In carrozza

la crisi dei migranti alla stazione Keleti di Budapest, il giorno dopo il giorno in cui i treni verso occidente iniziarono a partire..

foto: Fazekas Istvan on www.hvg.hu

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Premessa:

C’è un punto del centro quello solo per turisti dove se ci passo faccio notare ai miei occasionali ospiti una targa in marmo: qui visse nel 1944 Kasztner Rezso (…). e allora racconto la storia, una storia, di treni, stazioni, masse di disperate, gente costretta a lasciare per sempre il proprio paese verso occidente.

Il 30 Giugno1944 lasciarono Budapest 35 vagoni merci, diretti in Svizzera, con a bordo 1700 ebrei (la Germania allora era un po’ diversa). Organizzatore del convoglio Rudolf Kastner, avvocato e giornalista, che per conto dell’Aid and Rescue Committee di Budapest raggiunse un accordo con Eichmann, la partenza di un convoglio speciale in cambio di oro, diamanti, denaro contante. Lo stesso Kastner aveva paragonato il convoglio ferroviario ad un’arca di Noè: tutte le classi sociali. 173 bambini, molti dei quali orfani, 40 rabbini, lo scrittore Bela Zsolt, lo psichiatra Leopold Szondi, il cantante d’opera Dezso Ernster, Peter Munk, che divenne un noto uomo d’affari in Canada. Il viaggio costò 150,00 dollari (di allora) pagati da i passeggeri più facoltosi.

Dopo un viaggio di varie settimane, i passeggeri raggiunsero la Svizzera in due gruppi, il primo nell’agosto, il secondo nel dicembre 1944, sei mesi dopo la partenza. Il treno si fermò a lungo al confine tra Austria e Ungheria (allora tedesco -ungherese) dove la linea ferroviaria si sdoppiava in direzione est o ovest. Est voleva dire Auschwitz. Andò a Ovest, ma con destinazione il campo di concentramento tedesco di Bergen-Belsen, vicino Hannover, Germania.Bergen Belsen fu raggiunta il 7.7.1944 e I passeggeri destinati a una speciale sezione del campo “la sezione ungherese”.
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Oggi:

Il mio bel filobus rosso, che dovrebbe arrivare giusto a lato della stazione ci fa scendere tutti un bel po prima, sotto la chiesa di Sant’Elisabetta. Peccato perché fa caldo, veramente caldo, 36°C e già da un po’ di giorni. e ringrazio di beccare subito il verde e attraversare subito al semaforo. Provo ad affacciarmi al parapetto verso il sottopassaggio della stazione, ma il tanfo ti colpisce subito e ormai nn c’è più bisogno di guardare verso il basso, i migranti sono anche qua, su tutta la piazza, davanti al cordone di polizia che impedisce l’accesso alla stazione.

La TV di Stato aveva annunciato la chiusura della stazione, migranti che protestano e hanno invaso i binari, poi verso le 11.30 la polizia ha rimesso le cose a posto. Ecco in lontananza il cordone di polizia, li sulle scale di Keleti, pronto a far entrare solo i viaggiatori in possesso di regolare biglietto e documento di identità valido per l’espatrio, meglio ancora se di pelle bianca. Un gruppo di ragazzi spagnoli ha il suo bel da fare a farsi ammettere..

Keleti appena restaurata è bellissima, con in alto, sulla facciata l’apoteosi del vapore in pietra bianca là in alto che emerge là in mezzo al dio del fuoco e al dio delle acque, ma sotto la facciata ci sono queste persone scure, concentrate e incredibilmente ordinate, ogni giorno sempre di più, specie da ieri, da quando han fatto partire un treno o forse quattro, destinazione Austria e poi Germania. Dice Index.hu che tutti hanno un biglietto, mica ti chiedono i documenti in biglietteria, e neanche il controllore, solo al confine, ma non li facevano salire comuqnue, chissà perchè. Poi all’improvviso han detto Go! Go!. Li han fatti dalire ed è entrato chi poteva, quanti più potevano. E tutti col fiato sospeso fino al confine tra Austria e Ungheria Hegyeshalom, e lì ore e ore di attesa per sapere se il treno avrebbe proseguito o meno, e per dove.

Quelli rimasti son tanti, c’è molta più sporcizia in giro, e maggior tensione, è piena tutta l’area circostante, fin  dove c’era la fermata del 7 un tempo, e la biglietteria internazionale a cui si accedeva da una sala con i soffitti affrescati da Lotz Karoly, quello degli affreschi dell’Opera. E’ quasi ora di pranzo, lunghe file ai kebab, da pizzaking, i piu facoltosi dentro il macdonald, ma anche dentro il negozio di abbigliamento cinese e quello di telefonia, tutti incredibilmente concentrati e ordinati.

Sarà la suggestione, ma sembra di essere dentro un film, di quelli che ogni tanto hanno una scena in bianco e nero, con un dolly verso il basso in una stazione dell’Est Europa col suo gran capannone, fino a riprendere sotto grandi masse di disperati che fino a pochi mesi prima conducevano una vita diciamo tranquilla proletaria o medioborghese e si ritrovano con una valigia in cui c’è tutta la loro vita e magari la custodia di un violino nell’altra mano, con le donne che si prendono cura dei piccoli, i bambini che restano bambini con gli occhi vivi e lucidi e gli uomini in una giacca scolorita che prendono uno zuccherino caramellato kosher da uno che gira col panchetto e tentano di corrompere qualcuno che li porti via di lì. Forse esagero, forse amo troppo Polanski e il suo film Il pianista e la figura alta, magrissima, barba incolta del protagonista, l’americano di origine ungherese Adrian Brody, che mi sembra passare accanto.

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