I SIRIANI DI BUDAPEST

Come la numerosa comunità siriana di Budapest ha reagito di fronte all’emergenza dei migranti siriani

 

C’era una volta un flusso di migranti arabi, in gran parte siriani, verso il cuore dell’Europa, accettato e condiviso, al di là dei Balcani, in Ungheria, un paese che li accoglieva a braccia aperte per farne una piccola ma importante parte della sua popolazione. Erano gli anni ‘70 e ‘80, Ungheria e Siria erano paesi amici socialisti e internazionalisti (amicizia anche suggellata da una visita di stato di Assad padre a Budapest il 28 Novembre 1978, all’indomani degli accordi di Camp David); la facoltà di medicina e il politecnico di Budapest erano mete molto ambite per la formazione all’estero dei giovani siriani.

diabetes_farkas02

La comunità siriana insediatasi così a Budapest ora conta 1500 persone. Il dottor K. è uno di loro, nato ad Homs, a Budapest dall’85, medico chirurgo, cardiologo presso un grande ospedale da 40.000 degenti l’anno della periferia sud di Budapest, un grande complesso socialista inaugurato con grande orgoglio nel 1980. Chi me l’ha presentato me ne ha parlato come di un dottore molto bravo, uno di quelli di cui i pazienti si ricordano. Uno dei medici che salva un paese con una sanità al collasso, in questi anni di lenta emorragia di giovani laureati in medicina, che in tanti lasciano l’Ungheria destinazione Gran Bretagna, Germania, Norvegia, paesi in cui possono guadagnare dieci volte più del loro stipendio nella sanità pubblica magiara.

 

Lo incontro nel suo studio dell’ospedale: lettino, scrivania, monitor, legno chiaro economico, i primi modelli in serie degli anni 80. Ha la faccia stanca, è tardo pomeriggio “oggi abbiamo avuto un caso grave, un intervento di parecchie ore”. “ora sta bene?” “Si.” Stende un po’ le gambe, controlla Facebook… “Era normale per noi venire a studiare qui in Ungheria, era il paese del patto di Varsavia più libero, più tollerante, col miglior tenore di vita. Germania Est, Bulgaria, Praga erano seconde scelte, chi poteva veniva qui, solo i migliori. E poi le scuole mediche e odontoiatriche erano ottime” La stessa buona formazione che ha una buona parte dei migranti di oggi, ed anche allora come oggi l’Europa (dell’Est) era una scelta di libertà..” Se fossi tornato.. da noi la naja durava due anni e mezzo e c’era la guerra in Libano, il regime non ci parlava d’altro se non di unità araba, dovevamo sentirci una grande nazione, un unico popolo, noi, insieme all’Egitto, Arabia, Giordania, persino la Libia.. immagina la mia sorpresa quando giunto qui ho visto i miei colleghi studenti di medicina palestinesi col passaporto israeliano. Erano arabo-israeliani e non avevano nessuna voglia di unità araba, erano felici di vivere in un paese libero. Io ero un giovane dottore, volevo vivere, l’Ungheria era un paese dove stavo bene.. “ L’integrazione è stata perfetta, dal 2000 ha preso la nazionalità ungherese, sogna persino in ungherese, l’arabo è diventata una seconda lingua, da parlare una volta l’anno, d’estate, quando si torna a trovare la famiglia, per portare le bambine dai nonni. “Certo questo fino allo scoppio della guerra. Mi sento comunque quotidianamente con i miei genitori, ho provato a farli arrivare qui, ma sono anziani, e poi ora in Siria non c’è più un’ambasciata ungherese, non possono neanche chiedere un visto.”

 

Il dottore non si aspettava certo di assistere a giorni come quelli di inizio settembre, con migliaia di profughi siriani che attraversano l’Ungheria e restano bloccati a Keleti, la stazione orientale di Budapest, senza nessuna assistenza, protezione civile o croce rossa che fosse, e poi una barriera di 175Km, fortemente voluta dal governo, costruita in un battibaleno per respingerli alla frontiera e l’opinione pubblica favorevole a questi provvedimenti. “Questa reazione è solo il frutto di odio fine a se stesso, odio verso tutti: rifugiati, ebrei, rom, è frutto dell’ignoranza. I siriani sono gente per bene, quelli che arrivano sono spesso giovani, istruiti, con in tasca i soldi per un lungo viaggio in Europa. Come ero io. Il muro è una soluzione sbagliata, si doveva pensare ad altro. L’opinione pubblica è stata preparata fin da giugno, con quei grandi cartelli in ungherese del tipo “Se vieni in Ungheria, non rubare il lavoro agli ungheresi”. Ma cosa ne sanno loro? Mio fratello ha avuto un razzo che gli è entrato in casa, non è esploso, è rimasto lì, nella stanza da bagno.. Mio fratello anche oggi ha un razzo dentro casa. Ecco, questa è la guerra in Siria.”

Pubblicamente è stato molto accorto. “Non mi espongo, glisso se qualcuno prende l’argomento, su Facebook scrivo solo per i miei amici più stretti o per me stesso. Leggo molte cose tremende, anche da persone che conosco da tanti anni, da cui proprio non me l’aspettavo, se proprio sono costretto gli scrivo dicendo: gentilmente, ti prego di contenerti..” Non ha aiutato direttamente i rifugiati, ma è nel suo ospedale han portato dei malati gravi, sapevano che c’era un bravo chirurgo che parla arabo..

La stessa attenzione l’ha avuta Nada, 33 anni, all’apparenza una ragazza sofisticata, che lavora presso una multinazionale, l’unica vera classe media della società ungherese. E’ figlia di un tecnico siriano arrivato in Ungheria nel ‘78 per un corso di pochi mesi e innamoratosi perdutamente di una ragazza di Buda all’uscita del suo ginnasio. Lei ha aiutato i rifugiati come traduttrice e ha curato certi aspetti legali, le sere libere le ha passate a denunciare i gruppi che sui social incitano all’odio.  “Sono perfettamente integrata, certo, sono ungherese, sono nata qui, i miei amici sono ungheresi, ho forse solo un’amica siriana e l’ho conosciuta pochi mesi fa. Ma andavo in Siria tutti gli anni, ricordo ancora quel favoloso odore di benzina e spazzatura di Damasco” Ha la pelle chiara, ha imparato a nascondere  le sue origini… “Ci sono sempre stata attenta, anche a scuola. Non lo vado a dire in giro. Sul posto di lavoro per esempio non me l’hanno mai chiesto, nè io l’ho mai detto. Il mio capo è un ebreo israeliano. E’ una cara persona, ma preferisco non dirlo in giro. Mi sono confidata solo con la mia collega più intima. In ufficio leggevo le notizie e andavo a piangere in bagno. Non sono la sola, vado in un centro di aiuto psicologico, mi han detto che hanno altre cinque persone con i miei problemi” Meglio non esporsi, anche Nada  è un nome inventato.

Al Ghaoui Hesna

Al Ghaoui Hesna

E’ stata molto circospetta anche Hesna al Ghaoui, l’ungherese di origine siriana più famosa del paese, nota giornalista televisiva, tre lauree in lingue, giurisprudenza e arti visive, una giovane donna brillante e femminile con la sua folta chioma riccia. E’ figlia di un medico siriano ora vicedirettore del Péterfy Korház, uno dei principali ospedali della capitale; ha vinto vari premi internazionali per i suoi reportage dalle zone di guerra del Medio Oriente. Lei tutto quello che aveva da dire lo ha affidato ad un lungo post su Facebook, dove non era attiva da anni, ringraziando coloro che hanno aiutato i migranti e affermando di voler serbare tutto il resto per la sfera privata. Babel, il suo programma di approfondimento in onda su M1, la RAI1 magiara, si è occupato a settembre non di Siria, guerre e campi di accoglienza, ma della scuola del futuro, dal collegio svizzero da 100.000 euro di retta annua alla famiglia della contea di Zala che educa da sola le figlie.

 

Giusto alle spalle di Váci utca, la famosa via dei turisti della città interna di Pest, c’è un ristorante con le pareti tappezzate da gigantografie della qasba di Aleppo, uno dei primi ristoranti etnici di Budapest, si chiama Al Amir, (l’emiro). La sua descrizione inizia parlando della Siria come del paese più più variopinto del mondo arabo: sunniti, alauiti, drusi, curdi, armeni, cristiani, quaranta diverse culture e gastronomie una accanto all’altra. Ora quell’armonia è esplosa. Il dottor K. è cristiano, i suoi due migliori amici sono musulmani, e sono ancora grandi amici. La comunità invece si è spaccata, come la madrepatria Siria. Un tempo la comunità era  raccolta attorno all’associazione degli ex alunni di medicina, alla camera siriana all’interno dell’Ordine dei Medici Ungheresi, all’ambasciata. L’ambasciata è chiusa, il Centro Culturale Ungherese del Levante, che aveva nei manifesti accanto alle bandiere di Siria, Libano e Ungheria anche quella dell’Unione Europea, ha ceduto il posto alla Federazione delle Comunità della Gioventù Ungherese (MIKSZ) che, a dispetto del nome è ancora un’associazione di ungheresi di origine siriana. Nella sua sede è però ora esposto alle pareti tra tappeti e spade intarsiate e polverose il ritratto di Assad cinto dalle bandiere siriana e russa. Non sorprende quindi che il MIKSZ abbia organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata russa all’indomani dell’intervento militare di Putin. Il portavoce del MIKSZ, parla di Siria, Iraq, Libia, socialismo arabo per il bene del popolo e imperialismo americano. “Siamo con la Russia, l’unico paese che si oppone alle politiche statunitensi in Medio Oriente. L’intervento russo è una svolta storica, per l’Europa ed il mondo.”Tra gli interventi precedenti si erano levate le grida: “La Siria si oppone, resiste. Viva la Russia! Viva la Siria, Il popolo siriano e l’esercito siriano! Viva il presidente Putin, colui che guiderà i nostri giovani!”

IMG_20151010_112543

Federazione delle Comunità della Gioventù Ungherese (MIKSZ) manifestazione a favore dell’intervento russo in Siria

 

Walid al Bunni

Walid al-Bunni

Una voce diversa è quella di Walid al-Bunni, dottore siriano laureatosi a Budapest, otorinolaringoiatra. Dalla morte di Assad padre è diventato uno dei leader dell’opposizione liberale in Siria, ispirando il proprio operato alla transizione democratica in Ungheria all’indomani del crollo del muro di Berlino. Ha trascorso in tutto otto anni nelle prigioni di Bashir el-Assad e allo scoppio della primavera araba in Siria è stato tra i principali esponenti e portavoce, della National Coalition Of Syrian Revolution and Opposition Forces, la federazione di dissidenti ed oppositori di Assad che nel 2012 i paesi occidentali hanno tentato di porre come legittimo rappresentante della Siria, ma che ha poi perso gran parte della sua credibilità, internazionale e sul campo, tra lotte intestine e  difficile dialogo con l’ala islamica della coalizione. E’ un editorialista molto ascoltato; sulla emergenza rifugiati parlava di: “Oppressione e umiliazioni infinite ai confini, dopo che l’estrema destra è riuscita a terrorizzare l’opinione pubblica creando un movimento popolare anti islamico attraverso il continente.”

Walid al-Bunni è diventato anche il referente diplomatico siriano in Ungheria da quando il 22 dicembre 2012 l’ambasciatore siriano a Budapest è stato ufficialmente invitato a lasciare il paese. L’ambasciata ora è chiusa, e ciò ha causato anche gravi problemi pratici per i rifugiati arrivati negli ultimi mesi. Se si prova ad andare nei pressi di questa grande villa sulla gran via che si inerpica sulle verdi colline di Buda la si riconosce subito: garitta militare all’apparenza vuota, grandi pannelli di metallo che negano la vista, emblema con l’aquila siriana. La scritta sulla targa dorata dice: “Repubblica Araba Siriana”, la Siria di Assad. Dopo poco dalla garitta che pareva vuota inaspettatamente esce un militare. “L’ambasciata è chiusa.”, dice “Vienna. Andare a Vienna”, ripete.  Budapest non va più bene. Ma questo i nuovi migranti lo sapevano già.

(lavoro di reportage per il collettivo giornalistico WOTS? – walking on the south )

 

Putin Niet, Europa Si.

Aspettando la visita di Putin Vladimir di domani, in corteo per dire “non lo vogliamo”putin niet, europa igen.

Riesco a uscire di casa solo alle 19, ma per fortuna questa volta il corteo mi passa quasi dentro l’udvar (il cortile di casa) e in poco tempo arrivo al korut (il grande viale circolare, vera arteria dei uartieri centrali di Budapest). La gente sfila, si è mossa da Keleti alle18 e con magiara efficienza avran sgarrato di solo un quarto d’ora e quidi son tanti si muove lentamente. li vedo. E’ che mi sono organizzato male. E’ che a metter su manifestazione e discorsi dal palco a ogni cazzata del governo (lo facessero in Italia) si perde un po’ l’eccezionalità dell’evento e tutto viene a noia.

Oggi però c’è gente, domani viene in visita Putin e questo nome non ci lascia indifferenti, altro che Obama e a questi del corteo Putin non piace.  Raggiungo il corteo, c’è gente, anzi no, cioè non tanta, è che gli organizzatori son bravi, (giovani, movimenti civili come si dice qua, quelli del corteo contro la tassa su internet)  l’importante non è portare molta gente ma far capire che ci sia. E’ bloccato solo metà korut e ogni tanto lo allungano camionicini tipo ferrivecchi con altoparlanti.  Guardo la gente, qualche barbetta, occhi vispi e viso gentile di giovani universitari politicamente attivi,ma età media sopra l’età della pensione. Evidentemente Putin smuove i cuori solo di chi una qualche idea della grande ed eterna amicizia col popolo russo ce l’ha.

Il corteo arriva a Nyugati, risalgo piano piano, ci sono parecchie bandiere, come è giusto che ci sia in uncorteo, avanti avanti una barba bianca con la bandiera del 56, la bandiera ungherese col buco al centro (per togliere il simbolo della Repubblica popolare), una ragazza avvolta nella bandiera ucraina, un uomo buono con la bandiera della pace. Di lontano una donna con la bandiera della Gemania, una bandierina di carta, mi avvicino, no, è ancora una bandiera della pace. Ecco, era tanto popolare in Italia e invece ora che abbiam la guerra alle porte di casa ci scopriam tutti interventisti pronti a partire per la terza guerra di Libia, e invece qui qualcuno la conosce ancora.

Ci fermiam tutti a Nyugati, foto di gruppo dall’alto della sopraelevata, stesso stile della mitica foto di gruppo sul ponte Elisabetta nel corteo contro la tassa su internet… Dagli altoparlanti continuano a dirci che siamo fantastici, in stile villaggio turistico, alternato a slogan facili ed efficaci. Putin niet, Europa si. Europa, Europa. Non molliamo. Vogliamo l’occidente. Li gridano due ragazzi che camminano accanto ai camioncini, un giovane figo ed uno basso con un maglioncino rosso e cappello elegante. Noi siamo i giovani. poi si riprende, il palco è giusto qui alla girata sulla Bajcsi Zsilinski angolo via della Costituzione.

Sul palco ci attendono tre discorsi. Ragazza bionda dai capelli corti. La visita di Putin oltre che di cortesia dovrebbe essere incentrata su affari energetici, un nuovo gran contratto a lungo termine per le forniture di gas e le nuove firme per l’ampliamento della centrale nucleare di Paks (PAks II) qui nel sud dell’Ungheria. Gli argomenti son facili e immediati: l’Ungheria dipenderà totalmente dalla Russia per la sua energia, il nucleare ha tanti punti discutibili a partire dall’effettivo vantaggio economico, l’ultimo tender per energie rinnovabili si perde nella notte dei tempi, tutti i dettagli dell’accordo sul nucleare con Putin  son custoditi dietro il segreto di Stato, ma soprattutto, conclude, è un problema politico. Vogliamo essere un paese dell’est o un paese dell’Europa occidentale? (Oddio, e noi che credevamo di esserci lasciati alle spalle queste categorie, vai a vedere che rinasce la mitica rivista letteraria degli anni 20, del 900, “Nyugat”, -occidente, quasi quasi domani vado a mettere un fiore sotto la statua di Ady, il fondatore della rivista..)

Segue l’intervento di una ragazza ucraina. Tradotto, traduzione alla mano, dal tipo col cappello. “io non sono in politica e nemmeno un’attivista, ma solo una studentessa ucraina qui a Budapest. Sono della Crimea“. Il discorso cosi tradotto è lungo e vuoto, ma lei è decisamente carina e ha una bella voce, dolce e risoluta insieme.

Conclude, introdotto come una rockstar, Gulyas Marton. Marci si presenta con jeans stretti, giubbotto di pelle, sciarpa in tinta e un bel taglio di capelli. Dice una cosa molto giusta per cui tutti annuiscono: Orban, che domani stringerà la mano a Putin e che gli farà mettere una bella corona di fiori al memoriale (finora dimenticatissimo in un angolo polveroso del cimetero monumenatale lontano da occhi indiscreti) dei soldati sovietici morti durante il ’56, dove compare anche la parola Controrivoluzione (i fatti del ’56  furono così etichettati, controrivoluzione contro di ideali rivoluzionari socialisti), è lo stesso Orban che tenne lo storico discorso per i funerali di riabilitazione di Nagy Imre (primo ministo del governo provvisorio del ’56, ucciso nel ’58). Viktor non ti vergogni neanche un po’? Finisce il discorso citando Syriza,Podemos, romperemo l’apatia politica (sante parole) che ci attanaglia (da almeno 15 anni).

Ancora complimenti, fatevi un applauso, e poi siamo in Ungheria, ogni manifestazione che si rispetti si conclude con il commovente inno nazionale, cantiamolo anche se fa freddo, anche sottovoce.. Mi tolgo il cappelo anch’io. Poi un piccolo colpo di scena. Parte anche l’Inno dell’Unione Europea. Sentito così è davvero bello. Chissà se arriveremo a sentirlo alle Olimpiadi con gli atleti sul podio o se sentiremo le note della musica popolare salentina. E’ un bell’inno, la seconda strofa è un crescendo. si, l’inno alla gioia ci sta bene. Domani risuoneranno altre note. Sarò lì a sentirle.

Dal Kazakistan con amore

Whether for good or ill, I have lived my life, travelling a long road fraught with struggles and quarrels, disputes and arguments, suffering and anxiety, and reached these advanced years to find myself at the end of my tether, tired of everything. I have realized the vanity and futility of my labors and the meanness of my existence. What shall I occupy myself with now and how shall I live out the rest of my days? I am puzzled that I can find no answer to this question. (Abai Qunanbaiuli) IMG_20140602_10291225 anni fa in Ungheria eran tutti comunisti, ma ora son tempi duri, tempi di crisi, al governo la destra è più forte che mai, prende più del 50% dei voti e più dei due terzi dei voti in parlamento, è una destra solida e unita, insomma un solo partito, un sol’uomo,  e tra i suoi miti fondatori ha la lotta al comunismo. Comunismo vuol dire come potere che viene da fuori che impedisce la piena realizzazione del vero spirito ungherese, perché questo sul magiaro medio fa sempre presa. In realtà se cambiasse le magliette o se vedessimo allo specchio il parlamento ungherese nn ce ne accorgeremmo neanche. Sentivo, a 8 e mezzo di Lilli la Rossa, Curzio Maltese candidato alle europee per la lista Tsipras. Le ricette che proponeTsipras (grandi interventi pubblici, aumento di spesa su tutti, intervento dello stato nelle banche, no al trattato di libero scambio con gli USA, etc. ) in Ungheria  è programma già da 4 anni. Magari la democrazia ce la perdiamo ma..

Chi vive a Budapest sa che la città è un brulicare di belle statue in bronzo e marmo, non solo di santi dorati nelle chiese, ma di uomini politici piu o meno noti un po’ in tutte le piazze. Budapest è una città di piazze stupende. Una bella statua nn si nega a nessuno, tra le ultime son spuntati Cseh Tamas (il Gaber ungherese) e Peter Falk, si, il tenente Colombo (la leggenda vuole di origini magiare). Anche il suo cane ha una statua.  Si seminano statue senza interruzione da un centocinquant’anni chiunque sia al comando.. liberali, conservatori, comunisti, fascisti, comunisti, e quelli di oggi (orbanisti). Ognuno vuol dire io c’ero, ed ho un poster in camera che voglio condividere con voi. Chi apre una guida turistica sa che le statue comuniste più compromettenti son tutte in un parco fuori città, fatti un’ora di mezzi e ci sei. Qualcuna meno compromettente ha cambiato nome, da statua della liberazione a statua dei liberatori cambia tutto. C’era poi lo spinoso caso della statua fatta dai comunisti davanti al parlamento, ma che raffigurava un padre della patria, Kossuth Lajos, una sorta di Mazzini ungherese. Una statua bella e vincente, col dito in alto e il popolo in basso ad ammirarlo. Ma si è pensato bene di mettere quella di prima, imponente, ma triste, marmo e viso corrucciato all’ingiù.

Cseh Tamás

Peter Falk

Kossuth Lajos

Kossuth-emlékmű

Nel manuale Cencelli dell’arte pubblica magiara il caso ancora più delicato è se la statua è pubblica, ma nn all’aperto. Che fare allora della statua di Marx nell’atrio dell’università di economia prima università Carlo Marx?.  Ancora se ne discute e avevo letto cose strane, e allora ieri ci sono stato a fingermi studente fuoricorso tra i corridoi ma eccolo là, Marx seduto in poltrona, proteso in avanti col libro in mano e l’altra mano semichiusa con i palmi in giu che a un napoletano sembrerebbe dire questo è il piunto, caro mio.. Marx resiste ancora nonostante in città sia sorto anche un bel busto del “duce” (vezèr) magiaro del ventennio et al

IMG_20140602_113619

Karl Marx

Karl Marx Budpaest

Karl Marx

Marx mi strizza l’occhio, ma sulla mia personalissima agendina avevo segnato anche altro.. Succede che se in Italia siam tutti contenti che il Qatar abbia comprato il 49% di Alitalia, mentre Airfrance ci preoccupava molto, l’Ungheria di Orban ha da tempo teorizzato il concetto di apertura ad Est, ormai in  europa ci siamo e sarà difficile cacciare qualcuno, andiamoallaconquista di altri mercati. I russi costruiranno i nuovi reattori della centralenucleare di Paks, cinesi indiani e coreani useranno la terra dei magiari per produione e logistica, siamo un ponte tra oriente e occidente, dialoghiamo con tutti. Un tre anni fa ero all’inaugurazione della seconda statua di Reagan a Budapest, un mesetto fa han ripreso i rapporti diplomatici con la Corea del Nord (c’è pure un monumento a un compositore sudcoreano, il grande Ahn Eak Kai,  però nel parco).. Un colpo al cerchio ed uno alla botte piena ed uno alla moglie ubriaca però…

Ahn Eak Tai statua Budapest

Ahn Eak Tai

statua Ronald Reagan Budapest

Ronald Reagan

C’è poi che con da un annetto ho ripreso a correre nel suddetto parco, grande bello e selvaggio in parte, il Varosliget, il grande parco municipale che si apre alle spalle di piazza degli eroi e nel mio percorso abituale, tra via Stefania e via Tolstoy ho iniziato a leggere bello nuovo e nero su bianco il segnale stradale via Asztana (il piccolo okoskodo (HUN),  bambino intelligente degli anni ’80 – primi anni ’90, che amava aprire l’Atlante Geografico de Agostini per vedere le capitali del mondo e la cartina fisica dell’Europa o dell’Antartide, riconoscerebbe al volo la capitale del Kazakistan, neo membro dell’Alleanza euroasiatica (Russia, Bielorussia- Kazakisztan, da cui l’Ucraina si è defilata e…) Il kazakistan sarà uno stato comunista e dittatoriale, ma ci dà il gas e ci fa fare impresa e noi siamo gente aperta, come gli italiani.

Asztana ut Budapest

Ed ecco che poi nel mio ultimo allenamento vedo su via Asztana un grande faccine in bronzo, scalini in marmo e piedistallo bianco, e capisco ci siamo, eccolo finalmente il monumento all’indimenticato scrittore kazako  Abai Qunanbaiuli, finalmene a Budapest (l’unica sua statua al di fuori del kazakistan è a Mosca, che twitter ha pure reso famosa, qui si incontravano quelli delle proteste a Putin nel 2012, il leader della protesta che twittava..”un monumento a uno sconosciuto kazako”. Ma Budapest è ponte tra  oriente e occidente. Certo un monumento di cui si sentiva la mancanza qui in città. Ok, ci sono ancora i sigilli, lo inaugurano domani 4 giugno (non un giorno qualunque qua, ricorreranno i 94 anni dal trattato di pace con cui l’Ungheria perse i 2/3 del territorio, cose che succedono se perdi le guerre mondiali). Ma il faccione è già lì e io voglio fotografarlo ocn calma.poeta kazako Budapest

Quando mi avvicino c’è un tipo in bicicletta che parla con un giovane, inizio a scattare foto, un bel viso dell’Asia centrale, altipiani, cappelli strani, treccine, labbra carnose, occhi a mandorla, scalini bianchi e panca in marmo, han pure rizollato il terreno circostante, la differenza col prato spelacchiato attorno è curiosa. Ci giro attorno per prendere tutte le angolazioni, dietro c’è la scritta ”regalo del kazakistan al popolo ungherese” che mi fa ricordare il regalo dei lavoratori di Sofia al popolo magiaro del busto di Dimitrov che era in linea d’aria a 100 metri da quel Carlo Marx di prima.. Arrivo a favore di sole. si vedono striature, mateirale un po’ deteriorato, è una statua vecchia, beh  comunque non nuova, diciamo usata, tirata fuori da chissà quale magazzino.. mi accorgo solo ora che il signore in bici è praticamente uguale al sommo poeta. Nn ce la faccio a fotografarlo bene senza farmene accorgere. Si allontana, mi avvicino al giovane, gli fo:“come ti piace?” (tipica espressione magiara) il giovane nn sa nn risponde (tipico modo di fare magiaro) lo incalzo col sorriso sulle labbra: “se ne sentiva la mancanza, dì là verità? Espressione ebete “almeno è qualcosa di nuovo” ( ecco me la cavo cosi e siamo tutti d’accordo).

Accanto a noi un’intera squadra di barboni-giardinieri – lavoratorisocialmenteutili è al lavoro per innaffiare le aiuole improvvisamente comparse ad abbellire questo tratto di parco e a togliere i fili d’erba spuntati dall’asfalto sulla strada. Domani abbiamo graditi ospiti da un lontano paese dell’est.

Ma poi c’è anche un’altra Budapest a cui mi piace attaccarmi e allora, io che ho informatori nei peggiori bar della capitale, mi dirigo in mezzo al prato trale frasche al termnine della via Tolsztoy, dove su indicazioni precise del mio caro amico Mark vado ad abbracciare il busto di Csercsa Tamas anche lui un po’ orientale e sorridente. Lì un po’ nascosto, ma comuqnue a 100 metri da Tolstoy e a 50 da Rudolf, figlio sfortunato di Sissi e Francesco Giuseppe. Prima di Pasqua mi era arrivato un sms, vieni qui e qua domani sabato alle 18, inauguriamo una statua. La statua è questa, è illegale, l’han messa loro, artisti, l’ha fatta un nostro amico scultore, o almeno uscito dall’isttuto d’arte. E’ bella. Ed è rimasta lì. Non disturba nessuno, nn l’hanno levata. Immortala un loro amico elettricista. E’ davvero bella. La targa dice: Csercsa Tamas, elettricista

IMG_20140602_101729

stauta illegale budapest Csercsa Tamas elettricista

Ucraina è Ucraina – Ucraina è Russia

nel mio luogo di lavoro compaiono ogni tanto un 4-5 copie di un noto quotidiano unghereso e io me ne approprio di una con noncuranza senza farmene accorgere e lo apro lì sul tram, mica come quei buzzurri con lo ” Sport nazionale” il quotidiano sportivo ungherese.. nn riesco però a trattenermi e lo sfoglio da dietro, dalla pagina sportiva (unica, che qui il quotidiano ha giusto 20 pagine, che da noi manco la sezione degli spettacoli..) che però oggi è un po’ povera, giusto i sorteggi mondiali e il torneo esibizione di tennis di ieri a Budapest.. dal retro però arrivo tosto alla parte degli editoriali dove tra una vignetta con un uomo che porta al guinzaglio un altro uomo vecchio e affaticato  e i cani che guardano dietro l’albero e la pubblicità che mi par dica che a dicembre lo zoo sarà sempre a metà prezzo (e che annoto subito nel mio personalissimo taccuino), c’è un piccolo fondo dal titolo “da che parte state ungheresi ucraini?”.

eh si che sembrava tutto semplice: ad ovest quelli per ovest, che oggi si chiama unione europea e ad est quelli per l’est, la grande madre russia. la minoranza ungherese in ucraina vive guarda un po’ al confine con l’ungheria, e sembrerebbero dover preferire l’unione con l’Europa e il fare meno fila ai controlli alla frontiera, senza nascondere i soldi in un accrocchio sotto la macchina, ma invece ma alle ultime elezioni  han votato tutti, unica macchia occidentale,  per il filorusso Timoshenko. E’ che l’altro per far sentire tutti ucraini ha messo lingua ufficiale l’ucraino e altre non ce ne vogliono e quindi uniscono il loro voto a quello della grande minoranza.

Ma io che sono un figlio degli anni 80 ricordo sempre l’immortale pubblicità dell’Atlante inserto del Corriere della Sera col cosmonauta che torna dopo mesi di missione spaziale che era partito quando c’era ancora l’URSS.  e non si capisce con la contadinotta “Ucraina es Ucraina” “No, Ucraina es Russia”.

Sonate per un mondo migliore

    L’altro sabato amici mi danno appuntamento al Godor, per una birretta, “c’è il Globfest, lo sai no?” “Certo” rispondo, ma non lo sapevo mica…

Arrivo un po’ tardi, il Godor è sempre un bel posto, a fatica mi stacco dal complessino jazz di giovanissimi accampati sui prati con un po’ di lattine di birra, sempre sotto lo stesso albero, come ogni weekend, e cerco gli altri.

Il Globfest, al contrario del nome è il festival noglobal, e sembra come tutti i festival noglobal del mondo, qualche capellone, qualche bongo, banchetti per il commercio equo e solidale, libri su come dovrebbe essere un mondo migliore, bevande tipiche della foresta amazzonica per accompagnare tartine alla carota biologica.

Cerco i miei amici all’interno, dove, prima dei concerti etnici, si stanno tenendo 3 dibattiti (che qui si chiaman tutti tavole rotonde, come i cavalieri, anche la “Costituente” ungherese del dopo ’89, si chiamava cosi). I dibattiti sono in inglese e ci saranno al massimo cento persone tra tutti e tre, fuori è una cosi bella giornata.. Salto a piè pari il primo tavolo; nel secondo si parla di OGM, il dibattito è acceso, c’è un tipo simpatico coi baffi bianchi che si infervora. Nell’ultimo c’è una sedia libera vicino a una tipa interessante. Un uomo magro parla di cambiamenti climatici e della fortuna che abbiamo avuto che siano coincisi proprio con la scarsità di risorse fossili. Non sono d’accordo e per un po’ accarezzo l’idea di alzare la manina per replicare, ma educatamente mi trattengo.

Poi raggiungo gli altri al primo tavolo, c’è Chico Whitaker, mi dicono. Chico Whitaker è il bel nome di un utrasessantenne, come vorremmo tutti essere, una bella barba bianca, occhi azzurri, sguardo acuto, dolce e felice si direbbe. E’ una dei pilastri del World Social Forum, braccio destro e amicone di Lula, come recita la breve nota biografica sul depliant del Globfest. Inoltre, il tipo magro di prima era Wolfgang Sachs, sociologo tedesco, uno dei massimi esperti mondiali di sviluppo sostenibile (la prossima volta sarò più attento, lo giuro) e il signore coi baffi era giusto Jose Bovè, francese, forse ilpiu’ famoso politico europeo radicale antiglobalizzazione e antiOGM, che mi sorpassa sulle strisce pedonali di Bajcsi-Zsilinski mentre me ne vado; look tipicamente magiaro grazie ai baffi, se non fosse per la pipa tra le labbra..

Insomma al globfest di Budapest tra bongo e tartine biologiche ci sono i massimi esperti mondiali che lottano per un mondo migliore. Questa è Budapest.

Ma Budapest è anche quella della ventina di persone che assistono al dibattito. Una ragazza timida che chiede come si fa a fare un’associazione davvero partecipativa. Poi un tipo sporco con gli occhialoni anni 70, una specie di Gene Hackman esteuropeo, dice di aver studiato a lungo il problema e di aver mandato un plico con la soluzione di tutti i problemi dell’Ungheria e dell’economia mondiale al primo ministro,ne da’ gentilmente una copia a Chico e si siede in prima fila..

Poi si parla di Chavez (Chico non è che lo ami tanto, risulta) ma io son colpito da un tipo in fondo: riga a lato, camicia e cravatta verde Regimental. Lo conosco. E’vestito come ieri, l’ho visto ieri, mentre uscivo dalla metro del Ferenc korut. Dalle scale mobili sentivo un violino, un pezzo difficile, stridulo, contemporaneo. E quest’uomo con la riga a lato e la cravatta che lo suonava con accanimento, per pochi fiorini, con la custodia davanti a un capannello di gente.

E io tra loro.

 

UK dove sei?

Annunciata la chiusura del British Council di Budapest, insieme  ad altre sedi europee. La Gran Bretagna guarda a Medio Oriente e Asia Centrale.

Verso Piazza degli Eroi, in strade che percorro normalmente di corsa per andare alla metro gialla,  c’è la sede del British Council, l’istituto di cultura britannico, in un quartiere dolce e alberato che è il quartiere diplomatico di Budapest, fatto di ville liberty iniziosecolo che parlano di un’epoca in cui non si andava troppo di corsa. Il British Council è giusto di fronte all’ambasciata cinese e all’Istituto di cultura austriaco e alle spalle dell’Ambasciata bulgara. La geografia politica di Budapest.

Ci sono andato una volta, quando ero in cerca di una biblioteca pubblica o semipubblica con libri in una lingua comprensibile. Mi spiegarono però che la biblioteca serve solo per ungheresi e stranieri insegnanti di inglese, sorry. Ora che ho nel portafoglio le tessere della biblioteca dell’Istituto di Cultura Italiano e della Biblioteca Municipale e tanti bei libri sparsi per casa, me ne frego, come diceva un noto pelato della politica italiana.

Però ci rimango comunque male quando leggo sulla stampa inglese che la Gran Bretagna ha deciso un notevole rinnovamento delle sue rappresentanze culturali all’estero, e che anche quello di Budapest farà una brutta fine. Spariranno una alla volta storiche sedi europee (delle 19 esistenti pian pianino andran via quelle di Austria, Bulgaria, Estonia, Finlandia, Germania, Ungaria, Latvia, Lituania, Slovacchia und Slovenia), ormai la cortina di ferro non c’è più, e ormai ci “posson seguire tutti da internet” han detto.

I soldini risparmiati serviranno ad aprire tante nuove sedi in Medio Oriente e Asia Centrale (qualche paese tranquillo: Yemen, Pakistan, Bangladesh, Uzbekistan, Iraq, Afghanistan, ampliamento della sede in Nepal), nn saranno in ville eleganti fine secolo, ma aiuteranno a migliorare le relazioni tra UK e questa zona del mondo. Sempre meglio che andare alla guerra..

Non avrei mai creduto di leggere con tanto interesse la cronaca della manifestazione di piazza di sabato scorso a Pristina (che dopo la guerra abbiamo imparato essere la principale città del Kosovo, e dove stanno ancora i nostri carabinieri a fare la guerra, pardon la pace). Si era all’indomani della proposta del mediatore finlandese che dopo tanto pensare ha presentato un  piano con un’indipendenza “de facto” per il Kosovo, cioè il Kosovo potrà avere un proprio governo, inno nazionale, potrà avere un suo seggio all’ONU, e all’UE perchè no, ma resterà in una sorta di sistema federale con la cara madre Serbia, una specie di Bosnia, ma un po’ più spinta. 

E’ curioso,che anche ora che vivo oltrecortina gli slogan che leggo, Përpara, përpara, përpara”, mi sembran cosi’ esotici, e son catturato dai nomi delle strade, l’avenue Clinton, il viale Madre Teresa, il monumento a Skanderberg, il Garibaldi albanese che c’ha pure una targa a Bari al Piccinni, e sorrido che le bandiere nazionali per le strade son rossonere manco fossimo a Sansiro tra la Fossa, le Brigate e l’Inferno Rossonero.

E quello che leggo io l’ho già visto: gente per le strade, comizi improvvisati su un camioncino, avanti a tutti quelli del partito più radicale, vecchi col copricapo tipico e qualcuno più incazzato degli altri (perchè l’indipendenza vera vera ancora non c’è), scontri con la polizia, ognuno che accusa gli altri di aver cominciato, proiettili di gomma ad altezza d’uomo, giornalisti che passano dietro alla polizia per star sicuri.

Solo il finale cambia, qui tutto finisce verso sera, ma solo perchè ci son scappati 2 morti, per codesti proiettili di gomma ad altezza d’uomo. E il giorno dopo fiaccolata silenziosa per le stesse strade degli scontri. Ma soprattutto è significativo alle mie orecchie il commento finale catturato tra la folla di Pristina, che è lo stesso medesimo che si respirava a Budapest subito dopo gli scontri: “Non avrei mai creduto che una cosa possibile potesse succedere. Non è giusto che la polizia reagisca così”

Intanto qui l’inverno ancora nn arriva e forse allora nn arriverà più, oggi piove e vuol dire che fa caldo e che nn nevica. Il governo ungherese dice di aver sventato piani per assaltare il Parlamento ma ci credono in pochi. La piazza del Parlamento  è sempre isolata da poilizia e transenne di 2 metri. Ci si è dati un tacito appuntamento al 15 Marzo, festa nazionale, tradizionali grandi adunate, e tanta gente per le strade. Manca un mese.

Dio salvi il magiaro.