il lattivendolo

L’ungherese medio c’ha ancora capito poco del virus e ha le idee un po’ confuse. Sabato mattina qui è giorno di mercato, il giorno in cui si colorano i banchi dei piccoli contadini, quelli fuori dal piccolo grande mercato coperto del mio quartiere, e se ho tempo per andarci ci vado e in questi giorni il tempo proprio nn ci manca.

L’appuntamento da non mancare è quello col mio lattivendolo, quello che viene col suo piccolo van da Lajosszentmise, dalla pianura ungherese e che ha un buon spirito imprenditoriale da migliorare sempre l’offerta, i prodotti e il marchio. Sul marchio ora c’è un tizio un po’ robusto con la barbetta rossiccia che sorride mentre è in posa accanto ad una placida mucca, mentre al mercato sul suo van con ripiano verso il pubblico c’è sempre un tizio magrolino, pelatino con il pizzetto rossiccio, il fratello. Ed è un tipo simpatico, con quel pizzetto, uno di quelli che ti ispira un saluto più sincero del solito, che ti sorride, con cui la gente si apre e scambia due parole. Ci vado quando il mercato sta per chiudere, poco prima delle 13 cosi nn trovo nessuno, nel mercato come per le strade, (ormai faccio solo stradine laterali o cammino in mezzo alla strada per nn incrociare nessun pedone) ed in effetti metà ha sbaraccato, ma so che lui c’è fino all’ultimo. c’è solo una signora in cappotto nero che nn la finisce piu di far chiacchiere con lui, con quel modo concitato e sicuro che solo le massaie di tutt’Europa hanno. Ogni tanto sbuca la parola virus, ma tengo il mio metro e mezzo di sicurezza e nn capisco niente di piu.

Poi è il mio turno: due pezzi di formaggio fresco (li vende solo in pezzi da 200 grammi l’uno). Tre vasetti di yogurt (è tutta roba che in 3-4 giorni inizia a diventar rancida nel frigo, quando si dice prodotti freschi senza conservanti, nn ne posso comprar di più), ricotta, korozott (una sorta di ricotta mescolata a panna, paprika dolce, aglio, prezzemolo, gustosissima sul pane). È il mio turno anche per la chiacchiera “ma la gente ha paura del virus?” “si, tantissima”, dai quartieri semicentrali di Budapest alle fattorie della puszta.., “fanno bene, l’unica è restare in casa” “restare in casa?” mi guarda come se volessi combattere l’AIDS con un corona d’aglio attorno al collo… di restare in casa nn ne ha mai sentito parlare, comunque è una cosa impossibile e inattuabile, gli parlo del metro di distanza e delle mani, oh si, ha un pacco di salviettine umidificate e nn fa che umettarsi le mani, i soldi, i soldi trasmettono il contagio. Ecco, gli ungheresi non venderanno le loro madri e i loro nonni per un punto di PIL, l’idea che il peccato, il primo vettore del contagio siano i soldi, il male che infetta il mondo siano le banconote che incassa ce la meritiamo tutta. Buona domenica a te.
In Ungheria comunque come nel resto del mondo c’è tanto orgoglio in questi giorni ad essere italiani, santi, navigatori ed eroi, gente che vuol salvare i suoi anziani. Il popolo che quando arrivò l’epidemia cantò dai balconi.

Camici bianchi magiari

Chiamano il mio nome, mi alzo facendo forza solo sulla coscia destra e arrivo zoppicando appoggiando appena la punta del piede destro per nn sentire fitte lancinanti, poi inizio a saltellare su una gamba. La signora in camice bianco fa: “Ma dove ti fa male, ah, al polpaccio, allora han scritto male sulla scheda, non hai problemi alla gamba, qui bisogna aspettare che arrivi il dottore allora, accomodati che ti richiamiamo...” faccoùio una faccia comprensiva (da ergo il dottore nn c’era).

e ritorno zoppicando all’assurda panchina del pronto soccorso del traumatologico di Budapest, il grande edificio verde, con una bella B in cima proprio di fronte al cimitero monumentale…

la panchina è lì dagli anni 70, ferro, di un marrone scurissimo, alta, a L con i bordi rialzati, che tutti noi siam costretti a pose innaturali, o star con le gambe a penzoloni, le sedioline normali 5-6 son tutte occupate, i più prepotenti si son messi sulle 5 barelle parcheggiate proprio davanti alla porta.

è la seconda volta che torno in questo fantastico posto in meno di due settimane, è il classico caso di recupero affrettato dall’infortunio e ricaduta, nel senso letterale della parola, due settimane fa sono caduto correndo nel Varosliget (il grande parco municipale di Budapest), e poi dicono che correre al parco fa bene, ma se poi inciampi in una radiciona, può capitarti di farti una ferita abbastanza profonda proprio sulla rotula da cui esce sangue appena la muovi anche molte ore dopo…

Era un mercoledi e al CTO me l’ero cavata in un’oretta e mezza, compresi i raggi (prendi questo foglio, mettilo nella cassetta delle lettere, nella porta sull’altro corridoio, tipo sportello del agnolino, sì, quelli lo leggono e ti chiamano, va’ pure figliolo) , con il dottore che all’ungherese se la tirava tanto per il suo ruolo di potere e nn dava confidenza. Ma poi risalendo come uno zoppo la rampa del garage in Italia avevo incuriosito l’altro tipo che con me era tornato a casa sul tardi, uno che aveva una borsa da dottore, mi guarda e mi fa: “ginocchio o caviglia? E quando è successo? Fa un po’ vedere…” poi la sentenza che ti riempie di gioia e fiducia nel paese in cui vivi… “hanno fatto proprio un buon lavoro..” (commento a un filino di una sorta di nastro adesivo trasparente messo per chiudere sulla ferita).

Questa volta invece di gente ce n’è molta e il tempo raddoppia, esco dopo 3 ore, zoppicando e dolorante con la diagnosi che piu o meno suona come non hai niente, il dolore è solo una tua fissazione, 30 giorni a riposo e tornerai come nuovo.  Difficilissimo il dialogo quando sai dire ferito, mi fa male, dolore, ferita, muscolo, osso, disinfettante, e raccontare come ti è successo ma ti mancano parole fondamentali come polpaccio (vadli!), contrattura (gorcs), strappo muscolare (izomszakadas, questo era piu facile, ma usato in un altro contesto).

in 3ore con lo smartphone scarico nn posso che guardarmi attorno per scoprire l’ungherese medio che va al pronto soccorso del CTO nella prima domenica di Agosto..

in prevalenza sono coppie di ciccioni con una fascia elastica sotto il ginocchio, del resto negli ultimi giorni di vita magiara son stato più o meno costretto a mangiare solo maiale e patatine fritte, una bella ragazza in maglietta rosa che se ne è stata buona e serena e poi ha zoppicato anche lei su una gamba al suo nome… chè l’infermiera sbraita il nome da fuori la porta, quasi come le inservienti della tavola calda, birreria, biliardo dove si andava a mangiare la sera.. nn fa nessuna smorfia per nomi italiani o russi. Il nome Kovacs Pèter esce parecchie volte.

C’è un vecchietto ovviamente compito, in giacca, scarpe da ginnastica, bastone, polso fasciato, un uomo sui 65 anni a torso nudo, braccio legato al collo alla Beckenbauer, con ancora le scarpe da calcio e calzettoni, che aspetta in piedi come se volesse continuare la partita, e un giovane ancora in maglietta da calcio rossa disteso sulla barella con praticamente due profondi buchi alla caviglia destra. Mi chiede in ungherese come si chiama questo ospedale, lo scrive su whattsapp, poi fa telefonate lunghissime in inglese con un bell’accento americano (si, a volte può essere bello) a ragazze dalla voce sexy. Origlio “poteva andarmi meglio ma poteva anche andarmi molto male… e a te come va? Oh davvvero? Benvenuta in America, ah, ah, ah” Arriva un gruppo di 4 zingari con belle pance, Origlio “si, pagava le bollette solo quando minacciavano di tagliargli le forniture, ora ha 60.000 fiorini (circa 2.000 euro n.d.r.) di arretrati”. ogni tanto echeggia la voce di una ragazza che urla dal dolore, ci spostiamo tutti per vederla dietro alla colonna… è bellissima, mora, un corpo da statua, capelli da diva, zingara, l’accompagna un tipo ben vestito e muscoloso.

Per tutti noi il dottore avrà avuto si e no 23 anni, l’Ungheria è questa qua, e meno male che c’era questo dottorino, ovviamente con un pizzetto alla film di Alberto Sordi, che qui a Budapest dei 4 grandi ospedali generalisti due hanno chiuso il pronto soccorso in estate per mancanza di personale (e io avevo un po’ di paura lo confesso a varcare questa soglia) in Ungheria un medico nel pubblico prende sui 1000 – 1200 euro, e allora quello che viene formato nelle università preferisce andare a esercitare la professione in Inghilterra o Germania, stessi problemi di personale, paga 5 volte più alta. Oppure sei costretto a dare “la gratifica” insomma la bustarella, manco fossimo nell’Inghilterra di Dickens e nn avessero inventato lo stato sociale.

Già, lo stato sociale c’è, ma nn si vede, nell’Ungheria di Orban della flat tax credet si investa negli ospedali?