Budapest omaggia Piedone

commemorazione Bud Spencer a BudapestSul mitico bus n.7 che mi porta a destinazione c’è un tipo grosso con la maglietta azzurra un po’ sgualcita di Banana Joe, un bel Bud Spencer sorridente. Stiamo andando tutti a Stefania ùt, dove c’è l’ambasciata italiana. Un tamtam su facebook ed ecco forse 1000  persone assiepate davanti alla nostra benemerita ambasciata che chissà da quanto tempo nn ne vedeva così tanti…

Son tutti qui per commemorare Bud Spencer, che ieri ahinoi ci ha lasciato. Come si usa fare qui, in Ungheria, tutti in silenzio, tutti in fila per accendere una candela, deporre un fiore un ricordo un oggetto personale per ricordare l’uomo che non c’è più. Buona parte con la maglietta di Bud Spencer, spesso del fan club Bud Spencer e Terence Hill Ungheria, tanta gente del popolo, gente che si riconosceva in loro… Alle 8.25 si accosta persino una macchina, resta parcheggiata e mette a basso volume ma ben udibile la musica inconfondibile di Banana Joe. Più forte ragazzi. Due ragazze piangono, una consola l’altra.

Se vi sorprende questo amore per il nostro cinema così italico, vorrei dire: Quando mi si chiede come è visto l’italiano qui io inizio sempre a parlare della mia collezione di DVD dei film di Bud Spencer e Terence Hill uscita con il tabloid locale Blikk (quello che costa 30 cent e legge la massaia sul tram con cronaca nera nerissima ). Blikk dato in allegato  i loro DVD una volta a settimana per 20 settimane, diciamo un bel catalogo. addirittura qualcuno con un duplice doppiaggio, che in Ungheria nacque un epigono di Bud Spencer, un attore magiaro ben piazzato e con la barba, simpatico e senza tante arie che si ritrovava a dar cazzotti nelle bettole per togliere dai guai deboli e indifesi..  e a un certo punto ridoppiò anche i film del suo maestro..

è che un tempo l’Ungheria era il paese del blocco socialista più aperto all’occidente e l’Italia il paese occidentale col partito comunista più forte e organizzato. Il piu grande regista ungherese Jancso Miklos ha vissuto 10 anni in Italia e la nostra cultura popolare era Celentano e i film di Bud Spencer e Terence Hill. e poi in fondo a conoscerli bene Bud Spencer e Terence Hill son proprio come sotto sotto vorrebbe essere ogni ungherese, col cuore d’oro, le gare di birra e salsiccia in una bettola dove sentirsi a casa, le auto fighe e il potente di turno che fa la parte del coglione e la vita presa in giro.. più forte ragazzi.

solo alla fine riesco ad avvicinarmi al cancello dell’ambasciata, mi faccio strada dietro un tizio enorme pelato, con una fascia nera sulla fronte e la maglia di Totti: sulla cancellata dell’ambasciata italiana gli unghersi han deposto tanti ceri e candele accese allineate, foto di Bud Spencer sorridenti stampate in A4,  una incorniciata da due rose bianche, il fiore del lutto qui in Ungheria, qualcuna a colori, uno ha messo il DVD di Kincs ami nincs ( chi trova un amico trova un tesoro), un altro due lattine di birra tra le candele. Bud Spencer apprezzerà.

e alla fine è venuta voglia pure a mia di andare alla bettolasottocasa… ora son là

 

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I SIRIANI DI BUDAPEST

Come la numerosa comunità siriana di Budapest ha reagito di fronte all’emergenza dei migranti siriani

 

C’era una volta un flusso di migranti arabi, in gran parte siriani, verso il cuore dell’Europa, accettato e condiviso, al di là dei Balcani, in Ungheria, un paese che li accoglieva a braccia aperte per farne una piccola ma importante parte della sua popolazione. Erano gli anni ‘70 e ‘80, Ungheria e Siria erano paesi amici socialisti e internazionalisti (amicizia anche suggellata da una visita di stato di Assad padre a Budapest il 28 Novembre 1978, all’indomani degli accordi di Camp David); la facoltà di medicina e il politecnico di Budapest erano mete molto ambite per la formazione all’estero dei giovani siriani.

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La comunità siriana insediatasi così a Budapest ora conta 1500 persone. Il dottor K. è uno di loro, nato ad Homs, a Budapest dall’85, medico chirurgo, cardiologo presso un grande ospedale da 40.000 degenti l’anno della periferia sud di Budapest, un grande complesso socialista inaugurato con grande orgoglio nel 1980. Chi me l’ha presentato me ne ha parlato come di un dottore molto bravo, uno di quelli di cui i pazienti si ricordano. Uno dei medici che salva un paese con una sanità al collasso, in questi anni di lenta emorragia di giovani laureati in medicina, che in tanti lasciano l’Ungheria destinazione Gran Bretagna, Germania, Norvegia, paesi in cui possono guadagnare dieci volte più del loro stipendio nella sanità pubblica magiara.

 

Lo incontro nel suo studio dell’ospedale: lettino, scrivania, monitor, legno chiaro economico, i primi modelli in serie degli anni 80. Ha la faccia stanca, è tardo pomeriggio “oggi abbiamo avuto un caso grave, un intervento di parecchie ore”. “ora sta bene?” “Si.” Stende un po’ le gambe, controlla Facebook… “Era normale per noi venire a studiare qui in Ungheria, era il paese del patto di Varsavia più libero, più tollerante, col miglior tenore di vita. Germania Est, Bulgaria, Praga erano seconde scelte, chi poteva veniva qui, solo i migliori. E poi le scuole mediche e odontoiatriche erano ottime” La stessa buona formazione che ha una buona parte dei migranti di oggi, ed anche allora come oggi l’Europa (dell’Est) era una scelta di libertà..” Se fossi tornato.. da noi la naja durava due anni e mezzo e c’era la guerra in Libano, il regime non ci parlava d’altro se non di unità araba, dovevamo sentirci una grande nazione, un unico popolo, noi, insieme all’Egitto, Arabia, Giordania, persino la Libia.. immagina la mia sorpresa quando giunto qui ho visto i miei colleghi studenti di medicina palestinesi col passaporto israeliano. Erano arabo-israeliani e non avevano nessuna voglia di unità araba, erano felici di vivere in un paese libero. Io ero un giovane dottore, volevo vivere, l’Ungheria era un paese dove stavo bene.. “ L’integrazione è stata perfetta, dal 2000 ha preso la nazionalità ungherese, sogna persino in ungherese, l’arabo è diventata una seconda lingua, da parlare una volta l’anno, d’estate, quando si torna a trovare la famiglia, per portare le bambine dai nonni. “Certo questo fino allo scoppio della guerra. Mi sento comunque quotidianamente con i miei genitori, ho provato a farli arrivare qui, ma sono anziani, e poi ora in Siria non c’è più un’ambasciata ungherese, non possono neanche chiedere un visto.”

 

Il dottore non si aspettava certo di assistere a giorni come quelli di inizio settembre, con migliaia di profughi siriani che attraversano l’Ungheria e restano bloccati a Keleti, la stazione orientale di Budapest, senza nessuna assistenza, protezione civile o croce rossa che fosse, e poi una barriera di 175Km, fortemente voluta dal governo, costruita in un battibaleno per respingerli alla frontiera e l’opinione pubblica favorevole a questi provvedimenti. “Questa reazione è solo il frutto di odio fine a se stesso, odio verso tutti: rifugiati, ebrei, rom, è frutto dell’ignoranza. I siriani sono gente per bene, quelli che arrivano sono spesso giovani, istruiti, con in tasca i soldi per un lungo viaggio in Europa. Come ero io. Il muro è una soluzione sbagliata, si doveva pensare ad altro. L’opinione pubblica è stata preparata fin da giugno, con quei grandi cartelli in ungherese del tipo “Se vieni in Ungheria, non rubare il lavoro agli ungheresi”. Ma cosa ne sanno loro? Mio fratello ha avuto un razzo che gli è entrato in casa, non è esploso, è rimasto lì, nella stanza da bagno.. Mio fratello anche oggi ha un razzo dentro casa. Ecco, questa è la guerra in Siria.”

Pubblicamente è stato molto accorto. “Non mi espongo, glisso se qualcuno prende l’argomento, su Facebook scrivo solo per i miei amici più stretti o per me stesso. Leggo molte cose tremende, anche da persone che conosco da tanti anni, da cui proprio non me l’aspettavo, se proprio sono costretto gli scrivo dicendo: gentilmente, ti prego di contenerti..” Non ha aiutato direttamente i rifugiati, ma è nel suo ospedale han portato dei malati gravi, sapevano che c’era un bravo chirurgo che parla arabo..

La stessa attenzione l’ha avuta Nada, 33 anni, all’apparenza una ragazza sofisticata, che lavora presso una multinazionale, l’unica vera classe media della società ungherese. E’ figlia di un tecnico siriano arrivato in Ungheria nel ‘78 per un corso di pochi mesi e innamoratosi perdutamente di una ragazza di Buda all’uscita del suo ginnasio. Lei ha aiutato i rifugiati come traduttrice e ha curato certi aspetti legali, le sere libere le ha passate a denunciare i gruppi che sui social incitano all’odio.  “Sono perfettamente integrata, certo, sono ungherese, sono nata qui, i miei amici sono ungheresi, ho forse solo un’amica siriana e l’ho conosciuta pochi mesi fa. Ma andavo in Siria tutti gli anni, ricordo ancora quel favoloso odore di benzina e spazzatura di Damasco” Ha la pelle chiara, ha imparato a nascondere  le sue origini… “Ci sono sempre stata attenta, anche a scuola. Non lo vado a dire in giro. Sul posto di lavoro per esempio non me l’hanno mai chiesto, nè io l’ho mai detto. Il mio capo è un ebreo israeliano. E’ una cara persona, ma preferisco non dirlo in giro. Mi sono confidata solo con la mia collega più intima. In ufficio leggevo le notizie e andavo a piangere in bagno. Non sono la sola, vado in un centro di aiuto psicologico, mi han detto che hanno altre cinque persone con i miei problemi” Meglio non esporsi, anche Nada  è un nome inventato.

Al Ghaoui Hesna

Al Ghaoui Hesna

E’ stata molto circospetta anche Hesna al Ghaoui, l’ungherese di origine siriana più famosa del paese, nota giornalista televisiva, tre lauree in lingue, giurisprudenza e arti visive, una giovane donna brillante e femminile con la sua folta chioma riccia. E’ figlia di un medico siriano ora vicedirettore del Péterfy Korház, uno dei principali ospedali della capitale; ha vinto vari premi internazionali per i suoi reportage dalle zone di guerra del Medio Oriente. Lei tutto quello che aveva da dire lo ha affidato ad un lungo post su Facebook, dove non era attiva da anni, ringraziando coloro che hanno aiutato i migranti e affermando di voler serbare tutto il resto per la sfera privata. Babel, il suo programma di approfondimento in onda su M1, la RAI1 magiara, si è occupato a settembre non di Siria, guerre e campi di accoglienza, ma della scuola del futuro, dal collegio svizzero da 100.000 euro di retta annua alla famiglia della contea di Zala che educa da sola le figlie.

 

Giusto alle spalle di Váci utca, la famosa via dei turisti della città interna di Pest, c’è un ristorante con le pareti tappezzate da gigantografie della qasba di Aleppo, uno dei primi ristoranti etnici di Budapest, si chiama Al Amir, (l’emiro). La sua descrizione inizia parlando della Siria come del paese più più variopinto del mondo arabo: sunniti, alauiti, drusi, curdi, armeni, cristiani, quaranta diverse culture e gastronomie una accanto all’altra. Ora quell’armonia è esplosa. Il dottor K. è cristiano, i suoi due migliori amici sono musulmani, e sono ancora grandi amici. La comunità invece si è spaccata, come la madrepatria Siria. Un tempo la comunità era  raccolta attorno all’associazione degli ex alunni di medicina, alla camera siriana all’interno dell’Ordine dei Medici Ungheresi, all’ambasciata. L’ambasciata è chiusa, il Centro Culturale Ungherese del Levante, che aveva nei manifesti accanto alle bandiere di Siria, Libano e Ungheria anche quella dell’Unione Europea, ha ceduto il posto alla Federazione delle Comunità della Gioventù Ungherese (MIKSZ) che, a dispetto del nome è ancora un’associazione di ungheresi di origine siriana. Nella sua sede è però ora esposto alle pareti tra tappeti e spade intarsiate e polverose il ritratto di Assad cinto dalle bandiere siriana e russa. Non sorprende quindi che il MIKSZ abbia organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata russa all’indomani dell’intervento militare di Putin. Il portavoce del MIKSZ, parla di Siria, Iraq, Libia, socialismo arabo per il bene del popolo e imperialismo americano. “Siamo con la Russia, l’unico paese che si oppone alle politiche statunitensi in Medio Oriente. L’intervento russo è una svolta storica, per l’Europa ed il mondo.”Tra gli interventi precedenti si erano levate le grida: “La Siria si oppone, resiste. Viva la Russia! Viva la Siria, Il popolo siriano e l’esercito siriano! Viva il presidente Putin, colui che guiderà i nostri giovani!”

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Federazione delle Comunità della Gioventù Ungherese (MIKSZ) manifestazione a favore dell’intervento russo in Siria

 

Walid al Bunni

Walid al-Bunni

Una voce diversa è quella di Walid al-Bunni, dottore siriano laureatosi a Budapest, otorinolaringoiatra. Dalla morte di Assad padre è diventato uno dei leader dell’opposizione liberale in Siria, ispirando il proprio operato alla transizione democratica in Ungheria all’indomani del crollo del muro di Berlino. Ha trascorso in tutto otto anni nelle prigioni di Bashir el-Assad e allo scoppio della primavera araba in Siria è stato tra i principali esponenti e portavoce, della National Coalition Of Syrian Revolution and Opposition Forces, la federazione di dissidenti ed oppositori di Assad che nel 2012 i paesi occidentali hanno tentato di porre come legittimo rappresentante della Siria, ma che ha poi perso gran parte della sua credibilità, internazionale e sul campo, tra lotte intestine e  difficile dialogo con l’ala islamica della coalizione. E’ un editorialista molto ascoltato; sulla emergenza rifugiati parlava di: “Oppressione e umiliazioni infinite ai confini, dopo che l’estrema destra è riuscita a terrorizzare l’opinione pubblica creando un movimento popolare anti islamico attraverso il continente.”

Walid al-Bunni è diventato anche il referente diplomatico siriano in Ungheria da quando il 22 dicembre 2012 l’ambasciatore siriano a Budapest è stato ufficialmente invitato a lasciare il paese. L’ambasciata ora è chiusa, e ciò ha causato anche gravi problemi pratici per i rifugiati arrivati negli ultimi mesi. Se si prova ad andare nei pressi di questa grande villa sulla gran via che si inerpica sulle verdi colline di Buda la si riconosce subito: garitta militare all’apparenza vuota, grandi pannelli di metallo che negano la vista, emblema con l’aquila siriana. La scritta sulla targa dorata dice: “Repubblica Araba Siriana”, la Siria di Assad. Dopo poco dalla garitta che pareva vuota inaspettatamente esce un militare. “L’ambasciata è chiusa.”, dice “Vienna. Andare a Vienna”, ripete.  Budapest non va più bene. Ma questo i nuovi migranti lo sapevano già.

(lavoro di reportage per il collettivo giornalistico WOTS? – walking on the south )

 

gli anni del maiale

Di che segno sei? – Maiale ascendente topo

(Diego Abatantuono e Stefania Sandrelli, Ecceziunale veramente)

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27 gennaio, giornata della memoria. in prima mattinata su Rai2 passa Perlasca, con Luca Zingaretti, l’uomo d’affari italiano di stanza a Budapest che si finse console di Spagna per salvare migliaia di Ebrei ungheresi  nel lontano inverno del ’44. un eroe o una spia o tutte e due,  peccato che Wallenberg è diventato più famoso. Girato nel 2oo2. Un soldato nazista tenta di stuprare la bella ebrea. Il suo fidanzatino raccoglie un coltello a serramanico da terra e lo uccide piantandoglielo nelle spalle. La storia cambia. la scena del delitto è in posto grigio e polveroso, cortili bassi e grigi collegati da un lungo passaggio. il Gozsdu udvar, com’era nel 2002. Oggi insegne luminose pub, locali, la parte più figa della città.

 Italia e Ungheria unite nella memoria.  In italia han mandato teste di maiale a istituzioni ebraiche, si sa ci si diverte con poco e maiale è chi maiale fa.

il fatto è però che io vivo in Ungheria e l’Ungheria è un po’ la patria del maiale, quasi ogni famiglia di Budapest ha un parente in provincia con una maiale che ammazza due volte l’anno e l’economia si deve basare sul maiale. Certo ci sono stati i grandi lavori pubblici, il fiorino debole e le nuove fabbriche di automobili, ma la terza gamba per risollevare l’economia è il maiale sottoforma di generosi sgravi fiscali sui derivati del maiale e aumento del consumo di salsicce e costolette di maiale. Homer Simpson adorerebbe l’Ungheria..

nn mi stupisco allora se  alle tre teste di maiale italiane io associo i piedi di maiale messi nel 2009 sul monumento all’olocausto a Budapest, lì sul lungodanubio, alle spalle del parlamento e che se poi cerco il link perchè nei blog tanti link sono obbligatori ritrovo anche giusto 2 anni fa altri bei piedi di porco sul monumento di Wallenberg nel centenario della nascita.  la mia memoria è questa.. certo piccoli atti di una banda di goliardi, ma il problema ci si dice è nn dimenticare, nn chiudere gli occhi e nn giustificare

avevo in realtà in serbo dei vecchi appunti di qualche giorno fa che mi ero tenuto buoni per il giorno della memoria… gli appunti dicevano: “Alla radio leggono un pezzo di Furio Colombo,  ci si prepara con buon anticipo alla giornata della memoria, l’importante è andare preparati e nn affidarsi solo alla memoria a breve termine… Si parla dei diari dell’ambasciatore USA a Berlino, all’indomani dell’ascesa democratica di Adolf Hitler, erano anni in cui l’estrema destra faceva paura un po’ in tutta europa, ma si sa l’Europa ha forti radici democratiche. Ambasciatore: Non vogliono ricevere i nostri dplomatici perchè sono ebrei… Washington: Non importa, cambiamoli con dei non ebrei, è un fenomeno passeggero, non si preoccupi, passerà, la crisi finirà e saremo tutti più felici, ricchi, lavoreremo e saremo meno incazzati.

altri stralci  1933 Hitler è al potere ma la maggioranza dei tedeschi non lo ama. 1938 è incredibile come la popolazione sia così solidale col regime..  potere della propaganda e della buona amministrazione..

l’articolo si chiude con l’esortazione a tenere gli occhi aperti, l’esempio che pone Furio Colombo è l’Ungheria, terra di grande cultura e tradizione dove ora è tornato l’antisemitismo….. bene l’Ungheria sta diventando famosa, ci si candida Berlusconi, forse e  la cita il capo dei forconi come mito ed esempio da imitare.. Ma forse qui il grande Furio Colombo forse si sbaglia, l’antisemitismo non è tornato, giusto non se ne è mai andato e ora è uscito appena allo scoperto, è rimasto giusto sottotraccia, come un po’ in tutti noi del resto,  chi vorrebbe del resto un ministro nero e pure preparato in parlamento? è che non hanno visto le figlie. sono bellissime (foto)

Tanto nn cambia niente ? Iran a Budapest

La vita è fatta di grandi cose, come quello che pensano in questo momento gli iraniani. Ma anche piccole cose di cui andare fieri. Per esempio a me ad Ottobre scorso è capitato che potevo dire in giro  che il mio dentista era iraniano. Mi ha tirato un dente, il penultimo molare, ne era rimasto solo un moncherino e ha fatto una fatica ad estrarlo. Eh si che avevo un dentista ungherese, qui son bravi e affidabili, e ogni tanto al Vittula passa un inglese o svedese venuto qui a rifarsi i denti. Questo dentista poi era un amico e finalmente avevo qualcuno a cui affidare i miei denti malandati. E invece lui una guardata ce l’ha data, ma poi ha confessato che è un gyermekorvos, un dentista dei bambini, meglio andare dall’altro dentista del suo studio, garantiva lui.

Aveva pure un nome strano, Kaveh, che suona in ungherese quasi come il Dr. Caffè.  Fu strano la prima volta, era un po’ scuro di pelle ma appena appena, bonario, un suo modo di fare mediterraneo e troppo cordiale e io non mi ci ero più abituato a certe cose. Io sono una persona discreta, mica cazzi, e gli ho fatto poche domande, ma qualcosa la sapevo, il padre era un famoso dentista iraniano, lui ha vissuto fuori dall’Iran, chissà come mai in fondo è un paese democratico. Prima a Vienna,e poi ha studiato a Budapest ed eccolo qua, ma mica ci stava bene a Budapest, anche dopo tanti anni. Alla fine dell’anno ha avuto un lutto in famiglia, un lutto grave, la famiglia viveva a Vienna. Ha accompagnato il feretro indietro in Iran, ma in Iran mica ci voleva restare. Abbiamo iniziato un’altra cura al dente affianco. A Febbraio per mettermi a mio agio ha cercato le cose che aveva letto ultimamente sull’Italia e mi ha chiesto dell’Alitalia. (oggi mi avrebbe di certo chiesto delle puttane di Berlusconi). Allora io gli ho chiesto se tornava in Iran per votare. “No, non ci vado. Tanto non cambia niente”. Non si può dire che nn abbia avuto ragione. In Italia da bravo cittadino avrei dunque risposto che il singolo voto è importante, ma credo proprio che sapeva di quello che parlava.

Certo a lui un po’ ho pensato quando l’altro giorno ero al lavoro in un ufficio di Stefania ùt, e abbiam sentito rumor di folla, e grida e cori. Nessuno si è scomposto, ‘iraniani’ abbiam detto, son loro. Si, perché su Stefania ùt c’è l’ambasciata iraniana. Il viale Stefania sarà pure una via che unisce il parco cittadino, il Vàrosliget, alla zona degli stadi (lo stadio Puskas Ferenc, dove gioca la nazionale, e il palazzetto dello sport Papp Làszlo, famoso pugile campione olimpico) ma qui ci sono anche 4 o 5 ambasciate ospitate in splendide ville di inizio secolo, quando questa era la zona più cool per una residenza signorile, polgar, borghese come si dice qui.. Il caso avrà deciso l’ordine, ma certo è strano vedere nell’ordine Libia, Svizzera, Iran, Italia, Prima a metà, tra Svizzera e Iran, c’era anche la Germania Federale, ora ristrutturata a uso uffici mentre la Germania si è riunita al Castello di Buda, in quella che prima era diventata la sede DDR. Più in là c’è una caserma della polizia e il museo nazionale di geologia, che luccica col suo tetto blu, splendore del liberty.

I manifestanti son rimasti un paio d’ore scandito slogan, agitato cartelli bianchi e verdi. Qui a Budapest avevo un’amica che studiava danze orientali all’università (certo niente diritto pubblico o analisi 2) e studiava anche il persiano. Assicurava che è una lingua indoeuropea, abbastanza simile alla nostra in fondo. Io comunque capivo solo Massaui e Akmanid..

Le ultime notizie che ho del mio Dr. Kaveh son che è andato in Norvegia, ora forse è in Olanda, così almeno dice il mio amico dentista. Di certo sarà attaccato a un pc per aver notizie. da casa.

palmi bianchi

Le domeniche, ci si sente soli da expats. e allora vado a mangiare da Mimmo, un bengalese capitato qui per caso, che ha lavorato 14 anni in Italia nelle cucine e si fa chiamare Mimmo anche qui. Qui ha rilevato un bufè bengalese, il Banglia Bufè. Ci vado una volta a settimana io al Banglia bufè.

Mimmo sorride ma anche per lui è domenica noiosa. Mi dice che va a pregare. Cinque volte, tutte insieme. Si può?. In realtà non si potrebbe, ma meglio che niente no?.
Mi fa assaggiare un cucchiaino di una poltiglia. L’ha preparata per un amico, va da lui dopo la preghiera. Son raffreddato e non capisco di che cavolo dia la poltiglia marrone. Il colore è quello della merda. Buono eh? Mi fa. Ma capisce che nn apprezzo. La definisce pesto col pesce. Pesce?. Si quello nel barattolo, mi fa.  (?!).

Quando pago la mia onesta scodella di pollo al curry con pachati di accompagnamento Mimmo è andato a pregare a Budafoki ùt ed è il cameriere-aiutante mi parla. Anzi ci rimane male che me ne vado solo dopo 20 minuti. Se sapesse che lo citiamo sempre da quando sono andato a mangiare lì con Angelo. Quel giorno Angelo era in libera uscita. A un certo punto si gira e vede questo indiano di mezza età lentissimo e goffo, che move piano una gamba poi l’altra, tutto ingobbito come un personaggio di un videogioco fantasy, per non far cadere i bicchieri che regge uno per mano, pieni di una cosa bianca e lattiginosa, massalaga, o comecavolosichiama, a base di jogurth e cocco e mango.

Mimmo non lo chiama Mimmo, ma Memmòn, Il suo vero nome. tutti vogliono bene a Memmon, Memmon è una persona buona e simpatica. lui invece ha un nome ancora più difficile. Mi dice in un bruttissimo inglese la storia della sua vita. E’ qui dal dicembre 2001. Lavora in ambasciata. Comunque è vero, mi mostra il permesso di soggiorno diplomatico, che ha nel portafoglio non si sa mai, col timbro del ministero degli esteri. E’ gentile, ma è strano e parla male. Non parla ungherese. Parla arabo. pero’. E’ stato 13 anni in Arabia Saudita. Alla parola Arabia  non lo fermo più. E’ un paese ricco, ricchissimo. Il petrolio è come in Iraq, esce dalla terra come l’acqua bollente dalla teiera, non bisogna scavare. Si lavora tanto, ci sono tanti lavoratori là, bengalesi, pakistani (indiani non lo dice) tagikistan, kirgzi, Afgani. Tanti afgoni. Se c’è una cucina è piena di afgani. E’ un paese ricco, ognuno vive a casa sua, non si vive in 5 in una casa come in Europa. Anche nei ristoranti si lavora in tanti. Uno fa il riso, uno il pachati, uno lava, uno asciuga, uno controlla che tutto si asciughi bene. Si spende poco. L’esempio che mi fa è la cocacola. Una lattina 50 centesimi, una bottiglia da un litro e mezzo 5 real, meno di un dollaro. Anche a Nicosia costa tanto.
Ogni tanto si affaccia l’altro aiutante. Lui è giovane giovane, lavora nell’ambasciata del Qatar. Lui l’inglese lo parla. Non si intromette nella conversazione per rispetto a noi anziani.

Lui lavorava a Jedda, ma l’Arabia è grande, immensa, ci sono più di 250 città. Città grandi. E tutto il golfo, Dubai, Kuwait, Doha. Con la guerra è anche meglio, il dollaro è più ricco e  tutti sono ricchi. Anche dal libano vengono qui. (dice sempre qui anzichè lì).  Fa caldo, molto caldo. C’è deserto, case e mare. Ogni casa è sul mare per il caldo. Ma ora fa freddo, è inverno. Fanno 20 gradi, 15 gradi, a quindici gradi la gente in Arabia ha freddo e batte i denti. Fa lo stesso gesto di Verdone che prima ha un sacco caldo poi un sacco freddo. Il suo cuore è in Arabia.

Ma anche lui mi dice una cosa bella, anzi bellissima, Come sono gli arabi? Brava gente? Per rispondermi mi mostra prima la mano, il palmo della mano. Io qui a Budapest sono un provinciale, mi meraviglio ancora di come risalti contro il bel colore nocciola della sua sua pelle il pallore del suo palmo, tratti negroidi, come le sue labbra carnose, come le labbra carnose di Li. Palmi bianchi, come il film di Szabolcs, visto qui tre anni fa, i palmi bianchi di talco dei ginnasti. Mi mostra la mano poi dice che ci sono persone buone e persone meno buone. Come in Bangladesh, come in Italia, come dappertutto. Persone buone e meno buone. Come qua.

Attila ùt 75.000 fiorini

Tra un po’ è Natale e si brinderà tutti. Brindare si dice koccintani, ma anche il semplice brindare è un pò complicato in Ungheria: l’ungherese un po’ più puro si sentiva in dovere di non brindare a birra fino al 1998, quello ancor più puro  ancora non si permette.

Il tutto per qualcosa avvenuto giusto sotto la casa che ho visto ieri, tra Deli Palyaudvar, la stazione sud, nella sua bella architettura di regime, e piazza Mosca. E’ sul Vérmező, il bel parco verde di Buda; Vérmező è un nome tragico, alla lettera è campo di sangue, è qui che gli Asburgo fucilarono i generali della rivolta del 1848 e poi brindarono con un bel boccale di birra, accostando fragorosamente i vetri come si conveniva. Il magiaro giurò di nn brindare urtando i bicchieri per 150 anni da allora.

E’ da queste parti che sono oggi,  un mio amico mi mette in contatto con una Neni (zia) che ha un giro di case, proprio lì sul campo di sangue, in Attila ùt (non il poeta Joszef Attila, morto suicida a pocopiùditrentanni; ma per il noto ristorante da Attila, come Dob utca nel mio amato VII distretto, -dob=tamburo- per il ristorante ai 3 tamburi, della Pest dell’800).

La casa non va bene, la Neni alza il prezzo spacciando un alto interessamento da un’ambasciata del lontano oriente. Magari vado a farmi una birra; da domani inizierò a guardare gli annunci da straniero.

P.S. la storia del post è veramente bella, ma è un po’ tutta una balla, un attenta lettrice mi dice che non è vero niente, nel campo di sangue  furono sì fucilati generali magiari, ma della rivolta antiasburgo precedente, quella di fine 700, guidata da Martinovich. Cercherò di fare più attenzione alle fonti e cambio informatore. prometto.  Attento caro lettore, il problema dell’informazione moderna è che ce n’è troppa. Ma per fortuna ho cari e affezionati lettori. Köszi, Edit. un mazzolin di fiori di bodza per te.

UK dove sei?

Annunciata la chiusura del British Council di Budapest, insieme  ad altre sedi europee. La Gran Bretagna guarda a Medio Oriente e Asia Centrale.

Verso Piazza degli Eroi, in strade che percorro normalmente di corsa per andare alla metro gialla,  c’è la sede del British Council, l’istituto di cultura britannico, in un quartiere dolce e alberato che è il quartiere diplomatico di Budapest, fatto di ville liberty iniziosecolo che parlano di un’epoca in cui non si andava troppo di corsa. Il British Council è giusto di fronte all’ambasciata cinese e all’Istituto di cultura austriaco e alle spalle dell’Ambasciata bulgara. La geografia politica di Budapest.

Ci sono andato una volta, quando ero in cerca di una biblioteca pubblica o semipubblica con libri in una lingua comprensibile. Mi spiegarono però che la biblioteca serve solo per ungheresi e stranieri insegnanti di inglese, sorry. Ora che ho nel portafoglio le tessere della biblioteca dell’Istituto di Cultura Italiano e della Biblioteca Municipale e tanti bei libri sparsi per casa, me ne frego, come diceva un noto pelato della politica italiana.

Però ci rimango comunque male quando leggo sulla stampa inglese che la Gran Bretagna ha deciso un notevole rinnovamento delle sue rappresentanze culturali all’estero, e che anche quello di Budapest farà una brutta fine. Spariranno una alla volta storiche sedi europee (delle 19 esistenti pian pianino andran via quelle di Austria, Bulgaria, Estonia, Finlandia, Germania, Ungaria, Latvia, Lituania, Slovacchia und Slovenia), ormai la cortina di ferro non c’è più, e ormai ci “posson seguire tutti da internet” han detto.

I soldini risparmiati serviranno ad aprire tante nuove sedi in Medio Oriente e Asia Centrale (qualche paese tranquillo: Yemen, Pakistan, Bangladesh, Uzbekistan, Iraq, Afghanistan, ampliamento della sede in Nepal), nn saranno in ville eleganti fine secolo, ma aiuteranno a migliorare le relazioni tra UK e questa zona del mondo. Sempre meglio che andare alla guerra..