo fa entrare nel gotha del cinema europeo. Siamo negli anni ‘60, anni di cambiamenti e contestazioni nella vita e nelle arti,  le cinematografie dell’est ricevono attenzione, Jancsò Miklòs e Szabò Istvàn (Apa) sono i capofila del Nuovo Cinema Ungherese. È un periodo di grande ispirazione, a Szegènylegènyek seguono altri capolavori: Csillagosok, katonák (soldati, stellati,  “L’armata a cavallo” 1967), per i 50 anni della rivoluzione d’Ottobre e Csend és kiáltás (Silenzio e grido, 1968), un fuggiasco dopo la disfatta della rivoluzione dei soviet ungherese del 1919. Del 1969 Fényes szelek, (Venti lucenti), forse il suo film più schiettamente anni ‘60, quasi un musical, canti e girotondi tra gli studenti del collegio cattolico di Vàc e gli studenti comunisti hippies ma dal finale duro e violento, coi libri bruciati.

Per cinque volte in concorso a Cannes, vince il premio per la miglior regia nel ‘73 per Még kér a nép (Salmo rosso), un premio che sa di risarcimento per Szegenylegyenek, che non ottenne alcun riconoscimento.

Negli anni ‘70 inizia una relazione con la giornalista e sceneggiatrice Giovanna Gagliardo, si sposta in Italia dove nascono Il pacifista con Monica Vitti, Roma rivuole Cesare (1973), Vizi privati e pubbliche virtù(1975),  il suo stile sempre più estremo, stilizzato, metaforico, ed elaborato con lunghi pianisequenza, comeElektra, 70 minuti di film per soli 12 inquadrature 12. Poi gli anni ‘80, il teatro, opere giudicate minori e poi rivalutate.

Come tutti i grandi era rimasto fino all’ultimo ribelle e attivissimo nella vita politica e culturale, continuava a far cinema (l’ultimo lungometraggio è del 2010), con alcuni tra i film più giovani del cinema magiaro: i film di Pepe e Kapa una specie di coppia dai nomi buffi, uno smilzo e un tracagnotto, due becchini che cercano di capirci qualcosa nell’Ungheria del dopo ‘89.

Di persona era come nelle foto di scena, i capelli bianchissimi e fini, gli occhi azzurri intelligenti, i tratti del viso vigili e sensibili. Le sue muse erano le donne. Sposato tre volte, la prima a 28 anni, l’ultima a 60 (e anche da questo matrimonio aveva avuto un figlio, a 61 anni); non stupisce che gli antiquari di libri di Budapest siano pieni di un suo libro intervista,”Le amanti di Jancsò Miklòs”.