Amici miei

Da Budapest a seguire la grande visita di Orban a Salvini del lontano agosto 2018, per suggellare l’eterna amicizia tra i due popoli, meno male che nn è arrivato in treno e non è andato a Roma..

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C’è una foto che mi ritorna in mente guardo la conferenza salva di Salvini e Orban, una foto di ormai 18 anni fa, era il 2000, congresso del Ppe in Polonia, di Berlusconi e Orban, felici e sorridenti, Berlusconi alle spalle di Orban con le mani sulle spalle, scanzonato, quasi a fargli cucu, come due ragazzi all’Università..

oggi 18 anni dopo Orban ha un nuovo carissimo amico italiano e si chiama Matteo e  ieri è stato invitato a casa sua, in quel di Milano.. L’Orban che viene in Italia tra onori e contromanifestazoni come un leader libico ci tiene certo a non dimentica i vecchi amici: “ho sentito Berlusconi, a cui mi lega una lunga amicizia, è d’accordo con noi” perché “quello ungherese è un popolo fedele” (fedele, hűseges, parola importante qua, come la parola tisztelet, ovvero stima, rispetto, per il popolo italiano e per Salvini).

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Nella conferenza stampa post incontro Orban parte con un sorrisino sbagliato sulla situazione in europa che è molto eccitante (stimolante), poi si corregge, si intristisce e dice “seria”. Per un attimo è stato sincero. In fondo fa un po’ un comizietto con gli stessi slogan retorici da propaganda del ventennio che usa col grande pubblico, è qui a far presenza e a dire: “L’Ungheria ha dimostrato che è possibile materialmente e legalmente fermare le migrazioni via terra e Salvini sta facendo vedere che è possibile fare lo stesso anchv via mare”, Orban parla senza contenersi secco, a raffica, partendo in quarta e mangiandosi le parole, suo antico difetto, meno male che accanto a lui c’è Geza, lo storico interprete italiano ungherese della nostra ambasciata italiana a Budapest, che da 13 anni vedo sempre sul palco a tradurre inn maniera scanzonata  che si tratti di attori alle prime armi al festival del cinema italiano, conferenze su poeti del rinascimento o del primo ministro.

Salvini gongola, Orban è diventato l’ “amico Viktor“, che è “il presidente di una potenza europea” (è tornata la grande Ungheria e non ce ne siamo accorti) con cui “per favore, non fatemi fare una brutta figura” detto in apertura di conferenza stampa, ragazzi, please… Una potenza europea di cui seguire con attenzione anche il fulgido “esempio in economia, disoccupazione al 3,5%, crescita oltre il 4, flat tax …” peccato che nn parli con i 600.000 ungheresi migranti che vivono all’estero per uno stipendio e condizioni di lavoro decenti o semplicemente con la mia amica Olga, docente di inglese nella scuola pubblica a 500euro al mese, o con tutti quelli che hanno un conto in fiorini e hanno visto la loro moneta perdere circa il 5% del valore contro euro in pochi giorni a luglio..

… anche Orban appare contento e soddisfatto di questa sua prima uscita pubblica dopo le vacanze in Croazia (sembra proprio in forma, altro che l’uomo un po’ bolso e malvestito degli ultimi incontri al vertice di luglio), ha dalla sua il maggior partito italiano (“e l’Italia è una grande nazione europea, più di quanto crediate”), che segue la sua retorica (Salvini: “elite europea finanziata da Soros”) e sa che avrà dalla sua un bagaglio di voti importante dopo le elezioni europee 2019, la grande partita si giocherà là, Orban con la forza dei suoi voti potrebbe far svoltare a destra tutto il Ppe, e rivoltare l’europa dall’interno, Bottoni docet)

Mentre per le vie di Milano inizia il grande corteo di protesta (oh grande leader) la conferenza stampa procede come dice la parola stessa con le domande da parte della stampa.. inizia la televisione ungherese (senza specificare troppo, la TV in Ungheria è quasi soltanto una ormai, ora che la TV pubblica, questa, è una sorta di ufficio propaganda di Orban, e che il maggior canale di informazione nn conforme ai suoi diktat, quasi l’unico, ha cambiato proprietà poche settimane fa). Poi solo italiani (bravissimi). In Ungheria i quotidiani dell’opposizione son stati fatti chiudere, a quell’unico sito di informazione che ancora resiste viene negato l’accredito persino in parlamento, ma di questo Salvini nn parla certo.

No, questa non è l’europa che voglio..

un altro popolo un’altra razza

un altro popolo un’altra razza

Gli xenofobi sono al centro della piazza del mercato a ballare l’etnorock locale mentre tutt’attorno il quartiere brulica di madri giovanissime col velo a spingere passeggini con grande orgoglio e anziani di mille accenti e nazionalità…

è qui nella piazza, anzi nel mercato del quartiere degli extracomunitari, la baileu di Vienna, il bezirk10, Favoriten, giusto alle spalle della Hauptbanof di Vienna nuova di zecca..che ha scelto di tenere l’ultimo discorso di chiusura della campagna elettorale HC Strache (si , lo chiamano proprio cosi, Heinz Cristian s fa chiamare solo con le iniziali) e io ci metto molto a capire se Vienna è molto avanti e io sono un provinciale e al di là delle parole ci sono principi democratici e diritti e ci rispettiamo tutti nelle reciproche differenze, se Strache è così acuto che sa che proprio qui tra gli umili e gli indifesi sa che il suo verbo di estrema destra troverà terreno più fertile, o se è semplicemente una sfida di chi vuol far capire chi comanda in casa propria. Propenderei per la terza

 

 

 

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Ci sono molti passeggini in giro e solo chi ha il velo ha anche il passeggino, era cosi anche sul tram, e tutti sì che si alzavano a cedere il posto. a parte le mamme un mare di sfaccendanti e beoni, quello seduto accanto a me a un tratto finalmente parla, al telefono, dice all’amico: dai molla tutto e ci facciamo una birra. lo dice in ungherese, ho svntito molti parlare ungherese, la signora di fronte è russa, ci sono anche arabi senza velo, mostri tatuati, la mafia cecena poi dovrebbe avere il controllo della droga in zona, dicono le cronache spicce. e son tutti viennesi, coma da secoli a questa parte, la grande capitale dell’impero richiama, cattura, assimila i tanti venuti qua a cercar fortuna dai vari angoli dell’impero dei signori Asburgo…

Sono il bersaglio preferito di Strache (Troppi stranieri non fanno bene a nessuno), dell’estrema destra del partito della libertà FOP, da ormai quasi vent’anni, da quando inaspettatamente arrivò al governo con Haider nel 2000, e la Ue minacciò pesanti rieprcussioni. Lunedi questo non accadrà, il mondo è cambiato, c’è Trumpe, l’europa è cambiata, e ci osno problemi catalani piu urgenti..), le  previsioni della vigilia parlano di una logora coalizione rossonera (che qui vuol dire centosinistra) del cancelliere Kern, che cederà lo scettro ai neroblu (centro estrema destra) del giovanissimo Kurz cheha già detto “non ficcate il naso in casa nostra”, fateci lavorare, sui migranti e gli immigrati la pensiamo alla stessa maniera, neri o blu.

C’è persino la piccola comunità che ti aspetteresti non in questo quartiere, di quelli che bevono birra e hanno in mano un panino con una fettona da 200 grammi di prosciutto cotto affumicato o sarò altro? da ore sui tavolini dello spaccio del mercato.

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la piazza è inondata dai motivi popolari a ritmo dance da stereotamarro, risuona persino il bel danubio blurock e la marcia di Radetzky techno, la piazza si diverte. La piazza vuol dire forse un 1000 2000 sostenitori di quello che dovrebbe uscire dalle urne come il secondo partito del paese (gli assegnano dal 25 al 30%*) evidentemente qui nn si usa scendere in piazza, un altro popolo un’altra razza. Si assiepano però per un autografo o un selfie all’uscita dal palco del loro beneamino (che ha parlato troppo e in maniera alquanto noiosa, sarebbe un pessimo prsidente del consiglio e mai farsi un viaggio superiore ai 30km in auto con lui, rimpiangerete il treno) ma mi avvicino anch’io per vederlo da vicino, un rutelli di destra e con lo sguardo spento, una faccia da politico). raggiante in questa piazza di immigrati in cui è venuto a dire: Troppi stranieri nn fanno bene a nessuno.

...e domani si replica nella stessa piazza con le stesse comparse veli, magiari, birre e passeggini, (e presumibilmente con le stesse parole o forse no), ma le bandiere saranno quelle dei socialisti dell’SPO. Almeno saranno a casa. Vienna è da sempre una città rossa. e una città costruita dai migranti.

*oggi sul tram ho provato a leggere il testo del rosatellum, o almeno il suo riassunto. Devo dire che il nome alla fine è quanto mai appropriato, e forse la definizione migliore potrebbe darla fantozzi. Il tram è il mitico n.6, ma il 6 di Vienna, e qui a Vienna forse farebbe comodo comunque il Rosatellum, che domenica si vota e la situazione è grosso modo quella italica con tutti attorno al 30%

Il Referendum è nullo

Il mio intervento per Qcode come commento all’esito del referendum link Q code

Jpeg

Orban

Ieri 2 ottobre si è tenuto il referendum consultivo promosso dal governo sulle quote migranti in Ungheria. E il governo Orbàn lo ha perso. Indiscutibilmente. Ma ieri davanti alle telecamere nelle prime dichiarazioni sui risultati (ma i giornalisti li ha lasciati al piano di sotto, niente domande please) con alle spalle tutto il suo stato maggiore, ha parlato di risultato grandioso.

Eppure ha perso:

Ha perso nei numeri innanzitutto, e non di poco. Il referendum era valido se il numero delle schede valide avesse raggiunto il 50% + uno degli aventi diritto. Il dato ufficiale è 39.88%. molto meno, traguardo neanche sfiorato. Non certo il 98% di elettori. Una percentuale che è poi solo all’interno delle schede valide. Ma in un referendum in cui tutte le opposizioni han chiamato all’astensione, è un dato che ha poco significato. Si vinceva o perdeva con il quorum e basta.

Ma ha perso soprattutto politicamente.

– Orban e il suo governo praticamente non si occupa d’altro che di migranti, muri, quote da oltre un anno e mezzo, da marzo 2015 fino a questo referendum, annunciato mesi e mesi prima, con un dispiegamento di mezzi impressionante. La gente si è semplicemente stancata di questa interminabile campagna per la quale sono stati calcolati 10 miliardi di fiorini spesi, 30 milioni di euro. (più di quanto hanno speso pe la campagna Brexit entrambi i fronti insieme)

Si è occupato di migranti, un problema sicuramente epocale, ma lontano dalla vita quotidiana della gente, qui i migranti proprio non ci sono in giro e nessuno è rimasto o voluto rimanere. e si è praticamente dimenticato dei veri problemi del paese, scontentando fasce importanti della società: gli insegnanti, i pensionati, chi lavora nella sanità. Non è poco. La manifestazione più grande, lunga e colorata di chiusura campagna delle opposizioni è stata quella dei movimenti civili (come si chiaman qua) che rappresentano queste categorie.

Una prova di forza su un tema che evidentemente gli sta molto a cuore, ma il cui vero scopo non l’ha ancora capito nessuno,,

– Ha cercato di conquistare Jobbik (il radicato partito di estrema destra ungherese) e i suoi elettori, senza successo. Pure su un tema su cui andavano più che d’accordo. Vona Gabor, leader di Jobbik, invece, si è semplicemente eclissato in questi mesi. Il 6% che manca per il quorum alle urne, probabilmente viene tutto da lì.

– Ha sbagliato anche nella pura tecnica: con la nuova Costituzione che, ottenuta la maggioranza qualificata in parlamento ha fatto subito approvare, ha reso molto più difficile l’utilizzo dello strumento referendario, aumentando il numero di firme necessario (ma questo è nato su iniziativa del governo) e portando il quorum ben sopra il 50% reale (anche i voti nulli non contribuiscono a raggiungere il quorum). Salvo po ricordarsi che dare la parola ai cittadini ogni tanto è importante, specie quando vuoi parlare in nome della gente.

– e si è dimenticato come si fa una campagna elettorale. Ha sparato tutte le sue armi più potenti, mirando a far affiorare le paure di un popolo a luglio – agosto ed ha finito con semplici bandiere nazionali e la scritta votiamo no, dimenticandosi che le elezioni si vincono nelle ultimedue settimane (Silvio B.). Tanto che il sostegno al referendum è calato pian piano nelle ultime 2-3 settimane. mostrando tutto l’affanno in una disperata rincorsa con spot TV last minute: “amo l’Ungheria e vado a votare” e sms ai normali cittadini fino a un’ora prima della chiusura dei seggi.

Orban è da 30 anni in politica, sempre lì, ha vinto e ha perso elezioni, ha vinto e perso referendum, ha avuto gtandi rivali, non si è mai arreso, ha sempre rilanciato la sua battaglia il giorno dopo la sconfitta. Certo per questo referendum ha mobilitato molti cittadini, più dello zoccolo duro di Fidesz, 3 milioni di voti non sono pochi, è ancora il politico più popolare e carismatico, in Parlamento può contare su quasi i 2/3 dell’assemblea, e l’opposizione a pezzi, se Orbàn ha perso sicuramente l’opposizione non ha vinto, se si votasse oggi vincerebbe lui di nuovo le elezioni, a mani basse, ma questo referendum checchè se ne dica, lo ha perso.

Diario referendiario – 23.9

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Ad una conferenza in questa bella sala ad anfiteatro coi banchi tutti in legno nero…., a parlare un professore universitario esperto di mondo arabo, la portavoce di Migration Aid e Schiffer András, 45 anni, avvocato, ex leader dell’LMP, il partito un po’ verde, un po’ liberale, un po’ conservatore che qualche anno fa aveva fatto nascere un po’ di speranze a chi cercava (e cerca ancora) un’alternativa ad Orbàn o ai (ex?) socialisti. poi scontri tra correnti e lui ha lasciato il gruppo parlamentare, ma è comunque un personaggio della politica ungherese, la sua pagina wikipedia è tradotta in 6 lingue.

Non ne quaglio molto, se non una sensazione che la battaglia di Orbàn sui migranti intimidisce un po’ tutti:

– la portavoce di Migration Aid che per tutto il tempo è stata con un piede sulla sedia, seduta sui talloni, dopo aver puntato il dito contro la lobby delle armi, alla fine riconosce che il modo di gestire i migranti non può essere molto diverso da come lo si fa adesso: una grande terra di nessuno tra i due confini (Ungheria – Serbia, ovvero europa e terra dei leoni), (anche se sembra tanto un enorme campo di internamento, ma ?sapete trovare una soluzione migliore??) e qui un articolato processo per capire se han diritto all’asilo, dove mandarli, cosa sanno fare.

– Schiffer ribadisce il referendum non serve a niente, come membro Ue l’Ungheria deve accettare le decisioni prese colleggialmente dalla maggioranza dei paesi. Certo il referendum ha lo scopo di contarsi e contare, per sedersi al tavolo delle trattative (domani a Vienna nuova riunione dei capi di stato dei paesi maggiormente coinvolti nella crisi migranti lungo la rotta balcanica) e ad alzare la voce. Un ragazzo con la barba rossa appena sotto di me chiede se anziché crisi dei migranti non dovremo parlare di crisi della classe dirigente. Si riferisce all’Unione europea, ma Schiffer travisa e parla di Ungheria: “non diamo tutte le colpe ad Orban, e poi il muro, il muro oh quello serve.., ma provate solo a immaginare le conseguenze se non ci fosse”.

Sono le ultime parole della conferenza, l’Ungheria è un po’ tutta qui. Non solo Orbàn, ma anche Socialisti e opposizoni varie… il muro qui piace proprio a tutti

Caro ministero, che cos’è un migrante?

Il ministero della pubblica istruzione ungherese ha emanato una circolare chiedendo ai presidi una lista dei “migranti” che figurano tra gli studenti del loro istituto.

Pukli Istvan, preside del liceo Teleki Blanka, il liceo del XIV distretto di Budapest che ha  capeggia la protesta della scuola ungherese contro la riforma voluta da Orban, e che non la pensa come Orban ha risposto così:

<<Gentile Direttore,

il compito posto mi pone davanti a una grande sfida. Sono confuso dall’espressione migrante, per la quale non viene allegata alcuna chiarificazione.

Con quali criteri è da intendersi l’espressione migrante? Sono migranti gli studenti stabilitisi in Ungheria provenienti da paesi eropei (p.e. Svezia, ruteni di ucraina, russi) o la bambina che frequenta nella mia classe, che vive in Ungheria da quando aveva dieci anni? O lo sono solo quelli che sono fuggiti dalla guerra in Siria, Afganistan, Libia?

Quali criteri temporali vi sono? Bisogna controllare i loro avi? Dovrei interpretarlo nel senso che la bambina araba nat in ungheria, da un padre che qui si è sposato è una migrante? Non ritengo di dover risalire nell’albero genealogico fino ai bisnonni, per non fare cattive associazioni, ma Lei non è di grande aiuto.

Non voglia dio di dover ritenere migranti gli ungheresi che si sono stabiliti qui dalla Transilvania, dalla Transcarpazia o dalla Vojvodina. E con una interpretazione più ampia, forse sono migranti anche i magiari arrivati nel bacino carpatico ai tempi del'”occupazione della patria” (le grandi migrazioni dell’alto medioevo). Con questa linea interpretativa vi sono 576 migranti che frequentano la scuola.

Inoltre mi è sorta la domanda: sul motivo per il quale motivo ci chiedete questi dati. Spero per aiutare gli studenti, ma non c’è nessuna delucidazione in merito.

Negli ultimi tre anni uno dei principali motivi delle fonti di fraintendimento è stata la mancanza di informazione: non ci informate dei motivi, emanate solo circolari a breve scadenza e a mio parere incomprensibili. Quindi non posso sperare in un cambiamento, secondo l’approccio responsabile promesso.

Non mi sento quindi di poter adempiere al compito richiesto per la poca chiarezza dele domande, accuratezza del compito e per la scarsa comprensione della definizione della parola migrante.

Confidando in una cordiale e pronta risposta:

Pukli István

Preside del Liceo Teleki Blanka, Budapest XIV. Kerület >>

 

testo originale: http://magyarnarancs.hu/belpol/igy-reagalt-pukli-istvan-arra-hogy-a-klik-listazni-akarja-a-migrans-diakokat-100450

I SIRIANI DI BUDAPEST

Come la numerosa comunità siriana di Budapest ha reagito di fronte all’emergenza dei migranti siriani

(di Alessandro Grimaldi)

C’era una volta un flusso di migranti arabi, in gran parte siriani, verso il cuore dell’Europa, accettato e condiviso, al di là dei Balcani, in Ungheria, un paese che li accoglieva a braccia aperte per farne una piccola ma importante parte della sua popolazione. Erano gli anni ‘70 e ‘80, Ungheria e Siria erano paesi amici socialisti e internazionalisti (amicizia anche suggellata da una visita di stato di Assad padre a Budapest il 28 Novembre 1978, all’indomani degli accordi di Camp David); la facoltà di medicina e il politecnico di Budapest erano mete molto ambite per la formazione all’estero dei giovani siriani.

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La comunità siriana insediatasi così a Budapest ora conta 1500 persone. Il dottor K. è uno di loro, nato ad Homs, a Budapest dall’85, medico chirurgo, cardiologo presso un grande ospedale da 40.000 degenti l’anno della periferia sud di Budapest, un grande complesso socialista inaugurato con grande orgoglio nel 1980. Chi me l’ha presentato me ne ha parlato come di un dottore molto bravo, uno di quelli di cui i pazienti si ricordano. Uno dei medici che salva un paese con una sanità al collasso, in questi anni di lenta emorragia di giovani laureati in medicina, che in tanti lasciano l’Ungheria destinazione Gran Bretagna, Germania, Norvegia, paesi in cui possono guadagnare dieci volte più del loro stipendio nella sanità pubblica magiara.

 

Lo incontro nel suo studio dell’ospedale: lettino, scrivania, monitor, legno chiaro economico, i primi modelli in serie degli anni 80. Ha la faccia stanca, è tardo pomeriggio “oggi abbiamo avuto un caso grave, un intervento di parecchie ore”. “ora sta bene?” “Si.” Stende un po’ le gambe, controlla Facebook… “Era normale per noi venire a studiare qui in Ungheria, era il paese del patto di Varsavia più libero, più tollerante, col miglior tenore di vita. Germania Est, Bulgaria, Praga erano seconde scelte, chi poteva veniva qui, solo i migliori. E poi le scuole mediche e odontoiatriche erano ottime” La stessa buona formazione che ha una buona parte dei migranti di oggi, ed anche allora come oggi l’Europa (dell’Est) era una scelta di libertà..” Se fossi tornato.. da noi la naja durava due anni e mezzo e c’era la guerra in Libano, il regime non ci parlava d’altro se non di unità araba, dovevamo sentirci una grande nazione, un unico popolo, noi, insieme all’Egitto, Arabia, Giordania, persino la Libia.. immagina la mia sorpresa quando giunto qui ho visto i miei colleghi studenti di medicina palestinesi col passaporto israeliano. Erano arabo-israeliani e non avevano nessuna voglia di unità araba, erano felici di vivere in un paese libero. Io ero un giovane dottore, volevo vivere, l’Ungheria era un paese dove stavo bene.. “ L’integrazione è stata perfetta, dal 2000 ha preso la nazionalità ungherese, sogna persino in ungherese, l’arabo è diventata una seconda lingua, da parlare una volta l’anno, d’estate, quando si torna a trovare la famiglia, per portare le bambine dai nonni. “Certo questo fino allo scoppio della guerra. Mi sento comunque quotidianamente con i miei genitori, ho provato a farli arrivare qui, ma sono anziani, e poi ora in Siria non c’è più un’ambasciata ungherese, non possono neanche chiedere un visto.”

 

Il dottore non si aspettava certo di assistere a giorni come quelli di inizio settembre, con migliaia di profughi siriani che attraversano l’Ungheria e restano bloccati a Keleti, la stazione orientale di Budapest, senza nessuna assistenza, protezione civile o croce rossa che fosse, e poi una barriera di 175Km, fortemente voluta dal governo, costruita in un battibaleno per respingerli alla frontiera e l’opinione pubblica favorevole a questi provvedimenti. “Questa reazione è solo il frutto di odio fine a se stesso, odio verso tutti: rifugiati, ebrei, rom, è frutto dell’ignoranza. I siriani sono gente per bene, quelli che arrivano sono spesso giovani, istruiti, con in tasca i soldi per un lungo viaggio in Europa. Come ero io. Il muro è una soluzione sbagliata, si doveva pensare ad altro. L’opinione pubblica è stata preparata fin da giugno, con quei grandi cartelli in ungherese del tipo “Se vieni in Ungheria, non rubare il lavoro agli ungheresi”. Ma cosa ne sanno loro? Mio fratello ha avuto un razzo che gli è entrato in casa, non è esploso, è rimasto lì, nella stanza da bagno.. Mio fratello anche oggi ha un razzo dentro casa. Ecco, questa è la guerra in Siria.”

Pubblicamente è stato molto accorto. “Non mi espongo, glisso se qualcuno prende l’argomento, su Facebook scrivo solo per i miei amici più stretti o per me stesso. Leggo molte cose tremende, anche da persone che conosco da tanti anni, da cui proprio non me l’aspettavo, se proprio sono costretto gli scrivo dicendo: gentilmente, ti prego di contenerti..” Non ha aiutato direttamente i rifugiati, ma è nel suo ospedale han portato dei malati gravi, sapevano che c’era un bravo chirurgo che parla arabo..

La stessa attenzione l’ha avuta Nada, 33 anni, all’apparenza una ragazza sofisticata, che lavora presso una multinazionale, l’unica vera classe media della società ungherese. E’ figlia di un tecnico siriano arrivato in Ungheria nel ‘78 per un corso di pochi mesi e innamoratosi perdutamente di una ragazza di Buda all’uscita del suo ginnasio. Lei ha aiutato i rifugiati come traduttrice e ha curato certi aspetti legali, le sere libere le ha passate a denunciare i gruppi che sui social incitano all’odio.  “Sono perfettamente integrata, certo, sono ungherese, sono nata qui, i miei amici sono ungheresi, ho forse solo un’amica siriana e l’ho conosciuta pochi mesi fa. Ma andavo in Siria tutti gli anni, ricordo ancora quel favoloso odore di benzina e spazzatura di Damasco” Ha la pelle chiara, ha imparato a nascondere  le sue origini… “Ci sono sempre stata attenta, anche a scuola. Non lo vado a dire in giro. Sul posto di lavoro per esempio non me l’hanno mai chiesto, nè io l’ho mai detto. Il mio capo è un ebreo israeliano. E’ una cara persona, ma preferisco non dirlo in giro. Mi sono confidata solo con la mia collega più intima. In ufficio leggevo le notizie e andavo a piangere in bagno. Non sono la sola, vado in un centro di aiuto psicologico, mi han detto che hanno altre cinque persone con i miei problemi” Meglio non esporsi, anche Nada  è un nome inventato.

Al Ghaoui Hesna giornalista siriana ungherese

Al Ghaoui Hesna

E’ stata molto circospetta anche Hesna al Ghaoui, l’ungherese di origine siriana più famosa del paese, nota giornalista televisiva, tre lauree in lingue, giurisprudenza e arti visive, una giovane donna brillante e femminile con la sua folta chioma riccia. E’ figlia di un medico siriano ora vicedirettore del Péterfy Korház, uno dei principali ospedali della capitale; ha vinto vari premi internazionali per i suoi reportage dalle zone di guerra del Medio Oriente. Lei tutto quello che aveva da dire lo ha affidato ad un lungo post su Facebook, dove non era attiva da anni, ringraziando coloro che hanno aiutato i migranti e affermando di voler serbare tutto il resto per la sfera privata. Babel, il suo programma di approfondimento in onda su M1, la RAI1 magiara, si è occupato a settembre non di Siria, guerre e campi di accoglienza, ma della scuola del futuro, dal collegio svizzero da 100.000 euro di retta annua alla famiglia della contea di Zala che educa da sola le figlie.

 

Giusto alle spalle di Váci utca, la famosa via dei turisti della città interna di Pest, c’è un ristorante con le pareti tappezzate da gigantografie della qasba di Aleppo, uno dei primi ristoranti etnici di Budapest, si chiama Al Amir, (l’emiro). La sua descrizione inizia parlando della Siria come del paese più più variopinto del mondo arabo: sunniti, alauiti, drusi, curdi, armeni, cristiani, quaranta diverse culture e gastronomie una accanto all’altra. Ora quell’armonia è esplosa. Il dottor K. è cristiano, i suoi due migliori amici sono musulmani, e sono ancora grandi amici. La comunità invece si è spaccata, come la madrepatria Siria. Un tempo la comunità era  raccolta attorno all’associazione degli ex alunni di medicina, alla camera siriana all’interno dell’Ordine dei Medici Ungheresi, all’ambasciata. L’ambasciata è chiusa, il Centro Culturale Ungherese del Levante, che aveva nei manifesti accanto alle bandiere di Siria, Libano e Ungheria anche quella dell’Unione Europea, ha ceduto il posto alla Federazione delle Comunità della Gioventù Ungherese (MIKSZ) che, a dispetto del nome è ancora un’associazione di ungheresi di origine siriana. Nella sua sede è però ora esposto alle pareti tra tappeti e spade intarsiate e polverose il ritratto di Assad cinto dalle bandiere siriana e russa. Non sorprende quindi che il MIKSZ abbia organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata russa all’indomani dell’intervento militare di Putin. Il portavoce del MIKSZ, parla di Siria, Iraq, Libia, socialismo arabo per il bene del popolo e imperialismo americano. “Siamo con la Russia, l’unico paese che si oppone alle politiche statunitensi in Medio Oriente. L’intervento russo è una svolta storica, per l’Europa ed il mondo.”Tra gli interventi precedenti si erano levate le grida: “La Siria si oppone, resiste. Viva la Russia! Viva la Siria, Il popolo siriano e l’esercito siriano! Viva il presidente Putin, colui che guiderà i nostri giovani!”

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Federazione delle Comunità della Gioventù Ungherese (MIKSZ) manifestazione a favore dell’intervento russo in Siria

 

Walid al Bunni

Walid al-Bunni

Una voce diversa è quella di Walid al-Bunni, dottore siriano laureatosi a Budapest, otorinolaringoiatra. Dalla morte di Assad padre è diventato uno dei leader dell’opposizione liberale in Siria, ispirando il proprio operato alla transizione democratica in Ungheria all’indomani del crollo del muro di Berlino. Ha trascorso in tutto otto anni nelle prigioni di Bashir el-Assad e allo scoppio della primavera araba in Siria è stato tra i principali esponenti e portavoce, della National Coalition Of Syrian Revolution and Opposition Forces, la federazione di dissidenti ed oppositori di Assad che nel 2012 i paesi occidentali hanno tentato di porre come legittimo rappresentante della Siria, ma che ha poi perso gran parte della sua credibilità, internazionale e sul campo, tra lotte intestine e  difficile dialogo con l’ala islamica della coalizione. E’ un editorialista molto ascoltato; sulla emergenza rifugiati parlava di: “Oppressione e umiliazioni infinite ai confini, dopo che l’estrema destra è riuscita a terrorizzare l’opinione pubblica creando un movimento popolare anti islamico attraverso il continente.”

Walid al-Bunni è diventato anche il referente diplomatico siriano in Ungheria da quando il 22 dicembre 2012 l’ambasciatore siriano a Budapest è stato ufficialmente invitato a lasciare il paese. L’ambasciata ora è chiusa, e ciò ha causato anche gravi problemi pratici per i rifugiati arrivati negli ultimi mesi. Se si prova ad andare nei pressi di questa grande villa sulla gran via che si inerpica sulle verdi colline di Buda la si riconosce subito: garitta militare all’apparenza vuota, grandi pannelli di metallo che negano la vista, emblema con l’aquila siriana. La scritta sulla targa dorata dice: “Repubblica Araba Siriana”, la Siria di Assad. Dopo poco dalla garitta che pareva vuota inaspettatamente esce un militare. “L’ambasciata è chiusa.”, dice “Vienna. Andare a Vienna”, ripete.  Budapest non va più bene. Ma questo i nuovi migranti lo sapevano già.

(lavoro di reportage per il collettivo giornalistico WOTS? – walking on the south )

 

In cammino verso occidente

(di Alessandro Grimaldi)

In viaggio a piedi da Budapest  a Vienna con 1000 persone venute da molto lontano

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Sono le 17 e sono in cammino, da sei ore, nel mezzo dell’autostrada M1, Ungheria, sarà il secondo paese che superiamo dopo Budapest, è una zona industriale, bei capannoni, Tesco e Aldi, come sfondo le verdi colline che circondano Budapest.. Sono con un migliaio di persone, che vengono da molto lontano e andiamo verso occidente..

Sono migranti, arrivati giusto oggi alla stazione Keleti; quelli di ieri dopo tanti giorni di vana attesa e incertezza, completamente dimenticati dalle autorità ungheresi, costretti a vivere in 4000 nel sottopassaggio della stazione per giorni e giorni, alla fine si son messi in marcia a piedi e alla fine la Merkel, Orban e Faymann han deciso di aprire loro il confine. E nella notte decine di bus li hanno raccolti per strada e portati alle porte dell’Austria.

E allora anche i nuovi arrivati si mettono in marcia, la stazione è stata aperta da un paio di giorni, dal tabellone luminoso è scomparso l’annuncio “i treni internazionali sono soppressi”, ma non si sa mai, tre giorni fa il primo treno per occidente li ha portati non al confine ma a Bicske, appena 30 Km oltre, in un (famigerato) centro di raccolta. . e allora meglio farsela a piedi, un altro bus passerà prima o poi

Li ho seguiti, e ora quando parlo con quei pochi che parlano inglese, spesso giovanissimi, la prima domando che mi fanno è “E tu che diavolo ci fai qui, anche tu vieni con noi?” Io posso rispondere solo con l’ironia, mi piace camminare, fare sport, in mezzo alla campagna, aria pura, con tanti nuovi amici..

E’ che in mezzo a loro, sudato dopo qualche ora di cammino, sul ciglio della strada, con davanti tante schiene e fazzoletti in testa, inizi a capire un po’ quello che succede.. innanzitutto c’è molto entusiasmo, c’è gente che viene da molto molto lontano, Aleppo, Siria, Afganistan, Bagdad, lunghi viaggi via terra per campi, confini e filo spinato, gente cattiva, il tratto di mare Turchia Grecia, 4 ore, in barca decente è costato 1700 euro, una barca scassata 1200 euro, ma c’è anche un ragazzo che col sorriso sulle labbra mi dice di essersela fatta a nuoto, un altro tratto, ha nuotato per 8 ore, la gente in Grecia non ci credeva, era solo il secondo che se l’era fatta a nuoto. Ora sono a uno sputo dall’Austria e ancora un piccolo sforzo.

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Vengono da molto lontano, sulla geografia europea han le idee un po’ confuse, ogni tanto se ricambio un sorriso e attacchiamo discorso mi chiedono quanto manca? Io mi guardo intorno, magari siamo a Budaors, la prima cittadina borghesuccia fuori Budapest, con i fiori alle finestre e il Thai massage con le tailandesi in divisa rosa che ci guardano dal balcone. Le guardiamo anche noi. avremo percorso una quindicina di chilometri, “per Vienna altri 220 chilometri, appena meno per il confine” rispondo.. “220? scherzi….??” ma su una cosa son sicuri, destinazione Germania, Olanda, Vienna, Olanda, Svezia, han tutti un parente, uno zio, qualcuno, che lo aiuti ad avere un futuro migliore, in una paese senza guerre..

Mohamed è stanchissimo.. è un ragazzo di 24 anni, di Aleppo, appena laureato, mano nella mano con un ragazzino taciturno, il fratello 13enne. E’ arrivato stamattina a Budapest da Debrecen, dove c’è il più grande centro di accoglienza d’Ungheria, quello citato spesso da Orban, “lo Stato non fornsice assistenza a Keleti perché loro non devono stare lì, se vogliono acqua, cibo, un letto e assistenza medica, andassero nei campi (si ferma, in ungherese campo suona come campo di concentramento) nei centri di raccolta.” Mohamed parla di Debrecen come una delle cose peggiori che ha visto nel suo viaggio, e il suo viaggio è iniziato ad Aleppo. Al freddo, all’aperto dalle due alle sei del mattino, cibo immangiabile, luce, sempre ad urlare, in piedi, seduti, in piedi seduti, come degli animali, anzi peggio, se hai un animale gli dai da mangiare..” Mohamed si è laureato in agraria un mese fa, ha preso il diploma e ora va in Germania, per nn essere arruolato nell’esercito lealista di El-Assad. Ha la camicia, si vede che ha studiato e che è un borghese.. ce ne sono altri, gente che è stata in albergo in questi giorni, uno studente di ingegneria di Damasco.. “qui ti diranno tutti che sono siriani”, (i siriani sono migranti di serie A, buona istruzione e dalla pelle un po’ più chiara) sorrido, ma lui mi mostra il passaporto, lo apre pure.. va dalla sua ragazza, in Svezia, fa un corso di lingua e finisce gli studi al politecnico. “Tornerai mai indietro?” nn risponde, siamo a piedi nella campagna ungherese verso il confine ed è una domanda stupida. Ci sono molte domande stupide che si possono fare a queste persone.

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con Mohammad e Nasir

Non ci sono solo giovani professionisti siriani o sedicenti tali, 1000 persone è un bel campione di questa migrazione, molti sono gli iracheni, i più concentrati e provati, spesso magrissimi, le famiglie sono le loro, e molti gli afgani, compresi tre amici dallo sguardo simpatico, molto alti, han gli occhi a mandorla e parlano persiano.

Si procede a passo spedito, poche pause, nessuna lamentela, passo veloce, anche per i bambini, mamme col passeggino, mogli col fazzoletto in testa, a volte elegante a volte no, se il bambino è stanco sale sulle spalle del papà, c’è una ragazza ungherese che parla arabo e canta con una bambina dai capelli nerissimi.

Non arrivano notizie, per lo meno a noi, qui dentro al gruppo, arriva il bus, quando ci fermiamo, dove dormiamo??. Ad una pausa vado a informarmi, finisco a parlare col capo della polizia, quella che ci accompagna da quando abbiam lasciato la città, 1000 persone in cammino sull’autostrada qualche problema alla circolazione lo causano. E’ stata questa la spiegazione ufficiale dei bus di ieri ed in effetti era imbarazzante vedere il sottosegretario alla presidenza del consiglio Lazar dire che i bus sono stati messi a disposizione per evitare ulteriori disagi agli automobilisti. Il capo della polizia ha i capelli bianchi e lo sguardo buono, da padre di famiglia e da chi ha occhi per vedere questo gruppo di persone che vuole solo un futuro. Lui nn sa niente, niente di ufficiale, bus, treno, marcia, ci assicura soltanto che si va verso il confine, e non verso i campi di raccolta, siamo a una 20ina di chilometri da Budapest, se dovessimo continuare a piedi tra altri 20 Km c’è una zona allestita per passare la notte.

Dovrebbe parlare di persona avvalendosi di un interprete, tutti qua hanno paura della polizia ungherese, nei campi o al confine, e di guardie di confine ne hanno viste un po’ finora, come è innominabile la politica ungherese, Orban ha pure le sue ragioni, ma questa cattiva fama che si sta coltivando in giro per il mondo non fa bene al paese..

E’ una giornata fresca, di cielo nuvoloso, niente sole, la notte potrebbe essere freddina.. Tutti hanno una coperta sottobraccio, tutti sanno che nei giorni precedenti è stata la cosa più utile.. Cibo e acqua invece non sono un problema, la gente, la gente comune, quella che si vede passare sottocasa a piedi un migliaio di persone con una busta di plastica stracolma in una mano e un bimbetto nell’altra, con 200 Km davanti, scende al supermercato sotto casa compra una confezione di barrette al muesli, un cartone di acqua e due chili di mele ti aspetta sul ciglio della strada. Sono tanti. Dietro il Dorotthya udvar due tipi son là con due pizze giganti tagliate a fette, giusto fuori dal loro ufficio.

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E’ un sabato e non c’è molta gente in giro quando attraversiamo Budaors, ma qualcuno si, parlo con una signora, dove vanno, da dove vengono.. si deve trovare una soluzione, che vada bene per tutti, per noi, per loro, per la Germania, certo così non va che dobbiam vederci passareogni giorno per le nostre strade 1000 persone a piedi verso occidente.. verranno anche domani?

Passiamo accanto a una colonna di auto, una famiglia borghese con gli occhiali, si offrono di portare in auto due persone al confine, è la nuova gara di solidarietà che è partita qui in Ungheria, in barba alle leggi vecchie e nuove che vieterebbero di trasportare o alloggiare migranti per favoreggiamento della clandestinità.

Ci fermiamo sempre più spesso, i bambini son stanchi, sono le 19, scende piano la sera, a Biatorbagy, 25 Km da Budapest grandi urla di gioia, fischi, parte il coro “UN, UN” (United Nations), improvvisamente si gira per una stradina di campagna.. a Biatorbagy ci sono quei santi con i tesserini di Migration Aid e una bionda con fare professionale che li ha accompagna a prendere il treno, tre treni in partenza verso il confine secondo l’orario ufficiale. e alla fine ce l’hanno fatta, basta un po’ di buona volontà e aggiungere 5-6 vagoni al treno. Saluto Mohamed, ci abbracciamo.

A Biatorbaby non credo avessero mai pensato di vedere la loro stazioncina stracolma di 1000 viaggiatori stranieri. Molti sono accasciati a terra. Una vecchina passa a dare a tutti un quadretto di cioccolata.

Fotogallery qui

stazone di Biatorbagy

stazione di Biatorbagy

post ripreso da Q code magazine  http://www.qcodemag.it/2015/09/07/rifugiati-budapest/

e adattato per Avvenire del 9.9.2015, pag. 9,  reportage dal titolo “Ungheria, sulla strada verso occidente”

I trust in Europe

brevissima cronaca di oggi – morale del giorno – la storia di Sadek

Sadek e Mohamed

Sadek e Mohamed

appena posso vado a Keleti, perchè il mondo è in cammino qui a 15 minuti a piedi da casa mia.. e perchè ogni giorno ti porta una novità e non sai se potrai andare a vedere il tabellone degli arrivi e partenze della stazione o se troverai una fila di poliziotti  a impedirtelo, non sai se partiranno i treni verso occidente e se ci potrai salire, se ti diranno stai andando a Monaco di Baviera e invece ti fanno scendere nel bel mezzo della grande ungheria per prenderti le impronte digitali e poi chiederti se vuoi restare, un’offerta che non puoi rifiutare.. (ho appena scritto la storia di questi ultimi 3-4 giorni in 5 righe e ne sono fiero)

Non cerco invece storie di migranti, bellissime e toccanti,  ma voglio guardarmi in giro, e forse rispettare questa gente, il dolore che si portano dentro e la loro concentrazione perchè sono ancora  a metà del loro viaggio.

Giro per il grande sottopassaggio dove sono accampati da giorni, vicino all’imbocco della metro2 ecco musiche familiari, tuttii in cerchio coi tamburelli, gli Hare Krishna, uno degli spettacoli piu comuni delle stazioni di Budapest (e degli aiuti volontari ai barboni della città) e ora han finalmente la giusta platea, si divertono. Mi fermo a prendere qualche appunto, ho la pelle bianca e scrivo con la penna e allora nn passo inosservato..

Mi si fa incontro un ragazzo, una bella faccia franca, gentile, amichevole... non mi dice molto, vuole solo un sorriso, mi presenta il suo migliore amico, poi due ragazzini sui tappeti dalla pelle chiara e i capelli rossi, manco fossero irlandesi, siriani anche loro, li ha incontrati in Grecia con la madre, questa donna distrutta dalla stanchezza li su un fianco, il marito è un politico piu o meno importante mi assicura. Il ragazzo è’ siriano, l’italia anche in Siria è Totti, Camoranesi, Roberto Baggio (vincere un mondiale aiuta). Siriano di Aleppo (grande città multiculturale, 15% di Cristiani, 30% di armeni, anch’essi venuti da altre migrazioni di massa..). E’ laureato in letteratura araba, come anche il suo amico. chissà se in Germania e in Ungheria oltre che per medici, ingegneri e infermieri ci sarà posto in prima fila anche per gli umanisti. Da Aleppo è scappato nel 2011 quando è arrivata la guerra. So che è una domanda stupida, ma la faccio. E’ arrivato l’ISIS? GLi Arabi, si certo gli arabi (l’ISIS non capisce quasi la parola, la guerra in Siria è molto piu complicata di quello che ci dice la nostra propaganda, nn c’è solo l’ISIS e Assad, ma tante altre fazioni in lotta). Va in Germania, accompagna i bambini da uno zio, poi lui va in Svezia, lì c’è il suo ultimo fratello rimasto, erano in cinque. Tre anni da rifugiato in Libano, ma del LIbano ha avuto abbastanza. non me lo dice che è successo, ma lo sguardo dice tutto. “Non ho fiducia nel Libano. Ho fiducia nell’Europa.” Gli occhi brillano di speranza, futuro, una vita migliore, per questa gente noi rappresentiamo un posto dove vivere una vita migliore, anzi, mi correggo, un paese, dei popoli di cui avere fiducia. e noi li inganniamo così. diciamo: venite pure e poi il giorno dopo, opps, forse è meglio di no. Diciamo questo treno va in paradiso e invece  ti porta in un campo di.. (opps, in un centro di raccolta, correzione uguale a quella di Orban oggi)

io sono Alessandro e gli stringo la mano.. Lui è Sadek, in arabo vuol dire “Che non dice bugie”*

* Franco

Stallo a Budapest

l’Ungheria è l’unico paese che ha dichiarato che non accetterà nemmeno un migrante secondo le regole di Dublino, e la gente è d’accordo – psot ripreso da Q Code magazine http://www.qcodemag.it/2015/09/03/stallo-a-budapest/

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Volete restare in Ungheria?” “No” (3 volte) Dove volete andare?” “Germania (3 volte)” “Aprite la stazione!” applauso ritmico (3 volte) a guidare i cori è un ragazzo girato verso la folla che urla a squarciagola, senza megafono, senza portarsi le mani alle labbra a mo di megafono, ma la protesta si spegne quasi subito, tra un po’ arriverà il sole a picco e anche oggi supereremo i 30°C, meglio riprendere dopo le 18.

Per ora la protesta è questa, molto civile, ieri persino un sit-in il cordone di polizia davanti all’ingresso della stazione Keleti è esiguo e qualche poliziotto ha pure gli occhiali. Non si sa ancora per quanto resteranno qui, queste 3, 4, 5000 persone, illuse dalle dichiarazioni della Cancelliera tedesca e da qualche treno partito due giorni fa, prima che l’accesso alla stazione fosse impedito a quelli senza regolare visto.
Ora occupano anche la totalità della piazza antistante la stazione e oltre, quella che nei giorni precedenti era una sorta di zona dei privilegiati, di pelle bianca o quasi e passaporto UE, mentre i dannati con le loro tende, tappeti, odori e bambini con i gessetti colorati in mano erano lì sotto nel sottopassaggio della metropolitana, nuovo e minimalista.

Sono soli e non sanno cosa fare, davvero non si sa come e quando la situazione potrà evolvere.. lasciati soli, a Keleti, la stazione orientale di Budapest, da dove per ironia della sorte partono i treni per l’Occidente, non c’è la protezione civile, non c’è la Croce Rossa, ci sono gli Hare Krishna, i punk con cui si fanno le foto i siriani, tanti giornalisti stranieri accorsi all’improvviso e gente che fotografa ovunque le disgrazie degli uomini ed encomiabili volontari, ma come dice chi ne ha viste più di me senza le incredibili gare di solidarietà viste altrove.

È la logica conseguenza di un processo iniziato da lontano, da quando si è aperta questa nuova rotta dei migranti, la consultazione nazionale di Orban, i grandi cartelloni per dire gentilmente e con tutto il rispetto non vi vogliamo, a giugno la decisione di costruire un muro al confine, che poi è diventato una provvisoria supermatassa di filospinato srotolata tra Ungheria e Serbia, che ci si può anche passare attraverso.

Ed ora questo spettacolo indecoroso qui a Keleti, migranti che continuano ad arrivare e ad ammassarsi per ogni dove nella grande Baross tèr e vie circostanti, sulle statue, nelle cabine, contro ogni minima regola igienica. Si voleva l’emergenza e la si è ottenuta. I migranti son qua praticamente da sempre, da mesi, ma quasi nell’indifferenza dei più, e solo ora fa notizia e cattura l’interesse dei media europei, ora che anche qua ci son stati 71 morti e che con la bella stagione i flussi migratori sono aumentati fino a raggiungere le 3, 4000 arrivi al giorno.

E tutti vogliono esser qua, non certo dall’altra parte del paese, a Debrecen dove c’è il centro di accoglienza principale del paese, no, qui a Keleti, da dove partono i treni verso Occidente.

Non si pensi quindi che l’Ungheria fosse impreparata all’arrivo dei migranti, li si aspettava, e la società ungherese non è vergine e innocente, spaventata da questi stranieri sconosciuti frutto della globalizzazione, tutt’altro, l’Ungheria conosce la globalizzazione da sempre, dalla sua fondazione, che qui si chiama honfoglalas, occupazione della patria, ad opera di sette tribù magiare provenienti dall’Asia Centrale. L’area della stazione destinata ai migranti è etichettata come tranzit zone. Ottima scelta, l’Ungheria è geograficamente nel bel mezzo dell’Europa, zona di transito da sempre e ha una storia di meltingpot culturale che si vede nelle facce della gente, tratti sassoni e rom, semitici e serbi, ruteni e slavi.

E conosce l’emigrazione sempre attraverso l’agognato confine con l’Austria verso occidente nel ’56 o nell’89, quando il facile passaggio del confine austriaco da parte dei tedeschi est, sancì di fatto l’abbattimento del muro di Berlino.

Ed ora l’Ungheria è l’unico paese che ha dichiarato che non accetterà nemmeno un migrante secondo le regole di Dublino, e la gente è d’accordo. Come faremo ad accogliere tutta questa gente, chi gli darà da mangiare, non c’è lavoro neanche per noi. Secondo gli ultimi sondaggi il 66% degli ungheresi crede che “i migranti siano un potenziale pericolo e per questo non devono essere ammessi” mentre solo il 19% pensa sia un dovere accoglierli. La lenta perdita di consenso di Fidesz, il partito di governo, si è arrestata. lo diceva una settimana la signora di mezza età che ha attaccato bottone nella sala d’attesa del dentista, ma nella sua innocenza lo diceva anche ad alta voce parlando con la nonna un ragazzino disabile sul tram, “I migranti…, non vogliono che arrivino qui”.

L’altro sentimento che si aggira per la piazza è la confusione. La cronaca minuto per minuto del principale sito di informazione ungherese index.hu ha due giorni lo stesso titolo: Stallo totale a Keleti.

La Merkel, quella che aveva fatto piangere la bambina palestinese dicendole qui non ci sarà mai posto per te, ha poi detto che accetterà tutti i siriani.

In Ungheria il numero di migranti che alla frontiera si dichiarano siriani è raddoppiato il giorno stesso. Qualche treno è partito lunedì, poi da martedì contrordine, stazione chiusa, con rumours di telefonata di fuoco di prima mattina Merkel -Orban.
La situazione che diventa pian piano fuori controllo e l’UE che decreta riunione d’urgenza per il 14 settembre, ovvero tra due settimane, come se per ora la situazione fosse sotto controllo. Molto più sollecito invece sembrerebbe il governo ungherese. Hanno annunciato un pacchetto di modifiche legislative (ben 13) per introdurre la decretazione dello “stato di crisi per immigrazione di massa”, quando hai i 2/3 del parlamento o quasi nelle mani di un unico partito son misure che puoi prendere velocemente.
Stato di emergenza e poteri speciali alle forze di polizia che non portano certo alla mente bei ricordi.

In carrozza

la crisi dei migranti alla stazione Keleti di Budapest, il giorno dopo il giorno in cui i treni verso occidente iniziarono a partire..

foto: Fazekas Istvan on www.hvg.hu

foto: Fazekas Istvan on http://www.hvg.hu

Premessa:

C’è un punto del centro quello solo per turisti dove se ci passo faccio notare ai miei occasionali ospiti una targa in marmo: qui visse nel 1944 Kasztner Rezso (…). e allora racconto la storia, una storia, di treni, stazioni, masse di disperate, gente costretta a lasciare per sempre il proprio paese verso occidente.

Il 30 Giugno1944 lasciarono Budapest 35 vagoni merci, diretti in Svizzera, con a bordo 1700 ebrei (la Germania allora era un po’ diversa). Organizzatore del convoglio Rudolf Kastner, avvocato e giornalista, che per conto dell’Aid and Rescue Committee di Budapest raggiunse un accordo con Eichmann, la partenza di un convoglio speciale in cambio di oro, diamanti, denaro contante. Lo stesso Kastner aveva paragonato il convoglio ferroviario ad un’arca di Noè: tutte le classi sociali. 173 bambini, molti dei quali orfani, 40 rabbini, lo scrittore Bela Zsolt, lo psichiatra Leopold Szondi, il cantante d’opera Dezso Ernster, Peter Munk, che divenne un noto uomo d’affari in Canada. Il viaggio costò 150,00 dollari (di allora) pagati da i passeggeri più facoltosi.

Dopo un viaggio di varie settimane, i passeggeri raggiunsero la Svizzera in due gruppi, il primo nell’agosto, il secondo nel dicembre 1944, sei mesi dopo la partenza. Il treno si fermò a lungo al confine tra Austria e Ungheria (allora tedesco -ungherese) dove la linea ferroviaria si sdoppiava in direzione est o ovest. Est voleva dire Auschwitz. Andò a Ovest, ma con destinazione il campo di concentramento tedesco di Bergen-Belsen, vicino Hannover, Germania.Bergen Belsen fu raggiunta il 7.7.1944 e I passeggeri destinati a una speciale sezione del campo “la sezione ungherese”.
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Oggi:

Il mio bel filobus rosso, che dovrebbe arrivare giusto a lato della stazione ci fa scendere tutti un bel po prima, sotto la chiesa di Sant’Elisabetta. Peccato perché fa caldo, veramente caldo, 36°C e già da un po’ di giorni. e ringrazio di beccare subito il verde e attraversare subito al semaforo. Provo ad affacciarmi al parapetto verso il sottopassaggio della stazione, ma il tanfo ti colpisce subito e ormai nn c’è più bisogno di guardare verso il basso, i migranti sono anche qua, su tutta la piazza, davanti al cordone di polizia che impedisce l’accesso alla stazione.

La TV di Stato aveva annunciato la chiusura della stazione, migranti che protestano e hanno invaso i binari, poi verso le 11.30 la polizia ha rimesso le cose a posto. Ecco in lontananza il cordone di polizia, li sulle scale di Keleti, pronto a far entrare solo i viaggiatori in possesso di regolare biglietto e documento di identità valido per l’espatrio, meglio ancora se di pelle bianca. Un gruppo di ragazzi spagnoli ha il suo bel da fare a farsi ammettere..

Keleti appena restaurata è bellissima, con in alto, sulla facciata l’apoteosi del vapore in pietra bianca là in alto che emerge là in mezzo al dio del fuoco e al dio delle acque, ma sotto la facciata ci sono queste persone scure, concentrate e incredibilmente ordinate, ogni giorno sempre di più, specie da ieri, da quando han fatto partire un treno o forse quattro, destinazione Austria e poi Germania. Dice Index.hu che tutti hanno un biglietto, mica ti chiedono i documenti in biglietteria, e neanche il controllore, solo al confine, ma non li facevano salire comuqnue, chissà perchè. Poi all’improvviso han detto Go! Go!. Li han fatti dalire ed è entrato chi poteva, quanti più potevano. E tutti col fiato sospeso fino al confine tra Austria e Ungheria Hegyeshalom, e lì ore e ore di attesa per sapere se il treno avrebbe proseguito o meno, e per dove.

Quelli rimasti son tanti, c’è molta più sporcizia in giro, e maggior tensione, è piena tutta l’area circostante, fin  dove c’era la fermata del 7 un tempo, e la biglietteria internazionale a cui si accedeva da una sala con i soffitti affrescati da Lotz Karoly, quello degli affreschi dell’Opera. E’ quasi ora di pranzo, lunghe file ai kebab, da pizzaking, i piu facoltosi dentro il macdonald, ma anche dentro il negozio di abbigliamento cinese e quello di telefonia, tutti incredibilmente concentrati e ordinati.

Sarà la suggestione, ma sembra di essere dentro un film, di quelli che ogni tanto hanno una scena in bianco e nero, con un dolly verso il basso in una stazione dell’Est Europa col suo gran capannone, fino a riprendere sotto grandi masse di disperati che fino a pochi mesi prima conducevano una vita diciamo tranquilla proletaria o medioborghese e si ritrovano con una valigia in cui c’è tutta la loro vita e magari la custodia di un violino nell’altra mano, con le donne che si prendono cura dei piccoli, i bambini che restano bambini con gli occhi vivi e lucidi e gli uomini in una giacca scolorita che prendono uno zuccherino caramellato kosher da uno che gira col panchetto e tentano di corrompere qualcuno che li porti via di lì. Forse esagero, forse amo troppo Polanski e il suo film Il pianista e la figura alta, magrissima, barba incolta del protagonista, l’americano di origine ungherese Adrian Brody, che mi sembra passare accanto.

la Zuppa di pietre

Dal dentista, a parlare di ungheresi (e)migranti e di accoglienza..

Dal (nuovo) dentista:

– giovanotto a che ora aveva l’appuntamento?

– 13.45 giusto ora

– ah io alle 14.15

– (molto interessante signora)

– pare che questo dentista sia molto caro…

– beh, speriamo almeno che sia anche bravo

pausa. Compilo il modulo il cui mi si chiede se soffro di una 20ina di malattie croniche, le più note. C’è anche la voce altre malattie.

– ma lei non è ungherese vero?

– No, signora italiano.

Segue la solita sfilza di luoghi comuni e di penosi ricordi di viaggi in Italia con il pullman del circolo ricreativo. La signora si che li conosce gli italiani e son brava gente, sempre gentili a indicarle la strada. È stata anche in Australia, nn vedeva l’ora di tornarsene a casa, mi trattavano male. Un po’ arroganti? Si. E allora perchè ci è andata?. Una mia cara amica d’infanzia, da 40 anni vive lì, poverina. Un suo parente invece vive in Canada. Anche lì non sono gentili con gli ungheresi.

L’altro classico da signora di oltrelamezzaetà è occuparsi dei cazzi miei, che lavoro faccio, quanto guadagno, se ho amici e sono sposato. Dove vivo. Lei ha un inquilino, arabo, brutta gente, urla sempre, ha avuto una donna trovata su internet ma ora lei se ne è andata.

insomma come moltissimi in Ungheria scavi un pochino e senti tante storie di magiari dall’altra parte del mondo, per lo più esuli del 1956 ma anche no. Vediamo allora che ne pensa del tormentone dell’estate, i migranti. Alla signora non son ogran che simpatici, chi li ha voluti, cosa vogliono da noi, come faremo a dargli da mangiare?? ce ne è già così poco per noi… (nn replico che loro aspirano alla ricca e verde Germania, mi fingo interessato al video tamarro che corre sulla TV al plasma dello studio del dentista e lascio cadere il discorso. Dentro di me ripenso all’unica fiaba popolare ungherese che conosco, una fiaba contadina, che racconta come solo loro sanno quant’è dura la vita,una fiaba che dà il nome anche a un popolare ristorantino dell’ex amato VII distretto, la favola della zuppa di pietre:

C’era una volta un povero soldato di ritorno dalla guerra.. Era stanco e affamato, non mangiava da miglia e miglia. Aveva già attraversato molti villaggi, ma nessun contadino lo aveva mai accolto nella sua umila casa. “Mi rincresce caro il mio soldatino, ma io sono già così povero, c’è così poho da mangiare per me e per la mia famiglia” e un altro “ oh povero caro, ma guarda, guarda tu stesso sulla nostra tavola, com’è triste e vuota”. Cammina, cammina, il povero soldato giunse a un piccolo villaggio, ma ad un tratto gli venne un’idea. Davanti alla prima casetta raccolse una bella pietra ovale e liscia che luccicava lì sul selciato e bussò. Gli aprì una vecchina…“Bel soldato, purtroppo io sono così povera che nn riesco davvero a darle niente…” No signora, non desidero asoslutamente nulla da lei, ho solo qui con me una pietra magica che prepara una zuppa buonissima, mi serve solo una pentola piena d’acqua e del fuoco…” la vecchina incuriosita fece entrare il giovane e dopo pochi minuti il fuoco era già lì che ardeva nel camino.. Dopo un’oretta il soldato assaggiò la zuppa. “allora è buona??” “Si, cara nonnina, è quasi pronta, però ci vorrebbe, ecco, una punta di sale. “ la nonnina che già pregustava il sapore della zuppa di pietre, andò a prendere il sale e il soldato ne versò nella pentola. Dopo un poco il soldato assaggiò di nuovo la zuppa. Com’è la zuppa bel soldato? “quasi pronta nonnina, solo sarebbe più buona se ci mettessimo una bella cipolla…” La nonnina annuì e andò a prendere la cipolla… Seguirono nell’ordine un gambo di sedano, 3 grosse patate, due salsicce, osso di prosciutto, ciuffo di prezzemolo e pizzico di pepe.

La zuppa era buonissima e la vecchina inclinò pure il piatto per gustare anche l’ultimo filino rimasto. Il soldato stava per accomiatarsi quando la nonnina lo fermò. “Aspetti buon soldato, ecco, volevo chiederle.. per caso mi darebbe quella pietra magica? Certo a pagamento..” il soldato lasciò la casina con 3 denari nella tasca. Amen.

Buona zuppa di pietre a tutti.