elezioni austriache: birra al limone o spumante?

 Le elezioni presidenziali austriache, risolte al fotofinish per qualche migliaio di voti spediti per posta, vissute a Vienna a pochi metri dalla sede del Presidente, in un clima idilliaco

 

 

            Vienna – La sede del presidente della repubblica austriaco a quella del cancelliere, sono proprio una di fronte all’altra, in un angolo dell’Hofburg, le porte nn disteranno più di 20 metri, al centro della piazzetta un’installazione d’arte moderna, di grandi scaloni in pietra nera, dove alle 15.30 stava giusto arrivando l’ombra e i curiosi prendevano posto.

Qu in un angolo dell’Hofburg, il momento clou delle elezioni presidenziali austriache 2016, con un testa a testa degno di una finale dei mondiali trascorre così, con la gente sui gradoni incollata alle radioline, (che oggi sono gli smartphone collegati a twitter o al canale tv austriaco in streaming) e la polizia in un angolo della piazza, all’ombra, con le transenne ancora per terra, che se vuole passare una macchina come fa.

Guardo la porta di fronte, quella del cancelliere, quella che era di Radetszky,  non più tardi di due settimane fa, è cambiato l’inquilino, dopo 7 anni emezzo di buon (?) governo il cancelliere è cambiato. Ora sembra una porta come tante. Ma forse prorpio questo cambiamento, dovuto, in extremis,  è servito a convincere quello 0.2% che darà la vittoria a van der Bellen.

è una bella giornata di maggio, lo splendido maggio viennese, come scriveva Joseph Roth in la cripta dei Cappuccini, quel “maggio viennese, che nuotava nelle piccole “Coppe oro” dal bordo d’argento [del caffè Dehmel], che si librava sul tavolino, sui sottili bastoncini di cioccolata ripieni, sui pasticcini rosa e verdi alla crema”. Nel libro fu allora che il consigliere Sorgsam disse, nel bel mezzo di quel maggio dfu allora che : «Non ci sarà guerra, signori miei!» (1). e anche oggi la guerra e lo scontro su migranti sembra cosi lontano, mentre sui social qualcuno un po’ preoccupato tira un sospirone di sollievo qui il capo dei poliziotti perde 15 minuti buoni a spiegare a un turista americano che Schonbrunn è parecchio distante e come arrivarci coi mezzi, ride spesso, le sue ultime parole sono: “è come il presidente USA”. Uno è in cima ai gradoni con una lattina di birra al limone, un tipo col cappello sta addirittura facendo le parole crociate, la notizia della vittoria di Van der Bellen, non suscita boati o grida di gioia o cori nazisti, la prima fonte autorevole a dare conferma è la BBC, i ragazzi davanti a me verificano in continuazione se la pagina di Wikipedia è cambiata. Passa una coppia, per caso, lei ha una bella hijab rosa sul capo, ed è una bella donna una delle tante belle coppie miste qui a Vienna. Ma siamo a Vienna, la rossa, città culturale europea per eccelenza, in un’Austria in cui si è assistito al paradosso chele città, che han davvero visto i migranti, han votato per l’accoglienza, mentre i monti, che di migranti ne han solo sentito parlare han votato per i muri. Ma si sa, se una cosa impari a conoscerla vinci anche le tue paure..

 Le transenne non verranno mai alzate, capisci che tutto è finito quando le due troupe meglio piazzate iniziano a fare i servizi, spunta da dietro un microfono rosso di ORF, la TV pubblica austriaca, c’è anche il TG3. I ragazzi davanti a me hanno una bottiglia di spumante, li sento dire fraternitè, egalitè… e poi. si ferma. Libertè intervengo io.

Solo dopo le 17 arriva finalmente qualcuno con una bandiera, un padre con la zainetto del Rapid Wien e una bambina in maglietta rosa. La bambina sventola una bandiera bianca e rossa e sorride. Che tutte le elezioni siano così..

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In cammino verso occidente

In viaggio a piedi da Budapest  a Vienna con 1000 persone venute da molto lontano

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Sono le 17 e sono in cammino, da sei ore, nel mezzo dell’autostrada M1, Ungheria, sarà il secondo paese che superiamo dopo Budapest, è una zona industriale, bei capannoni, Tesco e Aldi, come sfondo le verdi colline che circondano Budapest.. Sono con un migliaio di persone, che vengono da molto lontano e andiamo verso occidente..

Sono migranti, arrivati giusto oggi alla stazione Keleti; quelli di ieri dopo tanti giorni di vana attesa e incertezza, completamente dimenticati dalle autorità ungheresi, costretti a vivere in 4000 nel sottopassaggio della stazione per giorni e giorni, alla fine si son messi in marcia a piedi e alla fine la Merkel, Orban e Faymann han deciso di aprire loro il confine. E nella notte decine di bus li hanno raccolti per strada e portati alle porte dell’Austria.

E allora anche i nuovi arrivati si mettono in marcia, la stazione è stata aperta da un paio di giorni, dal tabellone luminoso è scomparso l’annuncio “i treni internazionali sono soppressi”, ma non si sa mai, tre giorni fa il primo treno per occidente li ha portati non al confine ma a Bicske, appena 30 Km oltre, in un (famigerato) centro di raccolta. . e allora meglio farsela a piedi, un altro bus passerà prima o poi

Li ho seguiti, e ora quando parlo con quei pochi che parlano inglese, spesso giovanissimi, la prima domando che mi fanno è “E tu che diavolo ci fai qui, anche tu vieni con noi?” Io posso rispondere solo con l’ironia, mi piace camminare, fare sport, in mezzo alla campagna, aria pura, con tanti nuovi amici..

E’ che in mezzo a loro, sudato dopo qualche ora di cammino, sul ciglio della strada, con davanti tante schiene e fazzoletti in testa, inizi a capire un po’ quello che succede.. innanzitutto c’è molto entusiasmo, c’è gente che viene da molto molto lontano, Aleppo, Siria, Afganistan, Bagdad, lunghi viaggi via terra per campi, confini e filo spinato, gente cattiva, il tratto di mare Turchia Grecia, 4 ore, in barca decente è costato 1700 euro, una barca scassata 1200 euro, ma c’è anche un ragazzo che col sorriso sulle labbra mi dice di essersela fatta a nuoto, un altro tratto, ha nuotato per 8 ore, la gente in Grecia non ci credeva, era solo il secondo che se l’era fatta a nuoto. Ora sono a uno sputo dall’Austria e ancora un piccolo sforzo.

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Vengono da molto lontano, sulla geografia europea han le idee un po’ confuse, ogni tanto se ricambio un sorriso e attacchiamo discorso mi chiedono quanto manca? Io mi guardo intorno, magari siamo a Budaors, la prima cittadina borghesuccia fuori Budapest, con i fiori alle finestre e il Thai massage con le tailandesi in divisa rosa che ci guardano dal balcone. Le guardiamo anche noi. avremo percorso una quindicina di chilometri, “per Vienna altri 220 chilometri, appena meno per il confine” rispondo.. “220? scherzi….??” ma su una cosa son sicuri, destinazione Germania, Olanda, Vienna, Olanda, Svezia, han tutti un parente, uno zio, qualcuno, che lo aiuti ad avere un futuro migliore, in una paese senza guerre..

Mohamed è stanchissimo.. è un ragazzo di 24 anni, di Aleppo, appena laureato, mano nella mano con un ragazzino taciturno, il fratello 13enne. E’ arrivato stamattina a Budapest da Debrecen, dove c’è il più grande centro di accoglienza d’Ungheria, quello citato spesso da Orban, “lo Stato non fornsice assistenza a Keleti perché loro non devono stare lì, se vogliono acqua, cibo, un letto e assistenza medica, andassero nei campi (si ferma, in ungherese campo suona come campo di concentramento) nei centri di raccolta.” Mohamed parla di Debrecen come una delle cose peggiori che ha visto nel suo viaggio, e il suo viaggio è iniziato ad Aleppo. Al freddo, all’aperto dalle due alle sei del mattino, cibo immangiabile, luce, sempre ad urlare, in piedi, seduti, in piedi seduti, come degli animali, anzi peggio, se hai un animale gli dai da mangiare..” Mohamed si è laureato in agraria un mese fa, ha preso il diploma e ora va in Germania, per nn essere arruolato nell’esercito lealista di El-Assad. Ha la camicia, si vede che ha studiato e che è un borghese.. ce ne sono altri, gente che è stata in albergo in questi giorni, uno studente di ingegneria di Damasco.. “qui ti diranno tutti che sono siriani”, (i siriani sono migranti di serie A, buona istruzione e dalla pelle un po’ più chiara) sorrido, ma lui mi mostra il passaporto, lo apre pure.. va dalla sua ragazza, in Svezia, fa un corso di lingua e finisce gli studi al politecnico. “Tornerai mai indietro?” nn risponde, siamo a piedi nella campagna ungherese verso il confine ed è una domanda stupida. Ci sono molte domande stupide che si possono fare a queste persone.

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con Mohammad e Nasir

Non ci sono solo giovani professionisti siriani o sedicenti tali, 1000 persone è un bel campione di questa migrazione, molti sono gli iracheni, i più concentrati e provati, spesso magrissimi, le famiglie sono le loro, e molti gli afgani, compresi tre amici dallo sguardo simpatico, molto alti, han gli occhi a mandorla e parlano persiano.

Si procede a passo spedito, poche pause, nessuna lamentela, passo veloce, anche per i bambini, mamme col passeggino, mogli col fazzoletto in testa, a volte elegante a volte no, se il bambino è stanco sale sulle spalle del papà, c’è una ragazza ungherese che parla arabo e canta con una bambina dai capelli nerissimi.

Non arrivano notizie, per lo meno a noi, qui dentro al gruppo, arriva il bus, quando ci fermiamo, dove dormiamo??. Ad una pausa vado a informarmi, finisco a parlare col capo della polizia, quella che ci accompagna da quando abbiam lasciato la città, 1000 persone in cammino sull’autostrada qualche problema alla circolazione lo causano. E’ stata questa la spiegazione ufficiale dei bus di ieri ed in effetti era imbarazzante vedere il sottosegretario alla presidenza del consiglio Lazar dire che i bus sono stati messi a disposizione per evitare ulteriori disagi agli automobilisti. Il capo della polizia ha i capelli bianchi e lo sguardo buono, da padre di famiglia e da chi ha occhi per vedere questo gruppo di persone che vuole solo un futuro. Lui nn sa niente, niente di ufficiale, bus, treno, marcia, ci assicura soltanto che si va verso il confine, e non verso i campi di raccolta, siamo a una 20ina di chilometri da Budapest, se dovessimo continuare a piedi tra altri 20 Km c’è una zona allestita per passare la notte.

Dovrebbe parlare di persona avvalendosi di un interprete, tutti qua hanno paura della polizia ungherese, nei campi o al confine, e di guardie di confine ne hanno viste un po’ finora, come è innominabile la politica ungherese, Orban ha pure le sue ragioni, ma questa cattiva fama che si sta coltivando in giro per il mondo non fa bene al paese..

E’ una giornata fresca, di cielo nuvoloso, niente sole, la notte potrebbe essere freddina.. Tutti hanno una coperta sottobraccio, tutti sanno che nei giorni precedenti è stata la cosa più utile.. Cibo e acqua invece non sono un problema, la gente, la gente comune, quella che si vede passare sottocasa a piedi un migliaio di persone con una busta di plastica stracolma in una mano e un bimbetto nell’altra, con 200 Km davanti, scende al supermercato sotto casa compra una confezione di barrette al muesli, un cartone di acqua e due chili di mele ti aspetta sul ciglio della strada. Sono tanti. Dietro il Dorotthya udvar due tipi son là con due pizze giganti tagliate a fette, giusto fuori dal loro ufficio.

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E’ un sabato e non c’è molta gente in giro quando attraversiamo Budaors, ma qualcuno si, parlo con una signora, dove vanno, da dove vengono.. si deve trovare una soluzione, che vada bene per tutti, per noi, per loro, per la Germania, certo così non va che dobbiam vederci passareogni giorno per le nostre strade 1000 persone a piedi verso occidente.. verranno anche domani?

Passiamo accanto a una colonna di auto, una famiglia borghese con gli occhiali, si offrono di portare in auto due persone al confine, è la nuova gara di solidarietà che è partita qui in Ungheria, in barba alle leggi vecchie e nuove che vieterebbero di trasportare o alloggiare migranti per favoreggiamento della clandestinità.

Ci fermiamo sempre più spesso, i bambini son stanchi, sono le 19, scende piano la sera, a Biatorbagy, 25 Km da Budapest grandi urla di gioia, fischi, parte il coro “UN, UN” (United Nations), improvvisamente si gira per una stradina di campagna.. a Biatorbagy ci sono quei santi con i tesserini di Migration Aid e una bionda con fare professionale che li ha accompagna a prendere il treno, tre treni in partenza verso il confine secondo l’orario ufficiale. e alla fine ce l’hanno fatta, basta un po’ di buona volontà e aggiungere 5-6 vagoni al treno. Saluto Mohamed, ci abbracciamo.

A Biatorbaby non credo avessero mai pensato di vedere la loro stazioncina stracolma di 1000 viaggiatori stranieri. Molti sono accasciati a terra. Una vecchina passa a dare a tutti un quadretto di cioccolata.

Fotogallery qui

stazone di Biatorbagy

stazione di Biatorbagy

post ripreso da Q code magazine  http://www.qcodemag.it/2015/09/07/rifugiati-budapest/

e adattato per Avvenire del 9.9.2015, pag. 9,  reportage dal titolo “Ungheria, sulla strada verso occidente”