Silenzio e grido.

È morto a 92 anni il grande regista Jancsò Miklòs

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Miklos

Ho da parte il suo autografo, sulla seconda di copertina di un libro di seconda mano “Al mio amico Alessandro”, firmato Jancsó Miklós, con una bella firma tonda come te la devi aspettare da un grande regista,il più grande regista del cinema magiaro, leone d’oro alla carriera a Venezia nel 1990, un Castoro a lui dedicato (di Giovanni Buttafava) già nel 1975, scomparso il 31 gennaio scorso a Budapest all’età di 92 anni.

L’avevo incontrato al Millenaris, il parco postmoderno con teatri e sale espositive a Buda, alle spalle di quella che per molti è ancora Moszva tèr. Quel giorno davano tutti i suoi film in sequenza, per festeggiare gli 85 anni del maestro, una maratona di 36 ore. Ero arrivato al momento giusto, per vedermi Szegénylegények(alla lettera poveriuomini ma in Italiano “i disperati di Sàndor” 1964) e poi andare avanti finchè potevo.Szegenylegenyek, il suo capolavoro in un grandioso bianco e nero la puszta (la grande pianura ungherese) sotto una luce accecante, in lunghi piani sequenza i soldati, gli uomini veri, un cinema asciutto di parole, dal grandissimo impatto visivo e ricco di simboli ricorrenti e metafore: il cerchio e il fuoco, i cavalli e i corpi femminili nudi, bianchi ed eterei e  dei temi a lui cari: il potere e il suo abuso, la libertà, la dittatura, la ribellione e la rivolta, la storia magiara, qui “lotta di liberazione” magiara contro gli Asburgo bel 1848,  per intendere il presente, il 1956, il modo migliore per aggirare censure e controlli, anche la politica culturale delle 3T (támogatás, tűrés, tiltás, – sostegno, sopportazione, divieto) di Aczel György (il potente plenipotenziario alla cultura nell’Ungheria socialista) perché il comunismo al gulasch ungherese era molto permissivo e aperto, ma non quando si parlava di 1956. Un cinema dalla grande perfezione formale, perchè anche nel cinema socialista si era conservata la grande scuola di cinema della mitteleuropa, che avrebbe poi fatto grande anche Hollywood.

Morto a quasi 93 anni, Jancsó Miklós ha attraversato tutta la storia del secolo breve ed oltre. Nato a Vàc nel 1921 appena sopra il Balaton, si laurea in legge (ma studia anche storia ed etnografia) a Kolozsvàr nel 1944, giusto quando la città era ritornata ungherese e si chiamava di nuovo Kolozsvàr e non Cluj. Nel 46 è si iscrive a Budapest ai corsi di Cinema e Teatro, sezione regia. Aveva già 25 anni. I primi lavori alla fine degli anni ‘50 e poi i riflettori internazionali con Szegènylegènyek, che lo fa entrare nel gotha del cinema europeo. Siamo negli anni ‘60, anni di cambiamenti e contestazioni nella vita e nelle arti,  le cinematografie dell’est ricevono attenzione, Jancsò Miklòs e Szabò Istvàn (Apa) sono i capofila del Nuovo Cinema Ungherese. È un periodo di grande ispirazione, a Szegènylegènyek seguono altri capolavori: Csillagosok, katonák (soldati, stellati,  “L’armata a cavallo” 1967), per i 50 anni della rivoluzione d’Ottobre e Csend és kiáltás (Silenzio e grido, 1968), un fuggiasco dopo la disfatta della rivoluzione dei soviet ungherese del 1919. Del 1969 Fényes szelek, (Venti lucenti), forse il suo film più schiettamente anni ‘60, quasi un musical, canti e girotondi tra gli studenti del collegio cattolico di Vàc e gli studenti comunisti hippies ma dal finale duro e violento, coi libri bruciati.

Per cinque volte in concorso a Cannes, vince il premio per la miglior regia nel ‘73 per Még kér a nép (Salmo rosso), un premio che sa di risarcimento per Szegenylegyenek, che non ottenne alcun riconoscimento.

Negli anni ‘70 inizia una relazione con la giornalista e sceneggiatrice Giovanna Gagliardo, si sposta in Italia dove nascono Il pacifista con Monica Vitti, Roma rivuole Cesare (1973), Vizi privati e pubbliche virtù(1975),  il suo stile sempre più estremo, stilizzato, metaforico, ed elaborato con lunghi pianisequenza, comeElektra, 70 minuti di film per soli 12 inquadrature 12. Poi gli anni ‘80, il teatro, opere giudicate minori e poi rivalutate.

Come tutti i grandi era rimasto fino all’ultimo ribelle e attivissimo nella vita politica e culturale, continuava a far cinema (l’ultimo lungometraggio è del 2010), con alcuni tra i film più giovani del cinema magiaro: i film di Pepe e Kapa una specie di coppia dai nomi buffi, uno smilzo e un tracagnotto, due becchini che cercano di capirci qualcosa nell’Ungheria del dopo ‘89.

Di persona era come nelle foto di scena, i capelli bianchissimi e fini, gli occhi azzurri intelligenti, i tratti del viso vigili e sensibili. Le sue muse erano le donne. Sposato tre volte, la prima a 28 anni, l’ultima a 60 (e anche da questo matrimonio aveva avuto un figlio, a 61 anni); non stupisce che gli antiquari di libri di Budapest siano pieni di un suo libro intervista,”Le amanti di Jancsò Miklòs”.

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