Una storia della grande depressione

quando Alberto se ne va, il presidente si affretta allì’appendiabiti per precederlo e porgergli il cappotto, “vero italiano gli fa”. e poi verso compiaciuto. elegante.

Alberto conosceva già la zona, MOM park gli avevano detto al telefono, uno dei grandi centri commerciali di Buda, ma no, era zona Deli per lui, giusto dietro la stazione sud, oltre il cavalcavia, quella zona dove Buda assomiglia ancora a Buda, con il Vérmező, il parco tra la stazione e piazza Mosca, dove c’era l’ultima grande statua comunista, di Varga Imre, a Buda con gli eredi dei tedeschi che erano voluti diventare magiari, le case, i borozò, vinerie, la gente che ha una faccia normale addosso.

…. ora poteva uscire a respirare, era distrutto.., certo vestirsi elegante era bello, mettere la cravatta blu e la camicia bianca, ma ormai .. era uscito dal mondo della grande economia o era rimasto solo con la porta di servizio aperta, ma gli arrivano ogni tanto telefonate a cui nn poteva dire di no:.. “sig. Rinaldi, abbiamo trovato il suo nominativo da qualche parte, si tratta di un lavoro di prestigio e ben pagato se le interessa..” poteva forse dire me ne sbatto, io sono me stesso, fottetevi fottetevi fottetevi?? e poi mica lo sapevano che lui con quel mondo aveva quasi chiuso e ora per lavoro scriveva qua e là quando gli pubblicavano qualcosa e andava  a vedere le partite e mandava gli aggiornamenti in tempo reale alle agenzie di scommesse, un lavoro di responsabilità insomma e anche divertente.

ma in fondo meglio andare a sentire cosa gli dicevano, meglio conoscerli, guardarsi negi occhi, comunque insomma, ed era una situazione così e cosà e dall’altro lato lo aspettavano genti che tra sorrisi e diti su pel culo l’avrebbero salutato gentilmente pensando tra se e se ma guarda questo, ci ha fatto anche perdere tempo..

ne aveva fatti tanti di incontri così e in fondo come gli disse una volta Michele,  lui Alberto aveva fatto di tutto per nn fare un lavoro normale..

il giorno prima con un supremo sforzo della sua natura pacifica aveva dato un’occhiata al sito dell’azienda, e sembrava una cosa diversa, piu umana, come se gente normale lo facesse, gente con gli occhi per vedere e la bocca per parlare, è meglio così..

il supercapo era un australiano, bassino, da 15 anni a Budapest, uno di quelli che avrebbe potuto incontrare al Beckett’s a vedere il rugby, un expatriate, come Adrienne, come lui, uno che vive a Budapest o almeno gli pareva, che ci è restato da 15 anni. Ci aveva pure un blog, quasi letterario, insomma si vedeva che era uno che amava scrivere, personaggi, dialoghi, piccole esperienze e discorsi con gli amici certo sulla finanza aliena dell’azienda, ma in fondo uno degli ultimi post si intitolava pur sempre” E’ finalmente uscito il mio libro, “la crisi del credito spiegata a un frequentatore dei mercatini di seconda mano”

ma poi dopo il colloquio  poi si era subito rifugiato con la cravatta e tutto in un borozò, si, un posto dove bere, l’aveva programmato fin dall’inizio quello si, come un personaggio di un film, ficcarsi a bere alle 12 del mattino in una bettola di classe, dopo un colloquio di lavoro con supermanagers..

era pure vicino il borozò dove un anno prima se ne andava a leggere e a scrivere la mattina dopo l’appuntamento di lavoro settimanale con uno pieno di soldi, muscoloso e sorridente che  stava da quelle parti.. ma l’aveva trovato chiuso, eppure erano già le 12, semplicemente ora al suo posto c’era un negozio di elettrodomestici..  eppure era passata solo un’estate dall’ultima volta, era un pince (un seminterrato), in fondo pulito e ben tenuto, tutto im legno, odorava di legno, e gli avventori erano vecchietti, pensionati, anche coppie, che lì si prendevano un mezzo bicchiere di acqua e vino dopo la spesa, come in molti di questi posti c’era una donna di mezz’età a servire dietro al banco, … e si davano tutti del tu e tutti si conoscevano

per fortuna a Buda di questi posti  ce n’è ancora qualcuno, c’è ilK.L., proprio di fronte al grande centro commerciale nel centro di Buda, quello era ancora rimasto in piedi per ora, ne era certo,

ma anche lì c’era qualcosa che nn andava, va bene era vuoto, solo un banco con vecchietti che giocavano a carte e lui era a un tavolo accanto con un Unicum e una birretta, nel suo completo blu scuro da 500 euro.. Ora il Duebuchi, teneva appesi ai 4 angoli delle scritte incise su tavolette di legno rossastro, scritte inneggianti al vino tratte dalla letteratura, se lera anche appuntate la prima volta che era capitato là. Le scritte ti facevano sentire un animo nobile mentre bevevi, ma ora erano scomparse.Quando ne aveva chiesto notizie al gestore tutttodunpezzo, “Oh che vuole signore”, gli era stato risposto, “una me l’han pure rubata, l’altra rotta” allora ho deciso di levarle… sic

è meglio cosi’

palmi bianchi

Le domeniche, ci si sente soli da expats. e allora vado a mangiare da Mimmo, un bengalese capitato qui per caso, che ha lavorato 14 anni in Italia nelle cucine e si fa chiamare Mimmo anche qui. Qui ha rilevato un bufè bengalese, il Banglia Bufè. Ci vado una volta a settimana io al Banglia bufè.

Mimmo sorride ma anche per lui è domenica noiosa. Mi dice che va a pregare. Cinque volte, tutte insieme. Si può?. In realtà non si potrebbe, ma meglio che niente no?.
Mi fa assaggiare un cucchiaino di una poltiglia. L’ha preparata per un amico, va da lui dopo la preghiera. Son raffreddato e non capisco di che cavolo dia la poltiglia marrone. Il colore è quello della merda. Buono eh? Mi fa. Ma capisce che nn apprezzo. La definisce pesto col pesce. Pesce?. Si quello nel barattolo, mi fa.  (?!).

Quando pago la mia onesta scodella di pollo al curry con pachati di accompagnamento Mimmo è andato a pregare a Budafoki ùt ed è il cameriere-aiutante mi parla. Anzi ci rimane male che me ne vado solo dopo 20 minuti. Se sapesse che lo citiamo sempre da quando sono andato a mangiare lì con Angelo. Quel giorno Angelo era in libera uscita. A un certo punto si gira e vede questo indiano di mezza età lentissimo e goffo, che move piano una gamba poi l’altra, tutto ingobbito come un personaggio di un videogioco fantasy, per non far cadere i bicchieri che regge uno per mano, pieni di una cosa bianca e lattiginosa, massalaga, o comecavolosichiama, a base di jogurth e cocco e mango.

Mimmo non lo chiama Mimmo, ma Memmòn, Il suo vero nome. tutti vogliono bene a Memmon, Memmon è una persona buona e simpatica. lui invece ha un nome ancora più difficile. Mi dice in un bruttissimo inglese la storia della sua vita. E’ qui dal dicembre 2001. Lavora in ambasciata. Comunque è vero, mi mostra il permesso di soggiorno diplomatico, che ha nel portafoglio non si sa mai, col timbro del ministero degli esteri. E’ gentile, ma è strano e parla male. Non parla ungherese. Parla arabo. pero’. E’ stato 13 anni in Arabia Saudita. Alla parola Arabia  non lo fermo più. E’ un paese ricco, ricchissimo. Il petrolio è come in Iraq, esce dalla terra come l’acqua bollente dalla teiera, non bisogna scavare. Si lavora tanto, ci sono tanti lavoratori là, bengalesi, pakistani (indiani non lo dice) tagikistan, kirgzi, Afgani. Tanti afgoni. Se c’è una cucina è piena di afgani. E’ un paese ricco, ognuno vive a casa sua, non si vive in 5 in una casa come in Europa. Anche nei ristoranti si lavora in tanti. Uno fa il riso, uno il pachati, uno lava, uno asciuga, uno controlla che tutto si asciughi bene. Si spende poco. L’esempio che mi fa è la cocacola. Una lattina 50 centesimi, una bottiglia da un litro e mezzo 5 real, meno di un dollaro. Anche a Nicosia costa tanto.
Ogni tanto si affaccia l’altro aiutante. Lui è giovane giovane, lavora nell’ambasciata del Qatar. Lui l’inglese lo parla. Non si intromette nella conversazione per rispetto a noi anziani.

Lui lavorava a Jedda, ma l’Arabia è grande, immensa, ci sono più di 250 città. Città grandi. E tutto il golfo, Dubai, Kuwait, Doha. Con la guerra è anche meglio, il dollaro è più ricco e  tutti sono ricchi. Anche dal libano vengono qui. (dice sempre qui anzichè lì).  Fa caldo, molto caldo. C’è deserto, case e mare. Ogni casa è sul mare per il caldo. Ma ora fa freddo, è inverno. Fanno 20 gradi, 15 gradi, a quindici gradi la gente in Arabia ha freddo e batte i denti. Fa lo stesso gesto di Verdone che prima ha un sacco caldo poi un sacco freddo. Il suo cuore è in Arabia.

Ma anche lui mi dice una cosa bella, anzi bellissima, Come sono gli arabi? Brava gente? Per rispondermi mi mostra prima la mano, il palmo della mano. Io qui a Budapest sono un provinciale, mi meraviglio ancora di come risalti contro il bel colore nocciola della sua sua pelle il pallore del suo palmo, tratti negroidi, come le sue labbra carnose, come le labbra carnose di Li. Palmi bianchi, come il film di Szabolcs, visto qui tre anni fa, i palmi bianchi di talco dei ginnasti. Mi mostra la mano poi dice che ci sono persone buone e persone meno buone. Come in Bangladesh, come in Italia, come dappertutto. Persone buone e meno buone. Come qua.

La

A Budapest la vetrina delle bontà è il Culinaris, un gruppo di negozi di gastronomia che vendono prelibatezze estere; italiane in particolare. Il Culinaris ha un negozio a Pest, a Hunyadi tér, nel cuore del VI distretto, proprio accanto ad uno degli storici mercati coperti della città. E’ qui che una mia collega va a farsi un etto di prosciutto cotto o di bresaola, quando sente nostalgia dell’Italia. L’altro negozio è invece a Buda…

E’ dal Culinaris di Buda, che prende spunto forse la storia più bella che ho sentito da quando son là, a Budapest, sentita giusto il giorno prima di partire.  Balint mi dice, infatti, di aver accompagnato un amico al Culinaris di Buda, e mentre l’amico faceva acquisti lui curiosava qua e là. E scopre che l’Aperol (allegro, aperto, aperitivo) costa un prezzo esorbitante, 24 euro!, contro i 6 euro, che lui paga a Bibione, dove va in vacanza.

Provo a dire che in fondo, per esempio il caviale in Russia costerà come un pacco di Fonzies, mente in Italia…. A queste parole si illumina. “Alessandro, hai tempo per una storia?” Alessandro ha tempo.

La storia fa cosi’: <<1987, Balint ha 18 anni, ha appena preso la maturità, ha voglia di cambiare il mondo e di viaggiare, come tutti i 18enni; lui in più ha i capelli biondi e gli occhi chiari esteuropei..  Gli gira in testa un’idea per un po’. Poi una mattina si sveglia presto, com’è d’abitudine tra gli ungheresi, e va a Keleti, davanti alla statua di Baross, dove arrivano i pullman di linea con l’URSS. Bussa, chiede di poter salire, per fortuna ha imparato il russo, chiede se qualcuno ha del caviale da vendere. Il giorno dopo è all’ambasciata d’Italia, lì a Stefania ùt e fa la fila per il visto. Si è portato una sedia, acqua e panini, in genere per il visto servono 20 ore. Poi prende la sua Zigulì (come le caramelle, la mitica utilitaria di fabbricazione sovietica, sul pianale della 500), e va in Italia in auto, e da Udine in poi ad ogni ristorante che incontra si ferma, bussa, chiede del proprietario e propone il suo caviale. in  lingua inglese. Udine, Padova, Treviso, Mestre, Ferrara, etc, etc. Dorme in macchina, ha la barba lunga e i capelli sporchi. 3 settimane di questa vita e non vende neanche un grammo di caviale. Poi a Bologna bussa al ristorante Rodrigo. E’ la volta buona. Rodrigo arriva ed è un brav’uomo. Assaggia il caviale con un dito, approva, nessuno prima tra i ristoratori l’aveva mai assaggiato. Poi chiede il prezzo. Balint a questo non era preparato, non sa che dire, spara 4 volte quello che ha pagato sul pullman a Keleti. “E mi raccomando”  fa Rodrigo “non vendere mai il caviale cosi’, chi altri te ne comprerà mai mezzo chilo, al massimo vasetti da 90g., torna da me solo tra qualche mese, il caviale lo usiamo solo per i matrimoni e i grandi ricevimenti e a Bologna lo metto solo io nei menu. Gira solo nei grandi ristoranti (Rodrigo è ancora il secondo ristorante più caro di Bologna) E mettiti un vestito decente, ragazzo..”

Inizia così la carriera di Balint. “Se fosse andata avanti finora.., ora sarei davvero ricco” mi ammicca Balint.  Il business procede bene, la mattina alle 6 è già a Keleti, o a Piazza degli Eroi, dove arrivano i bus turistici, o alla Garay tér. Conosce gli autisti, che si prendono una piccola mancia, ed ha ormai i suoi fornitori abituali. Ha un solo concorrente serio, un serbo che dopo 1 mese scompare, e c’è anche un ‘ungherese, ma Balint è più affidabile. Poi prende la macchina e gira l’Italia, il colpaccio lo fa a Milano, 9 volte il prezzo. Ha i suoi ristoranti di riferimento, 1 o 2 per città. A Vicenza una volta vede una grossa foto alla parete,  Maradona  che mangia compiaciuto ai tavoli di quel ristorante, ha in mano una tartina con del caviale, il suo.

Poi un giorno lo chiamano da Bergamo e gli chiedono una grossa fornitura, vieni domani. Il tempo è poco, fatica a procurarsi il caviale, il sabato alle 8 bussa al ristorante della bassa bergamasca, Paolo, il proprietario non c’è, torna alle 10.  Balint, aspetta in auto, fuori ci sono -10°C. Paolo non torna, neanche la domenica, lunedì chiusura. Basta. L’ultima chance è un posto che conosce a Venezia, lì si rifà appena delle spese e gli dicono  non tornare più, fatica sprecata, ora i russi arrivano direttamente qui. E’ durata appena sei mesi..  “Ero giovane, stanchissimo, sei mesi massacranti, dormire in macchina, oggi mi sembra assurdo che mi ficcavo nella Zigulì con mezzo chilo di caviale e bussavo ai ristoranti..”  Ci pensa su “Qualche anno fa son tornato a mangiare con mia moglie da Rodrigo, l’ho subito riconosciuto..” “Ero giovane, avevo 18 anni, vivevo in un casermone in periferia. Eravamo poveri”>>

E’ anche questo che rende speciale Balint, quest’ “eravamo poveri” mentre tutti oggi mi dicono: “siamo poveri”.

 

Tibor

Tibor
Ho riavuto il laptop, anche se mi sa che è come il vaso di Pandora, una volta aperto i guai lo accompagneranno

Il laptop rotto fu visto dai geni informatici di una multinazionale di software con una divisione commerciale a Budapest, dove lavora il buon amico Giuseppe. Il mio laptop dl quale ora compongo questa entry si accendeva, ma rimaneva alla bella schermata iniziale COMPAQ-PRESARIO, una bella scritta rosa violetta su sfondo nero da far invidia ai Depeche che qui verranno Marzo. Il laptop è morto, fottuto fan loro, sicuramente è la motherboard che è andata. Ho accesso solo alla fase di pre-bios e il bios nn arriva mai.

Chiedo ancora in giro, la Lorena mentre siamo sul ballatoio che d? sul kert di casa sua e facciam finta che sia ancora estate, all’aperto a fumare alle 7 di sera in maglioncini leggeri, si ricorda di un posto nell’XI distretto, ad Ujpest, che sembra fatto per l’apposta che si chiama “Notebook Doktor”. N ricorda se con la c o con la k. Bene dove altro se no.

Ma poi Olgi che dice se lo voglio far guardare dal padre, che ne capisce. Tibor. Tibor parla un po’ di italiano perchè è stato in Italia, e parla inglese perchè lì è stato 7 anni.

Olgi ci osserva. Tibor ha la faccia espressiva e segnata, uno sguardo buono e paterno e tanti capelli folti e bianchi come lo scienziato di ritorno al futuro. poi inforca una visiera nera bisunta con degli occhialini tipo lenti di ingrandimento, sembra un vero Teknikus. Olgi fa “Oh no” e ci lascia. Apriamo il laptop, ma la terza vitarella dà qualche difficoltà, Tibor ci dà dentro con i suoi cacciaviti e dopo 2 ore la vite è ancora lì immobile, completamente assorbita dalla plastica del pc, senza + una forma definita sulla sommità. Passa un canadese che ride. Tibor torna a casa a prendere altri cacciaviti e il trapano. Povera patria. Me ne vado sconsolato.

2 giorni dopo il laptop si accende, e funziona come prima.
I laptop COMPAQ-PRESARIO hanno una piccola batteria interna che alimenta (fottuti 2 Volt) l’accesso alla memoria CMOS durante l’avvio del laptop. Questa batteria può facilmente bruciarsi per banali motivi come sbalzi di corrente di rete.

Sia lode a Tibor

Nuovo cinema Esteuropeo

Volo W!zzair del lunedì da Ciampino. Corrado in mezzo alla fila storta per il check-in è imperturbabile nella sua camicia coloniale da viaggiatore. Ha un borsone e una valigetta metallica con una grossa scritta in caso di smarrimento, “Hungaria Cinema Kft., O’ utca 36, 1066 Budapest”.
E’ a Budpaest da un mese, ma della città nn conosce nulla. Quando parla con gli ungheresi al lavoro dice “Dobre, dobre..”, come nei 10 mesi a Praga, ma si è accorto che non va bene. Si gira, osserva il caos che lo circonda con i suoi occhi azzurri da miope strizzati come nei western, sotto i tanti capelli bianchi….
Pensa al lavoro di domani, ai colleghi, agli ungheresi, al lavoro che lo ha portato a Budapest ancora lontano dalla famiglia. E’ un bel lavoro, si è’ sempre risposto cosi’ a quella domanda, 35anni vissuti di corsa nel mondo del cinema.
Rivede il giovane Zeffirelli con cui iniziò a lavorare ragazzo come costumista, e poi Fellini, Lizzani Storaro e tanti altri..
E’ un semplice sarto di scena lui, ma nella squadra di una dei costumisti di fama. Un tempo faceva film storici, Giulietta e Romeo, il Satyricon di Fellini, che ora appare proprio ingenuo.., fa uno sforzo per ricordarli tutti,… Novecento di Bertolucci.., il Marco Polo per la Rai, primianni80, 5 mesi in Cina, poi Venezia, Cipro e Tunisia.
Ora che nn esiste un cinema italiano, costumisti come lui lavorano per le grandi produzioni americane, in genere film fantasy, con città fantastiche, cavalieri alati, regine cattive, film che si girano nell’Europa dell’Est, dove costano tanto meno che a Roma. Prima gli americani giravano in Tunisia, Marocco, ma ora hanno paura. Per il “Van Helsing” è stato 5 mesi a Praga, ma poi ha fatto altri 2 film dopo là, ma a volte si fan anche filmacci per TV via cavo americane che in Italia nn vedranno mai..

L’ultimo film italiano importante che ha fatto è Gangs of New York, di Scorsese, mezza New York ricostruita a Cinecittà, come ai bei tempi che lui ha fatto in tempo a vedere, forse. Lui non è tanto alto, ma Scorsese gli arrivava alla spalla con la sua bella barba e parlava in un buffo italo –americano, mentre si faceva fare un vestito italiano su misura..

A Budapest col pulmino della produzione va a prendere il resto della squadra, Marcella con le sue occhiate, un paio di giovani, Donato e Fabio, adorabili checche costumiste del mondo dello spettacolo. Mentre lui parla poco e strizza gli occhi azzurri..

Una notte all’Opera

Andrea (che qui è un nome femminile) mi chiama al cell. sono appena sopra la fermata della metro, che fai sali?, è che si va all’opera oggi, insieme a una sua amica che e dell’ambiente della lirica, “ma mi raccomando vieni vestito casual, la gente vien pure in calzoni corti e porta del cibo, Wagner dura assai (5 ore), io porto del cibo” Salgo con i miei jeans e zainetto con panini e birra, manco andassi allo stadio, e lei e in gran sera, seta rosa su corpetto nero, tacchi, borsettina. Mi spiega che ha solo 2 collection di vestiti e quelli invernali son troppo pesanti. per il cibo ha un Duplo nella borsetta. Lo ammetto, sono un “pappucs“. A Budapest, ci sono ben due teatri d’opera, l’Operahaz (uno dei piu belli e famosi al mondo) e l’Erkel, e noi siamo all‘Erkel, che è un teatro socialista da 2500 posti, foyer immensi ed essenziali, per il divertimento dell’uomo nuovo e anche di quello contemporaneo: l’Erkel sembra quasi necessario ad una città che ha la vita teatrale tra le più ricche d’Europa, qui si fan cose strane e d’avanguardia, dunque si vede Wagner, cioè il Lohengrin (mamma mia), la regia è della bisnipote di Wagner e dell’ex moglie di Liszt (famosa tresca di inizio secolo), La signorina Wagner ci ha 27 anni, e alla sua seconda regia ed ha fatto un Lohengrin ambientato nn tra conti e semidei Nibelunghici ma negli anni’ 80 tra trame di partito e comizi parlamentari, il cigno su cui arriva Lohengrin e il simbolo del partito ed è bianco e blu. Mi dicono che l’opera è molto bella, perchè è moderna ha avuto tante critiche e smosso i benpensanti. Alla fine si scopre che il semidio era sceso in terra nelle vesti di un barbone che si trascinava per ogni atto come un personaggio del presepe. A metà secondo atto esco tra gli immensi corridoi vuoti per stapparmi la lattina di birra, ancora schizzava dappertutto, poi la fo fuori con cautela al riparo del nostro palchetto (siamo noi 3 in un palchetto semicentrale al primo piano). Le altre 2 ore e mezza di Wagner in tedesco coi sottotitoli in Ungherese sono più piacevoli dopo.

Il meglio del teatro europeo d’avanguardia, in un palchetto per 3-4 persone, con un po’ di anticipo ci e costato 600 fiorini (2.40 euro). La prossima volta si va a vedere Madame Butterfly, credo che mi divertirò di più perchè e in italiano, ci sono le giapponesine e lei si uccide per lui. Però metterò la giacca.

Italia-Ucraina

“L’anno scorso son venuto qui una settimana, così, mi sollazzavo….”
al tavolino accanto al nostro han messo una bandierina italiana ed una bandierina ucraina per il 50enne ricco e la sua amica e Leonardo ci deve raccontare questa cosa assolutamente e continua:
“Andavamo sempre allo stesso caff di Liszt Ferenc ter prima di sbatterci un pò in disco e vedevamo sempre un signore anziano sui settanta ma con la faccia simpatica e un giovane, italiani, sempre appresso a 2 modelle ungheresi, 2 diverse per sera.
Allora l’ultima sera, ci siamo andati per fargli i complimenti e loro simpatici, sedetevi con noi, e ci offrono da bere.. quando ecco che squilla il cell al giovane:
‘Pronto mamma, si siamo a Monaco, la fiera tutto bene, stiamo vendendo abb., conm’e il tempo da voi? anche qui più o meno, aspetta che ti passo papà..’ e porge il cell al vecchietto.

“Averci avuto un padre cosi fa Leonardo…”