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A Budapest la vetrina delle bontà è il Culinaris, un gruppo di negozi di gastronomia che vendono prelibatezze estere; italiane in particolare. Il Culinaris ha un negozio a Pest, a Hunyadi tér, nel cuore del VI distretto, proprio accanto ad uno degli storici mercati coperti della città. E’ qui che una mia collega va a farsi un etto di prosciutto cotto o di bresaola, quando sente nostalgia dell’Italia. L’altro negozio è invece a Buda…

E’ dal Culinaris di Buda, che prende spunto forse la storia più bella che ho sentito da quando son là, a Budapest, sentita giusto il giorno prima di partire.  Balint mi dice, infatti, di aver accompagnato un amico al Culinaris di Buda, e mentre l’amico faceva acquisti lui curiosava qua e là. E scopre che l’Aperol (allegro, aperto, aperitivo) costa un prezzo esorbitante, 24 euro!, contro i 6 euro, che lui paga a Bibione, dove va in vacanza.

Provo a dire che in fondo, per esempio il caviale in Russia costerà come un pacco di Fonzies, mente in Italia…. A queste parole si illumina. “Alessandro, hai tempo per una storia?” Alessandro ha tempo.

La storia fa cosi’: <<1987, Balint ha 18 anni, ha appena preso la maturità, ha voglia di cambiare il mondo e di viaggiare, come tutti i 18enni; lui in più ha i capelli biondi e gli occhi chiari esteuropei..  Gli gira in testa un’idea per un po’. Poi una mattina si sveglia presto, com’è d’abitudine tra gli ungheresi, e va a Keleti, davanti alla statua di Baross, dove arrivano i pullman di linea con l’URSS. Bussa, chiede di poter salire, per fortuna ha imparato il russo, chiede se qualcuno ha del caviale da vendere. Il giorno dopo è all’ambasciata d’Italia, lì a Stefania ùt e fa la fila per il visto. Si è portato una sedia, acqua e panini, in genere per il visto servono 20 ore. Poi prende la sua Zigulì (come le caramelle, la mitica utilitaria di fabbricazione sovietica, sul pianale della 500), e va in Italia in auto, e da Udine in poi ad ogni ristorante che incontra si ferma, bussa, chiede del proprietario e propone il suo caviale. in  lingua inglese. Udine, Padova, Treviso, Mestre, Ferrara, etc, etc. Dorme in macchina, ha la barba lunga e i capelli sporchi. 3 settimane di questa vita e non vende neanche un grammo di caviale. Poi a Bologna bussa al ristorante Rodrigo. E’ la volta buona. Rodrigo arriva ed è un brav’uomo. Assaggia il caviale con un dito, approva, nessuno prima tra i ristoratori l’aveva mai assaggiato. Poi chiede il prezzo. Balint a questo non era preparato, non sa che dire, spara 4 volte quello che ha pagato sul pullman a Keleti. “E mi raccomando”  fa Rodrigo “non vendere mai il caviale cosi’, chi altri te ne comprerà mai mezzo chilo, al massimo vasetti da 90g., torna da me solo tra qualche mese, il caviale lo usiamo solo per i matrimoni e i grandi ricevimenti e a Bologna lo metto solo io nei menu. Gira solo nei grandi ristoranti (Rodrigo è ancora il secondo ristorante più caro di Bologna) E mettiti un vestito decente, ragazzo..”

Inizia così la carriera di Balint. “Se fosse andata avanti finora.., ora sarei davvero ricco” mi ammicca Balint.  Il business procede bene, la mattina alle 6 è già a Keleti, o a Piazza degli Eroi, dove arrivano i bus turistici, o alla Garay tér. Conosce gli autisti, che si prendono una piccola mancia, ed ha ormai i suoi fornitori abituali. Ha un solo concorrente serio, un serbo che dopo 1 mese scompare, e c’è anche un ‘ungherese, ma Balint è più affidabile. Poi prende la macchina e gira l’Italia, il colpaccio lo fa a Milano, 9 volte il prezzo. Ha i suoi ristoranti di riferimento, 1 o 2 per città. A Vicenza una volta vede una grossa foto alla parete,  Maradona  che mangia compiaciuto ai tavoli di quel ristorante, ha in mano una tartina con del caviale, il suo.

Poi un giorno lo chiamano da Bergamo e gli chiedono una grossa fornitura, vieni domani. Il tempo è poco, fatica a procurarsi il caviale, il sabato alle 8 bussa al ristorante della bassa bergamasca, Paolo, il proprietario non c’è, torna alle 10.  Balint, aspetta in auto, fuori ci sono -10°C. Paolo non torna, neanche la domenica, lunedì chiusura. Basta. L’ultima chance è un posto che conosce a Venezia, lì si rifà appena delle spese e gli dicono  non tornare più, fatica sprecata, ora i russi arrivano direttamente qui. E’ durata appena sei mesi..  “Ero giovane, stanchissimo, sei mesi massacranti, dormire in macchina, oggi mi sembra assurdo che mi ficcavo nella Zigulì con mezzo chilo di caviale e bussavo ai ristoranti..”  Ci pensa su “Qualche anno fa son tornato a mangiare con mia moglie da Rodrigo, l’ho subito riconosciuto..” “Ero giovane, avevo 18 anni, vivevo in un casermone in periferia. Eravamo poveri”>>

E’ anche questo che rende speciale Balint, quest’ “eravamo poveri” mentre tutti oggi mi dicono: “siamo poveri”.

 

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Budapest – Bucarest – Milano

Sono a Bari, dove spesso incontro qualche sprovveduto, povero sciocco (ma quanti ce ne sono oh Signur), che mi chiede di Budapest: se c’é tanta povertá, se appena viene scopa nel giro di 4 ore e fa un po’ di confusione tra Budapest e Bucarest.

Io in genere rispondo: fatevi un giro alla stazione o per il rione Libertá; poi andate verso il lungomare per alleggerirvi la prostata e infine aprite un giornale ogni tanto e conoscete gente nuova (scoprirete che B-A-R-I è il modo in cui i cinesi dicono Parigi, Paris). E poi venite a trovarmi: a Budapest tutti corrono, pensano al  denaro, i soldi girano, le case hanno un gran cortile interno, i mezzi sono efficientissimi, c’è un gran teatro dell’Opera, insomma sembra un pò Milano

Oggi lungo viale Unità d’Italia, a Bari, fa freddo e piove e io rimpiango le belle giornate di sole che ho lasciato a Budapest, steso su un prato del Millenaris, lo scorso weekend, tra uno spettacolino teatrale e un concerto di fiati, tra i mille eventi del “Budapest Fringe Festival”.

A un tratto mi si avvicina un extracomunitario, abbronzato, vestito jeans, sui quarant’anni, bei capelli folti e faccia simpatica. Ha tre denti d’oro tra gli incisivi. Mi chiama amico e mi chiede se gli posso dare un lavoro, da meccanico o riparatore. Si presenta, si chiama Floriano, è rumeno. Vigorosa stretta di mano.

“Amico Florian, io son di Bari, ma vivo a Budapest.. “

“Davvero? Budapest, vicino al paese mio” mi mostra la sua carta di identitá romena e io a lui la mia lakcim kartya magiara, rosa e verde (una specie di permesso di residenza). Altre strette di mano. Suo zio lavora a Budapest. Mi chiede 2 euro.

Ci guardiamo strani, ci capiamo, anche per lui la Budapest e Milano pari sono. E anche lui la sa spiegare la differenza tra Budapest e Bucarest.

Leggo e volentieri aggiungo queste parole di Andryi Sevcenko, grande centravanti ucraino del Chelsea, che, in una intervista alla Gazzetta dello Sport, cosi’ si esprime sul suo paese e l’Est Europa, certamente richiamandosi al mio blog:

Quelli che dicono che non abbiamo strade o alberghi devono fare una cosa sola: prendere un aereo e venire a vedere

 

Dimissioni dimissioni

Il giovane italiano all’estero del 2000, torna a casa dal lavoro, accende il laptop, apre repubblica.it per vedere che è successo in madrepatria, e contemporaneamente telefona alla famiglia con Skype. “Hai visto che Prodi si è dimesso?” mi fanno da Bari.. “Stavo appunto leggendo orora..” rispondo incerto. Ringrazio la politica del mio paese per essere sempre ricca di spunti e che mi fa passare delle allegre giornate tra interessanti cronache, dibattiti politici, politologi alla radio.rai.it e su rai.click.it perchè davvero di questi scenari futuri (Prodi, Prodibis, D’Alema si, D’Alema no, maggioranza allargata, convergenze, Marini,  Follini, Turigliatto, Trotskisti, senatori a vita, Pininfarina, autonomisti di Lombardo, e perchè no? legge elettorale) siam maestri. Quasi nessuno parla di guerra in Afganistan e politica estera che in fondo è quello che ha fatto cadere il governo, mi pare di aver capito.

Le cose di casa nostra son così complicate che index.hu, il miglior sito di news ungherese spende un lungo articolo solo per spiegare all’ungherese confuso quel che è successo e quel che succederà. L’unica cosa chiara è che Prodi si è dimesso,* quello che qui il buon Gyurcsany tra mille scandali polemiche e barricate nn farà mai. E’ questo che sorprende il mio interlocutore ungherese, che mi vede attento a sentire un dibattito alla radio: possibile che per una sola votazione il vostro primo ministro, seppur di 75 anni,  si debba dimettere? Provo a rispondere che era un voto sul programma di politica estera del governo, se  non c’è una maggioranza lì è cosa grave, ma l’interlocutore è perplesso. L’Ungheria dall’89 ha avuto sempre governi giunti al termine della legislatura, tranne nel 2004.  Nel 2004 si scopri’ che lu primo ministro era un ex collaboratore della polizia segreta dei comunisti  e allora al governo salì il ministro dello sport, multimiliardario ed ex capo dei giovani comunisti, il sig. Gyurcsany Ferenc.

– E secondo me questa notizia deve essere giunta anche alle orecchie di Berlusconi. me li immagino lui e Guzzanti al bar: “Ecco un bel motivo per delle dimissioni: Paolo, assolda qualcuno, e fammi sapere che Prodi è un’ex spia dei comunisti. Che bella pensata. Fa’ una cosa, dillo a quel Sgaramella, è il tipo che fa per noi, i soldi li trovi in qualche commissione inutile che ho creato.. –

Il principale quotidiano ungherese, Libertà del Popolo, socialista,  parla invece con circospezione, è politica, ed è caduto un governo amico, mette in risalto che  la coalizione di Prodi radunava ben 13 partiti (urca) e che sabato scorso qualcuno della maggioranza è sceso in strada contro l’allargamento di una base militare USA. E questa è musica per il CentroEst Europa, miei cari lettori: come ben sapete da un mesetto gli USA hanno annunciato nuove basi antimissilistiche  e radar in Rep. Ceca e Polonia. La Russia si è sentita minacciata e ha risposto con un dichiarato aumento delle spese militari e di missili a medio raggio. L’Ungheria no, l’Ungheria è un paese furbo e di gente ospitale, che cerca di essere amico di tutti, dove sono graditi ospiti sia Bush che Putin. E ospitare una base USA perchè si è un paese NATO, ma dichiararsi un po’ contrari è protestare è molto italico, pardon magiaro.

 

* del resto dimissioni: lemondàs è la parola magiara che tutti abbiamo imparato a dire in questi mesi

E’ solo un gioco

 

Volevo fare una breve cronaca di quello che è successo qua che ci si diverte e anzi credo che lo farò, raccontare della polizia che gioca con i manifestanti, li fa andare indietro di 3 isolati, poi loro ritornano, poi blinda un angolo, e qualcuno si affaccia all’altro, poi arresta uno dei capi dei manifestanti.. Insomma piccoli giochi anche perchè è Febbraio e inizia a far freddo. Si legge nei lanci d’agenzia: la polizia ha confinato i manifestanti all’angolo tra Alkotmany utca e Kozma utca perchè lì c’è ombra ed è molto più freddo. Qualcuno  di quelli aveva un cartello: “Viktor (Orban) dove sei?”.

Da parte mia, era mia intenzione invitare tutti i giocatori al Beckett’s, il pub irlandese a un tiro di schioppo dal Parlamento, perchè lì si può vedere su France2 il 6 Nazioni di rugby che è iniziato oggi. Lì il gioco è sul serio divertente e si gioca fisicamente e con agonismo, ma lealmente, che lo spirito del rugby è questo. E ci si diverte.

Ma al Beckett’s quando mi raggiunge Angelo mi dice: ma com nn sai niente? e allora mi racconta che anche in Italia ci si diverte, dentro e fuori dagli stadi e anche li’ si gioca a guardie e ladri e al gatto col topo e i campionati sono fermi, rinviati a data da destinarsi.

Visto da qua sembran fatti molto simili: calcio o politica basta che ci si diverta e credo che in entrambi i paesi bisognerebbe chiedersi, usando le parole de ministro degli interni Amato:”cos’è successo per incubare così tanta violenza, tanta rabbia e tanta irresponsabilità? E cosa dobbiamo fare, subito, non solo per riportare l’ordine, ma per cancellare questo odio omicida dalle strade, dagli stadi, dalla vita dei nostri ragazzi?”

Nn so che aria c’era a Catania  venerdì sera, io però vi racconto lo spirito del Beckett’s. Accanto a me dalle 14.30 Ian, irlandese, a Budapest con un po’ di amici per il suo compleanno. l’Irlanda gioca domani, ma lui è qui a godersi 5 ore di buon rugby di Italia-Francia e Inghilterra-Scozia. Arriva un tipo per la partita dell’Inghilterra, si avvicina ci guarda che vediamo anche noi lo schermo, nn ci chiede per chi tifiamo o da quale nazione veniamo, invece fa istintivamente: siete tifosi di rugby?. Si lo siamo. Jimmy è inglese, anzi no, è un tifoso di rugby.

La cura è peggiore del male

<<un altro giornalista (Robert Scheer) disse della Fallaci dopo averla intervistata nel 1981: “Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito dispiaciuto per gente come Khomeini, Gheddafi, lo Scià di Persia o Kissinger: tutti fatti oggetto della sua collera”.>>

(Repubblica.it di oggi)

Non sono più un extracomunitario

Sono in Italia, qui un po’ spaesato ed ho persino la TV con tutti i canali italiani. La notizia di ieri (pur sepolta tra guerre varie) è che son stati concessi dall’Italia ulteriori permessi di lavoro per gli extracomunitari con buona pace della Bossi-Fini. E giuùpolemiche di Calderoli, fascisti e sedicenti partiti di valori liberali.

Mi sembra di capire anche qualcos’altro come notiziola in calce, qualcosa di importante per noi, italiani d’Ungheria, ma nn ne son sicuro, aspetto a gioire e mi scoraggia comprare il quotidiano il giorno dopo per nn esser costretto a dover leggere tra le righe anche lì.

Ricordo che quando traslocai, da O utca a Damjanich utca, mi aiutò Giuseppe eravam pieni di valigie e buste, e io dissi “sembriamo 2 albanesi” senza ironia perché da noi a Bari gli albanesi sono arrivati con tante buste.

Quando poi Giuseppe trovò lavoro presso una grande ditta europea con filiale a Budapest si fece tra mille problemi tutti i documenti, permesso di lavoro, permesso di soggiorno, certificato di residenza (il lakcim,$ che qui è molto utile) etc. e commentava: mi han trattato male, come un albanese, e me l’hanno pure spiegato, è che voi trattate cosi gli Ungheresi in Italia. È vero noi qui siamo come albanesi.

In Italia gli ungheresi son trattati come se fossero extracomunitari e vige la reciprocità, quello che facciamo a loro in Italia fanno a Giuseppe ed Enrico qua. Da quando ci fu l’allargamento dell’UE il 1 Maggio 2004 (il 1 maggio perché eran paesi postcomunisti no?) ci fu anche qui la libera circolazione dei beni e dei capitali e dei servizi  ma nn la libera circolazione dei lavoratori* che va bene per la vecchia europa, ma nn per i giovani fratelli del centro Est, che i tedeschi temevano orde di banchieri polacchi a rubargli il lavoro tra le banche di Francoforte, o operai specializzati cechi nella grandi industrie automobilistiche. In Italia quote di ingresso, come extracomunitari (solo i veri paesi liberali UK, Irlanda, Svezia avevano aperto i confini dall’inizio). In più una postilla: ne riparliamo tra 2 anni, cioè giusto il 1 Maggio scorso. E io che ero informato, allorchè discutevo con l’ufficio amministrativo il mio contratto dicevo fiducioso il primo maggio forse cambia la legge e tutto sarà piu’ semplice e mi guardavano come si guarda un povero sciocco.

Infatti a Maggio la Spagna, Portogallo, Grecia, Finlandia han levato le restrizioni; altri hanno aperto i cordoni per particolari settori, l’Italia che discuteva se si poteva governare con ¾ di voto in piu’ al senato, niente.

Poi oggi leggiucchio la stampa straniera e sorridente posso scrivere oggi che

LeMonde.fr titola invece: <<l’Italia apre ai lavoratori dell’Est e regolarizza 517.000 clandestini>> e prosegue:

Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, si è felicitato caldamente con l’Italia, venerdì 21 luglio, per la sua decisione di  aprire le sue restrizioni sul mercato del lavoro nei confronti dei cittadini dei nuovi Paesi membri dell’Unione Europea. La decisione di eliminare le quote di ingresso per i paesi dell’allargamento (ad eccezione di Malta e Cipro) è stata annunciata venerdì dal governo di Romano Prodi.

<<. Da oggi in poi uno potrà essere Italiano in Polonia e Polacco in Italia, tutti siamo cittadini europei con gli stessi diritti>>, ha detto Giuliano Amato, il ministro dell’interno.

Ahl’Europa Unita..

 

*Every citizen of the EU has the right to work and live in another Member State without being discriminated against on grounds of nationality.