il cacciatore

il cacciatore - Kovacs Zoltan

Domenica, ore 13.30, l’ora che ho scelto per uscire di casa e andare a far la spesa al supermercato, che qui nom c’è nessuna distanza obbligatoria, nessun a fila col carrello in mano, l’ungheria è un paese sicuro e il male nn ci colpirà, ma io sono italiano e so come vanno le cose e allora ho scelto domenica 13.30, quest’ora che son tutti a tavola o, o niente (un tempo scrivevo o in campagna dai nonni, no, i nonni meglio che nn vedano i nipotini ora). Qui cmq ci sono ancora 10 gradi di massima, se esco con cappottino lungo, sciarpa a coprire il volto tipo tempesta di neve e guanti passo quasi inosservato, ho detto quasi).

Ma il supermercato è chiuso, nessuna ordinanza, c‘è un cartello, oggi è 15 marzo, festa nazionale ungherese, si ricordano i moti del 1848, contro gli asburgo, in genere è un gran bagno di folla, di comizi politici di ogni ordine e grado dall’ultradestra alla sinitra che sogna, al leader viktor, ma oggi nn si fa niente ovviamente, per nn seguire l’esempio della spagna che festeggia l’8 marzo ed poi una settimana dopo si ritrova con 2000 casi al giorno. Vuota allora la scalinata del Museo Nazionale, dove in genere un coro di bambini ricorda l’eterno poeta Petofi che legge la lirica Alzati in piedi, o magiaro, ma in TV vediamo cmq a ripetizione i soldati ungari che marciano compatti per l’alzabandiera davanti al Parlamento con presidente della camera e presidente della repubblica solenni che avanzan, non mano nella mano ma a 5 cm l’uno dall’altro si. Orban invece se ne è andato in Serbia, ai microfoni dice per assicurarsi che gli amici dei balcani nn facciano arrivare italiani e migranti, ma ungheresi si.

Alla conferenza stampa quotidiana oggi nn c’è la zia Cecilia e accanto al militare pieno di medaglie si presenta il sottosegretario alla presidenza del consiglio Zoltan Kovacs, quello sicuro di  se e della linea orban che parla alla CNN, responsabile comunicazione internazionale. In giacca di camoscio e sottopetto manco tornasse da una battuta di caccia tra i boschi del Vermont, è in un visibile stato di agitazione, attacca i giornalisti, arrogante e aggressivo ben lontano dal ruolo rassicurante che dovrebbe avere un politico vero in questo frangente.si potrebbe pure esser giocato la carriera

Vuol dire che l’Ungheria è messa male e io inizio ad avere paura.

I numeri sono ancora bassi, 32 infetti, oggi il primo morto (“è morto un nostro compatriota” annuncia Zoli), ma intanto tutti anche restando ai paesi qua vicino Slovacchia, Polonia, Austria, han chiuso i confini, i negozi e la vita sociale. Qui ancora la gente fa tutte le cose che avrebbe fatto l’anno scorso di questi tempi.

Mi aspettavo un discorso importante da statista di Orban oggi, festa nazionale, ma niente. Mi rifaccio la sera con Burioni, Gualtieri, Borrielli, Sacco. L’Italia mi manca.

 

il lattivendolo

L’ungherese medio c’ha ancora capito poco del virus e ha le idee un po’ confuse. Sabato mattina qui è giorno di mercato, il giorno in cui si colorano i banchi dei piccoli contadini, quelli fuori dal piccolo grande mercato coperto del mio quartiere, e se ho tempo per andarci ci vado e in questi giorni il tempo proprio nn ci manca.

L’appuntamento da non mancare è quello col mio lattivendolo, quello che viene col suo piccolo van da Lajosszentmise, dalla pianura ungherese e che ha un buon spirito imprenditoriale da migliorare sempre l’offerta, i prodotti e il marchio. Sul marchio ora c’è un tizio un po’ robusto con la barbetta rossiccia che sorride mentre è in posa accanto ad una placida mucca, mentre al mercato sul suo van con ripiano verso il pubblico c’è sempre un tizio magrolino, pelatino con il pizzetto rossiccio, il fratello. Ed è un tipo simpatico, con quel pizzetto, uno di quelli che ti ispira un saluto più sincero del solito, che ti sorride, con cui la gente si apre e scambia due parole. Ci vado quando il mercato sta per chiudere, poco prima delle 13 cosi nn trovo nessuno, nel mercato come per le strade, (ormai faccio solo stradine laterali o cammino in mezzo alla strada per nn incrociare nessun pedone) ed in effetti metà ha sbaraccato, ma so che lui c’è fino all’ultimo. c’è solo una signora in cappotto nero che nn la finisce piu di far chiacchiere con lui, con quel modo concitato e sicuro che solo le massaie di tutt’Europa hanno. Ogni tanto sbuca la parola virus, ma tengo il mio metro e mezzo di sicurezza e nn capisco niente di piu.

Poi è il mio turno: due pezzi di formaggio fresco (li vende solo in pezzi da 200 grammi l’uno). Tre vasetti di yogurt (è tutta roba che in 3-4 giorni inizia a diventar rancida nel frigo, quando si dice prodotti freschi senza conservanti, nn ne posso comprar di più), ricotta, korozott (una sorta di ricotta mescolata a panna, paprika dolce, aglio, prezzemolo, gustosissima sul pane). È il mio turno anche per la chiacchiera “ma la gente ha paura del virus?” “si, tantissima”, dai quartieri semicentrali di Budapest alle fattorie della puszta.., “fanno bene, l’unica è restare in casa” “restare in casa?” mi guarda come se volessi combattere l’AIDS con un corona d’aglio attorno al collo… di restare in casa nn ne ha mai sentito parlare, comunque è una cosa impossibile e inattuabile, gli parlo del metro di distanza e delle mani, oh si, ha un pacco di salviettine umidificate e nn fa che umettarsi le mani, i soldi, i soldi trasmettono il contagio. Ecco, gli ungheresi non venderanno le loro madri e i loro nonni per un punto di PIL, l’idea che il peccato, il primo vettore del contagio siano i soldi, il male che infetta il mondo siano le banconote che incassa ce la meritiamo tutta. Buona domenica a te.
In Ungheria comunque come nel resto del mondo c’è tanto orgoglio in questi giorni ad essere italiani, santi, navigatori ed eroi, gente che vuol salvare i suoi anziani. Il popolo che quando arrivò l’epidemia cantò dai balconi.