I SIRIANI DI BUDAPEST

Come la numerosa comunità siriana di Budapest ha reagito di fronte all’emergenza dei migranti siriani

 

C’era una volta un flusso di migranti arabi, in gran parte siriani, verso il cuore dell’Europa, accettato e condiviso, al di là dei Balcani, in Ungheria, un paese che li accoglieva a braccia aperte per farne una piccola ma importante parte della sua popolazione. Erano gli anni ‘70 e ‘80, Ungheria e Siria erano paesi amici socialisti e internazionalisti (amicizia anche suggellata da una visita di stato di Assad padre a Budapest il 28 Novembre 1978, all’indomani degli accordi di Camp David); la facoltà di medicina e il politecnico di Budapest erano mete molto ambite per la formazione all’estero dei giovani siriani.

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La comunità siriana insediatasi così a Budapest ora conta 1500 persone. Il dottor K. è uno di loro, nato ad Homs, a Budapest dall’85, medico chirurgo, cardiologo presso un grande ospedale da 40.000 degenti l’anno della periferia sud di Budapest, un grande complesso socialista inaugurato con grande orgoglio nel 1980. Chi me l’ha presentato me ne ha parlato come di un dottore molto bravo, uno di quelli di cui i pazienti si ricordano. Uno dei medici che salva un paese con una sanità al collasso, in questi anni di lenta emorragia di giovani laureati in medicina, che in tanti lasciano l’Ungheria destinazione Gran Bretagna, Germania, Norvegia, paesi in cui possono guadagnare dieci volte più del loro stipendio nella sanità pubblica magiara.

 

Lo incontro nel suo studio dell’ospedale: lettino, scrivania, monitor, legno chiaro economico, i primi modelli in serie degli anni 80. Ha la faccia stanca, è tardo pomeriggio “oggi abbiamo avuto un caso grave, un intervento di parecchie ore”. “ora sta bene?” “Si.” Stende un po’ le gambe, controlla Facebook… “Era normale per noi venire a studiare qui in Ungheria, era il paese del patto di Varsavia più libero, più tollerante, col miglior tenore di vita. Germania Est, Bulgaria, Praga erano seconde scelte, chi poteva veniva qui, solo i migliori. E poi le scuole mediche e odontoiatriche erano ottime” La stessa buona formazione che ha una buona parte dei migranti di oggi, ed anche allora come oggi l’Europa (dell’Est) era una scelta di libertà..” Se fossi tornato.. da noi la naja durava due anni e mezzo e c’era la guerra in Libano, il regime non ci parlava d’altro se non di unità araba, dovevamo sentirci una grande nazione, un unico popolo, noi, insieme all’Egitto, Arabia, Giordania, persino la Libia.. immagina la mia sorpresa quando giunto qui ho visto i miei colleghi studenti di medicina palestinesi col passaporto israeliano. Erano arabo-israeliani e non avevano nessuna voglia di unità araba, erano felici di vivere in un paese libero. Io ero un giovane dottore, volevo vivere, l’Ungheria era un paese dove stavo bene.. “ L’integrazione è stata perfetta, dal 2000 ha preso la nazionalità ungherese, sogna persino in ungherese, l’arabo è diventata una seconda lingua, da parlare una volta l’anno, d’estate, quando si torna a trovare la famiglia, per portare le bambine dai nonni. “Certo questo fino allo scoppio della guerra. Mi sento comunque quotidianamente con i miei genitori, ho provato a farli arrivare qui, ma sono anziani, e poi ora in Siria non c’è più un’ambasciata ungherese, non possono neanche chiedere un visto.”

 

Il dottore non si aspettava certo di assistere a giorni come quelli di inizio settembre, con migliaia di profughi siriani che attraversano l’Ungheria e restano bloccati a Keleti, la stazione orientale di Budapest, senza nessuna assistenza, protezione civile o croce rossa che fosse, e poi una barriera di 175Km, fortemente voluta dal governo, costruita in un battibaleno per respingerli alla frontiera e l’opinione pubblica favorevole a questi provvedimenti. “Questa reazione è solo il frutto di odio fine a se stesso, odio verso tutti: rifugiati, ebrei, rom, è frutto dell’ignoranza. I siriani sono gente per bene, quelli che arrivano sono spesso giovani, istruiti, con in tasca i soldi per un lungo viaggio in Europa. Come ero io. Il muro è una soluzione sbagliata, si doveva pensare ad altro. L’opinione pubblica è stata preparata fin da giugno, con quei grandi cartelli in ungherese del tipo “Se vieni in Ungheria, non rubare il lavoro agli ungheresi”. Ma cosa ne sanno loro? Mio fratello ha avuto un razzo che gli è entrato in casa, non è esploso, è rimasto lì, nella stanza da bagno.. Mio fratello anche oggi ha un razzo dentro casa. Ecco, questa è la guerra in Siria.”

Pubblicamente è stato molto accorto. “Non mi espongo, glisso se qualcuno prende l’argomento, su Facebook scrivo solo per i miei amici più stretti o per me stesso. Leggo molte cose tremende, anche da persone che conosco da tanti anni, da cui proprio non me l’aspettavo, se proprio sono costretto gli scrivo dicendo: gentilmente, ti prego di contenerti..” Non ha aiutato direttamente i rifugiati, ma è nel suo ospedale han portato dei malati gravi, sapevano che c’era un bravo chirurgo che parla arabo..

La stessa attenzione l’ha avuta Nada, 33 anni, all’apparenza una ragazza sofisticata, che lavora presso una multinazionale, l’unica vera classe media della società ungherese. E’ figlia di un tecnico siriano arrivato in Ungheria nel ‘78 per un corso di pochi mesi e innamoratosi perdutamente di una ragazza di Buda all’uscita del suo ginnasio. Lei ha aiutato i rifugiati come traduttrice e ha curato certi aspetti legali, le sere libere le ha passate a denunciare i gruppi che sui social incitano all’odio.  “Sono perfettamente integrata, certo, sono ungherese, sono nata qui, i miei amici sono ungheresi, ho forse solo un’amica siriana e l’ho conosciuta pochi mesi fa. Ma andavo in Siria tutti gli anni, ricordo ancora quel favoloso odore di benzina e spazzatura di Damasco” Ha la pelle chiara, ha imparato a nascondere  le sue origini… “Ci sono sempre stata attenta, anche a scuola. Non lo vado a dire in giro. Sul posto di lavoro per esempio non me l’hanno mai chiesto, nè io l’ho mai detto. Il mio capo è un ebreo israeliano. E’ una cara persona, ma preferisco non dirlo in giro. Mi sono confidata solo con la mia collega più intima. In ufficio leggevo le notizie e andavo a piangere in bagno. Non sono la sola, vado in un centro di aiuto psicologico, mi han detto che hanno altre cinque persone con i miei problemi” Meglio non esporsi, anche Nada  è un nome inventato.

Al Ghaoui Hesna

Al Ghaoui Hesna

E’ stata molto circospetta anche Hesna al Ghaoui, l’ungherese di origine siriana più famosa del paese, nota giornalista televisiva, tre lauree in lingue, giurisprudenza e arti visive, una giovane donna brillante e femminile con la sua folta chioma riccia. E’ figlia di un medico siriano ora vicedirettore del Péterfy Korház, uno dei principali ospedali della capitale; ha vinto vari premi internazionali per i suoi reportage dalle zone di guerra del Medio Oriente. Lei tutto quello che aveva da dire lo ha affidato ad un lungo post su Facebook, dove non era attiva da anni, ringraziando coloro che hanno aiutato i migranti e affermando di voler serbare tutto il resto per la sfera privata. Babel, il suo programma di approfondimento in onda su M1, la RAI1 magiara, si è occupato a settembre non di Siria, guerre e campi di accoglienza, ma della scuola del futuro, dal collegio svizzero da 100.000 euro di retta annua alla famiglia della contea di Zala che educa da sola le figlie.

 

Giusto alle spalle di Váci utca, la famosa via dei turisti della città interna di Pest, c’è un ristorante con le pareti tappezzate da gigantografie della qasba di Aleppo, uno dei primi ristoranti etnici di Budapest, si chiama Al Amir, (l’emiro). La sua descrizione inizia parlando della Siria come del paese più più variopinto del mondo arabo: sunniti, alauiti, drusi, curdi, armeni, cristiani, quaranta diverse culture e gastronomie una accanto all’altra. Ora quell’armonia è esplosa. Il dottor K. è cristiano, i suoi due migliori amici sono musulmani, e sono ancora grandi amici. La comunità invece si è spaccata, come la madrepatria Siria. Un tempo la comunità era  raccolta attorno all’associazione degli ex alunni di medicina, alla camera siriana all’interno dell’Ordine dei Medici Ungheresi, all’ambasciata. L’ambasciata è chiusa, il Centro Culturale Ungherese del Levante, che aveva nei manifesti accanto alle bandiere di Siria, Libano e Ungheria anche quella dell’Unione Europea, ha ceduto il posto alla Federazione delle Comunità della Gioventù Ungherese (MIKSZ) che, a dispetto del nome è ancora un’associazione di ungheresi di origine siriana. Nella sua sede è però ora esposto alle pareti tra tappeti e spade intarsiate e polverose il ritratto di Assad cinto dalle bandiere siriana e russa. Non sorprende quindi che il MIKSZ abbia organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata russa all’indomani dell’intervento militare di Putin. Il portavoce del MIKSZ, parla di Siria, Iraq, Libia, socialismo arabo per il bene del popolo e imperialismo americano. “Siamo con la Russia, l’unico paese che si oppone alle politiche statunitensi in Medio Oriente. L’intervento russo è una svolta storica, per l’Europa ed il mondo.”Tra gli interventi precedenti si erano levate le grida: “La Siria si oppone, resiste. Viva la Russia! Viva la Siria, Il popolo siriano e l’esercito siriano! Viva il presidente Putin, colui che guiderà i nostri giovani!”

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Federazione delle Comunità della Gioventù Ungherese (MIKSZ) manifestazione a favore dell’intervento russo in Siria

 

Walid al Bunni

Walid al-Bunni

Una voce diversa è quella di Walid al-Bunni, dottore siriano laureatosi a Budapest, otorinolaringoiatra. Dalla morte di Assad padre è diventato uno dei leader dell’opposizione liberale in Siria, ispirando il proprio operato alla transizione democratica in Ungheria all’indomani del crollo del muro di Berlino. Ha trascorso in tutto otto anni nelle prigioni di Bashir el-Assad e allo scoppio della primavera araba in Siria è stato tra i principali esponenti e portavoce, della National Coalition Of Syrian Revolution and Opposition Forces, la federazione di dissidenti ed oppositori di Assad che nel 2012 i paesi occidentali hanno tentato di porre come legittimo rappresentante della Siria, ma che ha poi perso gran parte della sua credibilità, internazionale e sul campo, tra lotte intestine e  difficile dialogo con l’ala islamica della coalizione. E’ un editorialista molto ascoltato; sulla emergenza rifugiati parlava di: “Oppressione e umiliazioni infinite ai confini, dopo che l’estrema destra è riuscita a terrorizzare l’opinione pubblica creando un movimento popolare anti islamico attraverso il continente.”

Walid al-Bunni è diventato anche il referente diplomatico siriano in Ungheria da quando il 22 dicembre 2012 l’ambasciatore siriano a Budapest è stato ufficialmente invitato a lasciare il paese. L’ambasciata ora è chiusa, e ciò ha causato anche gravi problemi pratici per i rifugiati arrivati negli ultimi mesi. Se si prova ad andare nei pressi di questa grande villa sulla gran via che si inerpica sulle verdi colline di Buda la si riconosce subito: garitta militare all’apparenza vuota, grandi pannelli di metallo che negano la vista, emblema con l’aquila siriana. La scritta sulla targa dorata dice: “Repubblica Araba Siriana”, la Siria di Assad. Dopo poco dalla garitta che pareva vuota inaspettatamente esce un militare. “L’ambasciata è chiusa.”, dice “Vienna. Andare a Vienna”, ripete.  Budapest non va più bene. Ma questo i nuovi migranti lo sapevano già.

(lavoro di reportage per il collettivo giornalistico WOTS? – walking on the south )

 

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