la Zuppa di pietre

Dal dentista, a parlare di ungheresi (e)migranti e di accoglienza..

Dal (nuovo) dentista:

– giovanotto a che ora aveva l’appuntamento?

– 13.45 giusto ora

– ah io alle 14.15

– (molto interessante signora)

– pare che questo dentista sia molto caro…

– beh, speriamo almeno che sia anche bravo

pausa. Compilo il modulo il cui mi si chiede se soffro di una 20ina di malattie croniche, le più note. C’è anche la voce altre malattie.

– ma lei non è ungherese vero?

– No, signora italiano.

Segue la solita sfilza di luoghi comuni e di penosi ricordi di viaggi in Italia con il pullman del circolo ricreativo. La signora si che li conosce gli italiani e son brava gente, sempre gentili a indicarle la strada. È stata anche in Australia, nn vedeva l’ora di tornarsene a casa, mi trattavano male. Un po’ arroganti? Si. E allora perchè ci è andata?. Una mia cara amica d’infanzia, da 40 anni vive lì, poverina. Un suo parente invece vive in Canada. Anche lì non sono gentili con gli ungheresi.

L’altro classico da signora di oltrelamezzaetà è occuparsi dei cazzi miei, che lavoro faccio, quanto guadagno, se ho amici e sono sposato. Dove vivo. Lei ha un inquilino, arabo, brutta gente, urla sempre, ha avuto una donna trovata su internet ma ora lei se ne è andata.

insomma come moltissimi in Ungheria scavi un pochino e senti tante storie di magiari dall’altra parte del mondo, per lo più esuli del 1956 ma anche no. Vediamo allora che ne pensa del tormentone dell’estate, i migranti. Alla signora non son ogran che simpatici, chi li ha voluti, cosa vogliono da noi, come faremo a dargli da mangiare?? ce ne è già così poco per noi… (nn replico che loro aspirano alla ricca e verde Germania, mi fingo interessato al video tamarro che corre sulla TV al plasma dello studio del dentista e lascio cadere il discorso. Dentro di me ripenso all’unica fiaba popolare ungherese che conosco, una fiaba contadina, che racconta come solo loro sanno quant’è dura la vita,una fiaba che dà il nome anche a un popolare ristorantino dell’ex amato VII distretto, la favola della zuppa di pietre:

C’era una volta un povero soldato di ritorno dalla guerra.. Era stanco e affamato, non mangiava da miglia e miglia. Aveva già attraversato molti villaggi, ma nessun contadino lo aveva mai accolto nella sua umila casa. “Mi rincresce caro il mio soldatino, ma io sono già così povero, c’è così poho da mangiare per me e per la mia famiglia” e un altro “ oh povero caro, ma guarda, guarda tu stesso sulla nostra tavola, com’è triste e vuota”. Cammina, cammina, il povero soldato giunse a un piccolo villaggio, ma ad un tratto gli venne un’idea. Davanti alla prima casetta raccolse una bella pietra ovale e liscia che luccicava lì sul selciato e bussò. Gli aprì una vecchina…“Bel soldato, purtroppo io sono così povera che nn riesco davvero a darle niente…” No signora, non desidero asoslutamente nulla da lei, ho solo qui con me una pietra magica che prepara una zuppa buonissima, mi serve solo una pentola piena d’acqua e del fuoco…” la vecchina incuriosita fece entrare il giovane e dopo pochi minuti il fuoco era già lì che ardeva nel camino.. Dopo un’oretta il soldato assaggiò la zuppa. “allora è buona??” “Si, cara nonnina, è quasi pronta, però ci vorrebbe, ecco, una punta di sale. “ la nonnina che già pregustava il sapore della zuppa di pietre, andò a prendere il sale e il soldato ne versò nella pentola. Dopo un poco il soldato assaggiò di nuovo la zuppa. Com’è la zuppa bel soldato? “quasi pronta nonnina, solo sarebbe più buona se ci mettessimo una bella cipolla…” La nonnina annuì e andò a prendere la cipolla… Seguirono nell’ordine un gambo di sedano, 3 grosse patate, due salsicce, osso di prosciutto, ciuffo di prezzemolo e pizzico di pepe.

La zuppa era buonissima e la vecchina inclinò pure il piatto per gustare anche l’ultimo filino rimasto. Il soldato stava per accomiatarsi quando la nonnina lo fermò. “Aspetti buon soldato, ecco, volevo chiederle.. per caso mi darebbe quella pietra magica? Certo a pagamento..” il soldato lasciò la casina con 3 denari nella tasca. Amen.

Buona zuppa di pietre a tutti.

Un selfie con i migranti

tutti a fotografare i migranti in attesa di ripartire, da qui, dalla stazione Keleti di Budapest..

migranti

C’è un muro tra Serbia e Ungheria, che verrà ultimato il 31 agosto, ma che per ora serve a ben poco. si oltrepassa camminando sui binari della ferrovia, strisciando in gruppo o entrando dalla porta di servizio, basta bussare. La prossima tappa è Budapest, la grande città, dove ci si riposa per un po’ nelle stazioni in attesa di altri grandi balzi..

E alla fine sono diventati una delle attrazioni della città, 3000 persone al giorno così tipiche, quelle che vedo ogni giorno in TV, fammi andare a vedere, prima che il vento cambi, che la Germania li accolga, che con l’arrivo dell’autunno le rotte migratorie si spostino verso sud..

Devi esser bravo però, che all’inizio nelle stradine laterali vedi qualche gruppo di gente dalla pelle più scura della tua e i vestiti un po’ stinti, sulle panchine o attorno a un bar e ci metti un minuto buono a riconoscerli apire se sono zingari, barboni, la sparuta comunità islamica autoctona o i migranti, Alla fine l’occhio si abitua e il migrante è quello serio, e concentrato. Per essere sicuro bisogna arrivare alla stazione, appena restaurata e inaugurata un annetto fa con tutto il nuovo sottopassaggio in parte anche scoperto, che conduce alla vecchia e alla nuova linea della metro. Ed eccoli qua, i migranti, son proprio loro, vicini e lontani, noi sopra appena avanti l’ingresso della stazione e loro lì sotto nell’ampio sottopassaggio con un bel parapetto che ci separa e da cui fotografarli con calma. Perchè è una stazione, ne passan di persone e tutti quelli che passano si fermano a fotografarli, dall’alto comodamente come gli elefanti allo zoo. Magari ci faccio caso perché il primo a sistemarsi accanto a me è un panzone con un teleobiettivo enorme, ma poi nell’ordine arrivano:

  • signora elegante con vestitino blue a pois bianchi e trolley, fotocamera da borsetta

  • due hipsters proto-olandesi maglia a righe bianche e blu da marinaio, red bull e sigaretta: uno fa all’altro “This is the reality”

  • Due voci italiane dietro di me con le idee un po’ confuse: “questi son quelli che sono sbarcati in Italia”

  • Altro grande teleobiettivo

  • due ragazzini del popolo, uno capelli alla Genny di Gomorra, canottiera nera hiphop, prende lo smartphone e si fa un selfie. Lo guardo male per qualche secondo fino a farmene accorgere poi distolgo lo sguardo e mi allontano.

Speriamo solo che le foto escan bene, che loro sono li’ sotto all’ombra, sotto il ponte della metro, appena dietro il cartello tipo parchetto di casa: transit zone.

Cosa si fotografa? Grandi macchie colorate, la prima cosa che salta all’occhio, in primo piano c’è una tenda da campeggio gialla rossa verde e blu, a spicchi, poi altre tende e i tappeti stesi che tappezzano il sottopasso: dal materassino da campeggio al tappeto di casa del salotto. Sui tappeti gente che aspetta, che han tolto le scarpe e le hanno ordinatamente accostate accanto al tappeto. Persone silenziose, che cercano di mantenere la dignità. E poi i bambini, quelli si vedono sempre nella foto, si muovono e la fanno venire mossa, come questo che gioca con una palla rosa, li sotto al sole, di spazio ce n’è qui nel sottopassaggio e i giocattoli.

La situazione dovrebbe migliorare, il comune sta allestendo dei centri di transito provvisori, zona stadio, in zona, un po’ come fece per i barboni, in zona fiera. Il più lo fanno favolosi movimenti civili, come si chiaman qui e associazioni umanitarie. Quasi assente invece la protezione civile, che in un paese normale dovrebbe prendersi carico dell’emergenza. Non saprei dire se impreparazione (ieri si è chiesto di mobilitare i cadetti di polizia formano dei gruppi che tradotti alla lettera hanno nomi da film: “i cacciatori della frontiera”), o volontà politica di esporre al pubblico ludibrio i migranti e rafforzare il sentimento nazionale del “non li vogliamo”.

E‘ all’interno della stazione che ti accorgi che in fondo sono viaggiatori come te, nel mese di agosto, con tenda, tappeto, famiglia al seguito e come ogni viaggiatore la preoccupazione primaria è ricaricarsi il cellulare e qui son tutti attorno all’unica presa della stazione libera, a cui han collegato almeno una decina di prolunghe e poi ogni tanto hanno fame e son viaggiatori coi portafogli carichi che spendono qualche migliaio di euro per un viaggio attraverso i balcani fino a uno zio che vive a Stoccarda, e prendono spesso il taxi e 500 fiorini ( 1.60 euro) per un trancio di pizza e una Fanta se li possono permettere e allevia le ore di attesa. Mi metto in coda anch’io, ho un po’ di fame, e poi la pizza nelle stazioni mi ricorda i miei viaggi.