Amici miei

Da Budapest a seguire la grande visita di Orban a Salvini del lontano agosto 2018, per suggellare l’eterna amicizia tra i due popoli, meno male che nn è arrivato in treno e non è andato a Roma..

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C’è una foto che mi ritorna in mente guardo la conferenza salva di Salvini e Orban, una foto di ormai 18 anni fa, era il 2000, congresso del Ppe in Polonia, di Berlusconi e Orban, felici e sorridenti, Berlusconi alle spalle di Orban con le mani sulle spalle, scanzonato, quasi a fargli cucu, come due ragazzi all’Università..

oggi 18 anni dopo Orban ha un nuovo carissimo amico italiano e si chiama Matteo e  ieri è stato invitato a casa sua, in quel di Milano.. L’Orban che viene in Italia tra onori e contromanifestazoni come un leader libico ci tiene certo a non dimentica i vecchi amici: “ho sentito Berlusconi, a cui mi lega una lunga amicizia, è d’accordo con noi” perché “quello ungherese è un popolo fedele” (fedele, hűseges, parola importante qua, come la parola tisztelet, ovvero stima, rispetto, per il popolo italiano e per Salvini).

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Nella conferenza stampa post incontro Orban parte con un sorrisino sbagliato sulla situazione in europa che è molto eccitante (stimolante), poi si corregge, si intristisce e dice “seria”. Per un attimo è stato sincero. In fondo fa un po’ un comizietto con gli stessi slogan retorici da propaganda del ventennio che usa col grande pubblico, è qui a far presenza e a dire: “L’Ungheria ha dimostrato che è possibile materialmente e legalmente fermare le migrazioni via terra e Salvini sta facendo vedere che è possibile fare lo stesso anchv via mare”, Orban parla senza contenersi secco, a raffica, partendo in quarta e mangiandosi le parole, suo antico difetto, meno male che accanto a lui c’è Geza, lo storico interprete italiano ungherese della nostra ambasciata italiana a Budapest, che da 13 anni vedo sempre sul palco a tradurre inn maniera scanzonata  che si tratti di attori alle prime armi al festival del cinema italiano, conferenze su poeti del rinascimento o del primo ministro.

Salvini gongola, Orban è diventato l’ “amico Viktor“, che è “il presidente di una potenza europea” (è tornata la grande Ungheria e non ce ne siamo accorti) con cui “per favore, non fatemi fare una brutta figura” detto in apertura di conferenza stampa, ragazzi, please… Una potenza europea di cui seguire con attenzione anche il fulgido “esempio in economia, disoccupazione al 3,5%, crescita oltre il 4, flat tax …” peccato che nn parli con i 600.000 ungheresi migranti che vivono all’estero per uno stipendio e condizioni di lavoro decenti o semplicemente con la mia amica Olga, docente di inglese nella scuola pubblica a 500euro al mese, o con tutti quelli che hanno un conto in fiorini e hanno visto la loro moneta perdere circa il 5% del valore contro euro in pochi giorni a luglio..

… anche Orban appare contento e soddisfatto di questa sua prima uscita pubblica dopo le vacanze in Croazia (sembra proprio in forma, altro che l’uomo un po’ bolso e malvestito degli ultimi incontri al vertice di luglio), ha dalla sua il maggior partito italiano (“e l’Italia è una grande nazione europea, più di quanto crediate”), che segue la sua retorica (Salvini: “elite europea finanziata da Soros”) e sa che avrà dalla sua un bagaglio di voti importante dopo le elezioni europee 2019, la grande partita si giocherà là, Orban con la forza dei suoi voti potrebbe far svoltare a destra tutto il Ppe, e rivoltare l’europa dall’interno, Bottoni docet)

Mentre per le vie di Milano inizia il grande corteo di protesta (oh grande leader) la conferenza stampa procede come dice la parola stessa con le domande da parte della stampa.. inizia la televisione ungherese (senza specificare troppo, la TV in Ungheria è quasi soltanto una ormai, ora che la TV pubblica, questa, è una sorta di ufficio propaganda di Orban, e che il maggior canale di informazione nn conforme ai suoi diktat, quasi l’unico, ha cambiato proprietà poche settimane fa). Poi solo italiani (bravissimi). In Ungheria i quotidiani dell’opposizione son stati fatti chiudere, a quell’unico sito di informazione che ancora resiste viene negato l’accredito persino in parlamento, ma di questo Salvini nn parla certo.

No, questa non è l’europa che voglio..

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un altro popolo un’altra razza

un altro popolo un’altra razza

Gli xenofobi sono al centro della piazza del mercato a ballare l’etnorock locale mentre tutt’attorno il quartiere brulica di madri giovanissime col velo a spingere passeggini con grande orgoglio e anziani di mille accenti e nazionalità…

è qui nella piazza, anzi nel mercato del quartiere degli extracomunitari, la baileu di Vienna, il bezirk10, Favoriten, giusto alle spalle della Hauptbanof di Vienna nuova di zecca..che ha scelto di tenere l’ultimo discorso di chiusura della campagna elettorale HC Strache (si , lo chiamano proprio cosi, Heinz Cristian s fa chiamare solo con le iniziali) e io ci metto molto a capire se Vienna è molto avanti e io sono un provinciale e al di là delle parole ci sono principi democratici e diritti e ci rispettiamo tutti nelle reciproche differenze, se Strache è così acuto che sa che proprio qui tra gli umili e gli indifesi sa che il suo verbo di estrema destra troverà terreno più fertile, o se è semplicemente una sfida di chi vuol far capire chi comanda in casa propria. Propenderei per la terza

 

 

 

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Ci sono molti passeggini in giro e solo chi ha il velo ha anche il passeggino, era cosi anche sul tram, e tutti sì che si alzavano a cedere il posto. a parte le mamme un mare di sfaccendanti e beoni, quello seduto accanto a me a un tratto finalmente parla, al telefono, dice all’amico: dai molla tutto e ci facciamo una birra. lo dice in ungherese, ho svntito molti parlare ungherese, la signora di fronte è russa, ci sono anche arabi senza velo, mostri tatuati, la mafia cecena poi dovrebbe avere il controllo della droga in zona, dicono le cronache spicce. e son tutti viennesi, coma da secoli a questa parte, la grande capitale dell’impero richiama, cattura, assimila i tanti venuti qua a cercar fortuna dai vari angoli dell’impero dei signori Asburgo…

Sono il bersaglio preferito di Strache (Troppi stranieri non fanno bene a nessuno), dell’estrema destra del partito della libertà FOP, da ormai quasi vent’anni, da quando inaspettatamente arrivò al governo con Haider nel 2000, e la Ue minacciò pesanti rieprcussioni. Lunedi questo non accadrà, il mondo è cambiato, c’è Trumpe, l’europa è cambiata, e ci osno problemi catalani piu urgenti..), le  previsioni della vigilia parlano di una logora coalizione rossonera (che qui vuol dire centosinistra) del cancelliere Kern, che cederà lo scettro ai neroblu (centro estrema destra) del giovanissimo Kurz cheha già detto “non ficcate il naso in casa nostra”, fateci lavorare, sui migranti e gli immigrati la pensiamo alla stessa maniera, neri o blu.

C’è persino la piccola comunità che ti aspetteresti non in questo quartiere, di quelli che bevono birra e hanno in mano un panino con una fettona da 200 grammi di prosciutto cotto affumicato o sarò altro? da ore sui tavolini dello spaccio del mercato.

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la piazza è inondata dai motivi popolari a ritmo dance da stereotamarro, risuona persino il bel danubio blurock e la marcia di Radetzky techno, la piazza si diverte. La piazza vuol dire forse un 1000 2000 sostenitori di quello che dovrebbe uscire dalle urne come il secondo partito del paese (gli assegnano dal 25 al 30%*) evidentemente qui nn si usa scendere in piazza, un altro popolo un’altra razza. Si assiepano però per un autografo o un selfie all’uscita dal palco del loro beneamino (che ha parlato troppo e in maniera alquanto noiosa, sarebbe un pessimo prsidente del consiglio e mai farsi un viaggio superiore ai 30km in auto con lui, rimpiangerete il treno) ma mi avvicino anch’io per vederlo da vicino, un rutelli di destra e con lo sguardo spento, una faccia da politico). raggiante in questa piazza di immigrati in cui è venuto a dire: Troppi stranieri nn fanno bene a nessuno.

...e domani si replica nella stessa piazza con le stesse comparse veli, magiari, birre e passeggini, (e presumibilmente con le stesse parole o forse no), ma le bandiere saranno quelle dei socialisti dell’SPO. Almeno saranno a casa. Vienna è da sempre una città rossa. e una città costruita dai migranti.

*oggi sul tram ho provato a leggere il testo del rosatellum, o almeno il suo riassunto. Devo dire che il nome alla fine è quanto mai appropriato, e forse la definizione migliore potrebbe darla fantozzi. Il tram è il mitico n.6, ma il 6 di Vienna, e qui a Vienna forse farebbe comodo comunque il Rosatellum, che domenica si vota e la situazione è grosso modo quella italica con tutti attorno al 30%

Il Referendum è nullo

Il mio intervento per Qcode come commento all’esito del referendum link Q code

Jpeg

Orban

Ieri 2 ottobre si è tenuto il referendum consultivo promosso dal governo sulle quote migranti in Ungheria. E il governo Orbàn lo ha perso. Indiscutibilmente. Ma ieri davanti alle telecamere nelle prime dichiarazioni sui risultati (ma i giornalisti li ha lasciati al piano di sotto, niente domande please) con alle spalle tutto il suo stato maggiore, ha parlato di risultato grandioso.

Eppure ha perso:

Ha perso nei numeri innanzitutto, e non di poco. Il referendum era valido se il numero delle schede valide avesse raggiunto il 50% + uno degli aventi diritto. Il dato ufficiale è 39.88%. molto meno, traguardo neanche sfiorato. Non certo il 98% di elettori. Una percentuale che è poi solo all’interno delle schede valide. Ma in un referendum in cui tutte le opposizioni han chiamato all’astensione, è un dato che ha poco significato. Si vinceva o perdeva con il quorum e basta.

Ma ha perso soprattutto politicamente.

– Orban e il suo governo praticamente non si occupa d’altro che di migranti, muri, quote da oltre un anno e mezzo, da marzo 2015 fino a questo referendum, annunciato mesi e mesi prima, con un dispiegamento di mezzi impressionante. La gente si è semplicemente stancata di questa interminabile campagna per la quale sono stati calcolati 10 miliardi di fiorini spesi, 30 milioni di euro. (più di quanto hanno speso pe la campagna Brexit entrambi i fronti insieme)

Si è occupato di migranti, un problema sicuramente epocale, ma lontano dalla vita quotidiana della gente, qui i migranti proprio non ci sono in giro e nessuno è rimasto o voluto rimanere. e si è praticamente dimenticato dei veri problemi del paese, scontentando fasce importanti della società: gli insegnanti, i pensionati, chi lavora nella sanità. Non è poco. La manifestazione più grande, lunga e colorata di chiusura campagna delle opposizioni è stata quella dei movimenti civili (come si chiaman qua) che rappresentano queste categorie.

Una prova di forza su un tema che evidentemente gli sta molto a cuore, ma il cui vero scopo non l’ha ancora capito nessuno,,

– Ha cercato di conquistare Jobbik (il radicato partito di estrema destra ungherese) e i suoi elettori, senza successo. Pure su un tema su cui andavano più che d’accordo. Vona Gabor, leader di Jobbik, invece, si è semplicemente eclissato in questi mesi. Il 6% che manca per il quorum alle urne, probabilmente viene tutto da lì.

– Ha sbagliato anche nella pura tecnica: con la nuova Costituzione che, ottenuta la maggioranza qualificata in parlamento ha fatto subito approvare, ha reso molto più difficile l’utilizzo dello strumento referendario, aumentando il numero di firme necessario (ma questo è nato su iniziativa del governo) e portando il quorum ben sopra il 50% reale (anche i voti nulli non contribuiscono a raggiungere il quorum). Salvo po ricordarsi che dare la parola ai cittadini ogni tanto è importante, specie quando vuoi parlare in nome della gente.

– e si è dimenticato come si fa una campagna elettorale. Ha sparato tutte le sue armi più potenti, mirando a far affiorare le paure di un popolo a luglio – agosto ed ha finito con semplici bandiere nazionali e la scritta votiamo no, dimenticandosi che le elezioni si vincono nelle ultimedue settimane (Silvio B.). Tanto che il sostegno al referendum è calato pian piano nelle ultime 2-3 settimane. mostrando tutto l’affanno in una disperata rincorsa con spot TV last minute: “amo l’Ungheria e vado a votare” e sms ai normali cittadini fino a un’ora prima della chiusura dei seggi.

Orban è da 30 anni in politica, sempre lì, ha vinto e ha perso elezioni, ha vinto e perso referendum, ha avuto gtandi rivali, non si è mai arreso, ha sempre rilanciato la sua battaglia il giorno dopo la sconfitta. Certo per questo referendum ha mobilitato molti cittadini, più dello zoccolo duro di Fidesz, 3 milioni di voti non sono pochi, è ancora il politico più popolare e carismatico, in Parlamento può contare su quasi i 2/3 dell’assemblea, e l’opposizione a pezzi, se Orbàn ha perso sicuramente l’opposizione non ha vinto, se si votasse oggi vincerebbe lui di nuovo le elezioni, a mani basse, ma questo referendum checchè se ne dica, lo ha perso.

Diario referendiario – 23.9

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Ad una conferenza in questa bella sala ad anfiteatro coi banchi tutti in legno nero…., a parlare un professore universitario esperto di mondo arabo, la portavoce di Migration Aid e Schiffer András, 45 anni, avvocato, ex leader dell’LMP, il partito un po’ verde, un po’ liberale, un po’ conservatore che qualche anno fa aveva fatto nascere un po’ di speranze a chi cercava (e cerca ancora) un’alternativa ad Orbàn o ai (ex?) socialisti. poi scontri tra correnti e lui ha lasciato il gruppo parlamentare, ma è comunque un personaggio della politica ungherese, la sua pagina wikipedia è tradotta in 6 lingue.

Non ne quaglio molto, se non una sensazione che la battaglia di Orbàn sui migranti intimidisce un po’ tutti:

– la portavoce di Migration Aid che per tutto il tempo è stata con un piede sulla sedia, seduta sui talloni, dopo aver puntato il dito contro la lobby delle armi, alla fine riconosce che il modo di gestire i migranti non può essere molto diverso da come lo si fa adesso: una grande terra di nessuno tra i due confini (Ungheria – Serbia, ovvero europa e terra dei leoni), (anche se sembra tanto un enorme campo di internamento, ma ?sapete trovare una soluzione migliore??) e qui un articolato processo per capire se han diritto all’asilo, dove mandarli, cosa sanno fare.

– Schiffer ribadisce il referendum non serve a niente, come membro Ue l’Ungheria deve accettare le decisioni prese colleggialmente dalla maggioranza dei paesi. Certo il referendum ha lo scopo di contarsi e contare, per sedersi al tavolo delle trattative (domani a Vienna nuova riunione dei capi di stato dei paesi maggiormente coinvolti nella crisi migranti lungo la rotta balcanica) e ad alzare la voce. Un ragazzo con la barba rossa appena sotto di me chiede se anziché crisi dei migranti non dovremo parlare di crisi della classe dirigente. Si riferisce all’Unione europea, ma Schiffer travisa e parla di Ungheria: “non diamo tutte le colpe ad Orban, e poi il muro, il muro oh quello serve.., ma provate solo a immaginare le conseguenze se non ci fosse”.

Sono le ultime parole della conferenza, l’Ungheria è un po’ tutta qui. Non solo Orbàn, ma anche Socialisti e opposizoni varie… il muro qui piace proprio a tutti

Caro ministero, che cos’è un migrante?

Il ministero della pubblica istruzione ungherese ha emanato una circolare chiedendo ai presidi una lista dei “migranti” che figurano tra gli studenti del loro istituto.

Pukli Istvan, preside del liceo Teleki Blanka, il liceo del XIV distretto di Budapest che ha  capeggia la protesta della scuola ungherese contro la riforma voluta da Orban, e che non la pensa come Orban ha risposto così:

<<Gentile Direttore,

il compito posto mi pone davanti a una grande sfida. Sono confuso dall’espressione migrante, per la quale non viene allegata alcuna chiarificazione.

Con quali criteri è da intendersi l’espressione migrante? Sono migranti gli studenti stabilitisi in Ungheria provenienti da paesi eropei (p.e. Svezia, ruteni di ucraina, russi) o la bambina che frequenta nella mia classe, che vive in Ungheria da quando aveva dieci anni? O lo sono solo quelli che sono fuggiti dalla guerra in Siria, Afganistan, Libia?

Quali criteri temporali vi sono? Bisogna controllare i loro avi? Dovrei interpretarlo nel senso che la bambina araba nat in ungheria, da un padre che qui si è sposato è una migrante? Non ritengo di dover risalire nell’albero genealogico fino ai bisnonni, per non fare cattive associazioni, ma Lei non è di grande aiuto.

Non voglia dio di dover ritenere migranti gli ungheresi che si sono stabiliti qui dalla Transilvania, dalla Transcarpazia o dalla Vojvodina. E con una interpretazione più ampia, forse sono migranti anche i magiari arrivati nel bacino carpatico ai tempi del'”occupazione della patria” (le grandi migrazioni dell’alto medioevo). Con questa linea interpretativa vi sono 576 migranti che frequentano la scuola.

Inoltre mi è sorta la domanda: sul motivo per il quale motivo ci chiedete questi dati. Spero per aiutare gli studenti, ma non c’è nessuna delucidazione in merito.

Negli ultimi tre anni uno dei principali motivi delle fonti di fraintendimento è stata la mancanza di informazione: non ci informate dei motivi, emanate solo circolari a breve scadenza e a mio parere incomprensibili. Quindi non posso sperare in un cambiamento, secondo l’approccio responsabile promesso.

Non mi sento quindi di poter adempiere al compito richiesto per la poca chiarezza dele domande, accuratezza del compito e per la scarsa comprensione della definizione della parola migrante.

Confidando in una cordiale e pronta risposta:

Pukli István

Preside del Liceo Teleki Blanka, Budapest XIV. Kerület >>

 

testo originale: http://magyarnarancs.hu/belpol/igy-reagalt-pukli-istvan-arra-hogy-a-klik-listazni-akarja-a-migrans-diakokat-100450

I SIRIANI DI BUDAPEST

Come la numerosa comunità siriana di Budapest ha reagito di fronte all’emergenza dei migranti siriani

 

C’era una volta un flusso di migranti arabi, in gran parte siriani, verso il cuore dell’Europa, accettato e condiviso, al di là dei Balcani, in Ungheria, un paese che li accoglieva a braccia aperte per farne una piccola ma importante parte della sua popolazione. Erano gli anni ‘70 e ‘80, Ungheria e Siria erano paesi amici socialisti e internazionalisti (amicizia anche suggellata da una visita di stato di Assad padre a Budapest il 28 Novembre 1978, all’indomani degli accordi di Camp David); la facoltà di medicina e il politecnico di Budapest erano mete molto ambite per la formazione all’estero dei giovani siriani.

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La comunità siriana insediatasi così a Budapest ora conta 1500 persone. Il dottor K. è uno di loro, nato ad Homs, a Budapest dall’85, medico chirurgo, cardiologo presso un grande ospedale da 40.000 degenti l’anno della periferia sud di Budapest, un grande complesso socialista inaugurato con grande orgoglio nel 1980. Chi me l’ha presentato me ne ha parlato come di un dottore molto bravo, uno di quelli di cui i pazienti si ricordano. Uno dei medici che salva un paese con una sanità al collasso, in questi anni di lenta emorragia di giovani laureati in medicina, che in tanti lasciano l’Ungheria destinazione Gran Bretagna, Germania, Norvegia, paesi in cui possono guadagnare dieci volte più del loro stipendio nella sanità pubblica magiara.

 

Lo incontro nel suo studio dell’ospedale: lettino, scrivania, monitor, legno chiaro economico, i primi modelli in serie degli anni 80. Ha la faccia stanca, è tardo pomeriggio “oggi abbiamo avuto un caso grave, un intervento di parecchie ore”. “ora sta bene?” “Si.” Stende un po’ le gambe, controlla Facebook… “Era normale per noi venire a studiare qui in Ungheria, era il paese del patto di Varsavia più libero, più tollerante, col miglior tenore di vita. Germania Est, Bulgaria, Praga erano seconde scelte, chi poteva veniva qui, solo i migliori. E poi le scuole mediche e odontoiatriche erano ottime” La stessa buona formazione che ha una buona parte dei migranti di oggi, ed anche allora come oggi l’Europa (dell’Est) era una scelta di libertà..” Se fossi tornato.. da noi la naja durava due anni e mezzo e c’era la guerra in Libano, il regime non ci parlava d’altro se non di unità araba, dovevamo sentirci una grande nazione, un unico popolo, noi, insieme all’Egitto, Arabia, Giordania, persino la Libia.. immagina la mia sorpresa quando giunto qui ho visto i miei colleghi studenti di medicina palestinesi col passaporto israeliano. Erano arabo-israeliani e non avevano nessuna voglia di unità araba, erano felici di vivere in un paese libero. Io ero un giovane dottore, volevo vivere, l’Ungheria era un paese dove stavo bene.. “ L’integrazione è stata perfetta, dal 2000 ha preso la nazionalità ungherese, sogna persino in ungherese, l’arabo è diventata una seconda lingua, da parlare una volta l’anno, d’estate, quando si torna a trovare la famiglia, per portare le bambine dai nonni. “Certo questo fino allo scoppio della guerra. Mi sento comunque quotidianamente con i miei genitori, ho provato a farli arrivare qui, ma sono anziani, e poi ora in Siria non c’è più un’ambasciata ungherese, non possono neanche chiedere un visto.”

 

Il dottore non si aspettava certo di assistere a giorni come quelli di inizio settembre, con migliaia di profughi siriani che attraversano l’Ungheria e restano bloccati a Keleti, la stazione orientale di Budapest, senza nessuna assistenza, protezione civile o croce rossa che fosse, e poi una barriera di 175Km, fortemente voluta dal governo, costruita in un battibaleno per respingerli alla frontiera e l’opinione pubblica favorevole a questi provvedimenti. “Questa reazione è solo il frutto di odio fine a se stesso, odio verso tutti: rifugiati, ebrei, rom, è frutto dell’ignoranza. I siriani sono gente per bene, quelli che arrivano sono spesso giovani, istruiti, con in tasca i soldi per un lungo viaggio in Europa. Come ero io. Il muro è una soluzione sbagliata, si doveva pensare ad altro. L’opinione pubblica è stata preparata fin da giugno, con quei grandi cartelli in ungherese del tipo “Se vieni in Ungheria, non rubare il lavoro agli ungheresi”. Ma cosa ne sanno loro? Mio fratello ha avuto un razzo che gli è entrato in casa, non è esploso, è rimasto lì, nella stanza da bagno.. Mio fratello anche oggi ha un razzo dentro casa. Ecco, questa è la guerra in Siria.”

Pubblicamente è stato molto accorto. “Non mi espongo, glisso se qualcuno prende l’argomento, su Facebook scrivo solo per i miei amici più stretti o per me stesso. Leggo molte cose tremende, anche da persone che conosco da tanti anni, da cui proprio non me l’aspettavo, se proprio sono costretto gli scrivo dicendo: gentilmente, ti prego di contenerti..” Non ha aiutato direttamente i rifugiati, ma è nel suo ospedale han portato dei malati gravi, sapevano che c’era un bravo chirurgo che parla arabo..

La stessa attenzione l’ha avuta Nada, 33 anni, all’apparenza una ragazza sofisticata, che lavora presso una multinazionale, l’unica vera classe media della società ungherese. E’ figlia di un tecnico siriano arrivato in Ungheria nel ‘78 per un corso di pochi mesi e innamoratosi perdutamente di una ragazza di Buda all’uscita del suo ginnasio. Lei ha aiutato i rifugiati come traduttrice e ha curato certi aspetti legali, le sere libere le ha passate a denunciare i gruppi che sui social incitano all’odio.  “Sono perfettamente integrata, certo, sono ungherese, sono nata qui, i miei amici sono ungheresi, ho forse solo un’amica siriana e l’ho conosciuta pochi mesi fa. Ma andavo in Siria tutti gli anni, ricordo ancora quel favoloso odore di benzina e spazzatura di Damasco” Ha la pelle chiara, ha imparato a nascondere  le sue origini… “Ci sono sempre stata attenta, anche a scuola. Non lo vado a dire in giro. Sul posto di lavoro per esempio non me l’hanno mai chiesto, nè io l’ho mai detto. Il mio capo è un ebreo israeliano. E’ una cara persona, ma preferisco non dirlo in giro. Mi sono confidata solo con la mia collega più intima. In ufficio leggevo le notizie e andavo a piangere in bagno. Non sono la sola, vado in un centro di aiuto psicologico, mi han detto che hanno altre cinque persone con i miei problemi” Meglio non esporsi, anche Nada  è un nome inventato.

Al Ghaoui Hesna

Al Ghaoui Hesna

E’ stata molto circospetta anche Hesna al Ghaoui, l’ungherese di origine siriana più famosa del paese, nota giornalista televisiva, tre lauree in lingue, giurisprudenza e arti visive, una giovane donna brillante e femminile con la sua folta chioma riccia. E’ figlia di un medico siriano ora vicedirettore del Péterfy Korház, uno dei principali ospedali della capitale; ha vinto vari premi internazionali per i suoi reportage dalle zone di guerra del Medio Oriente. Lei tutto quello che aveva da dire lo ha affidato ad un lungo post su Facebook, dove non era attiva da anni, ringraziando coloro che hanno aiutato i migranti e affermando di voler serbare tutto il resto per la sfera privata. Babel, il suo programma di approfondimento in onda su M1, la RAI1 magiara, si è occupato a settembre non di Siria, guerre e campi di accoglienza, ma della scuola del futuro, dal collegio svizzero da 100.000 euro di retta annua alla famiglia della contea di Zala che educa da sola le figlie.

 

Giusto alle spalle di Váci utca, la famosa via dei turisti della città interna di Pest, c’è un ristorante con le pareti tappezzate da gigantografie della qasba di Aleppo, uno dei primi ristoranti etnici di Budapest, si chiama Al Amir, (l’emiro). La sua descrizione inizia parlando della Siria come del paese più più variopinto del mondo arabo: sunniti, alauiti, drusi, curdi, armeni, cristiani, quaranta diverse culture e gastronomie una accanto all’altra. Ora quell’armonia è esplosa. Il dottor K. è cristiano, i suoi due migliori amici sono musulmani, e sono ancora grandi amici. La comunità invece si è spaccata, come la madrepatria Siria. Un tempo la comunità era  raccolta attorno all’associazione degli ex alunni di medicina, alla camera siriana all’interno dell’Ordine dei Medici Ungheresi, all’ambasciata. L’ambasciata è chiusa, il Centro Culturale Ungherese del Levante, che aveva nei manifesti accanto alle bandiere di Siria, Libano e Ungheria anche quella dell’Unione Europea, ha ceduto il posto alla Federazione delle Comunità della Gioventù Ungherese (MIKSZ) che, a dispetto del nome è ancora un’associazione di ungheresi di origine siriana. Nella sua sede è però ora esposto alle pareti tra tappeti e spade intarsiate e polverose il ritratto di Assad cinto dalle bandiere siriana e russa. Non sorprende quindi che il MIKSZ abbia organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata russa all’indomani dell’intervento militare di Putin. Il portavoce del MIKSZ, parla di Siria, Iraq, Libia, socialismo arabo per il bene del popolo e imperialismo americano. “Siamo con la Russia, l’unico paese che si oppone alle politiche statunitensi in Medio Oriente. L’intervento russo è una svolta storica, per l’Europa ed il mondo.”Tra gli interventi precedenti si erano levate le grida: “La Siria si oppone, resiste. Viva la Russia! Viva la Siria, Il popolo siriano e l’esercito siriano! Viva il presidente Putin, colui che guiderà i nostri giovani!”

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Federazione delle Comunità della Gioventù Ungherese (MIKSZ) manifestazione a favore dell’intervento russo in Siria

 

Walid al Bunni

Walid al-Bunni

Una voce diversa è quella di Walid al-Bunni, dottore siriano laureatosi a Budapest, otorinolaringoiatra. Dalla morte di Assad padre è diventato uno dei leader dell’opposizione liberale in Siria, ispirando il proprio operato alla transizione democratica in Ungheria all’indomani del crollo del muro di Berlino. Ha trascorso in tutto otto anni nelle prigioni di Bashir el-Assad e allo scoppio della primavera araba in Siria è stato tra i principali esponenti e portavoce, della National Coalition Of Syrian Revolution and Opposition Forces, la federazione di dissidenti ed oppositori di Assad che nel 2012 i paesi occidentali hanno tentato di porre come legittimo rappresentante della Siria, ma che ha poi perso gran parte della sua credibilità, internazionale e sul campo, tra lotte intestine e  difficile dialogo con l’ala islamica della coalizione. E’ un editorialista molto ascoltato; sulla emergenza rifugiati parlava di: “Oppressione e umiliazioni infinite ai confini, dopo che l’estrema destra è riuscita a terrorizzare l’opinione pubblica creando un movimento popolare anti islamico attraverso il continente.”

Walid al-Bunni è diventato anche il referente diplomatico siriano in Ungheria da quando il 22 dicembre 2012 l’ambasciatore siriano a Budapest è stato ufficialmente invitato a lasciare il paese. L’ambasciata ora è chiusa, e ciò ha causato anche gravi problemi pratici per i rifugiati arrivati negli ultimi mesi. Se si prova ad andare nei pressi di questa grande villa sulla gran via che si inerpica sulle verdi colline di Buda la si riconosce subito: garitta militare all’apparenza vuota, grandi pannelli di metallo che negano la vista, emblema con l’aquila siriana. La scritta sulla targa dorata dice: “Repubblica Araba Siriana”, la Siria di Assad. Dopo poco dalla garitta che pareva vuota inaspettatamente esce un militare. “L’ambasciata è chiusa.”, dice “Vienna. Andare a Vienna”, ripete.  Budapest non va più bene. Ma questo i nuovi migranti lo sapevano già.

(lavoro di reportage per il collettivo giornalistico WOTS? – walking on the south )

 

In cammino verso occidente

In viaggio a piedi da Budapest  a Vienna con 1000 persone venute da molto lontano

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Sono le 17 e sono in cammino, da sei ore, nel mezzo dell’autostrada M1, Ungheria, sarà il secondo paese che superiamo dopo Budapest, è una zona industriale, bei capannoni, Tesco e Aldi, come sfondo le verdi colline che circondano Budapest.. Sono con un migliaio di persone, che vengono da molto lontano e andiamo verso occidente..

Sono migranti, arrivati giusto oggi alla stazione Keleti; quelli di ieri dopo tanti giorni di vana attesa e incertezza, completamente dimenticati dalle autorità ungheresi, costretti a vivere in 4000 nel sottopassaggio della stazione per giorni e giorni, alla fine si son messi in marcia a piedi e alla fine la Merkel, Orban e Faymann han deciso di aprire loro il confine. E nella notte decine di bus li hanno raccolti per strada e portati alle porte dell’Austria.

E allora anche i nuovi arrivati si mettono in marcia, la stazione è stata aperta da un paio di giorni, dal tabellone luminoso è scomparso l’annuncio “i treni internazionali sono soppressi”, ma non si sa mai, tre giorni fa il primo treno per occidente li ha portati non al confine ma a Bicske, appena 30 Km oltre, in un (famigerato) centro di raccolta. . e allora meglio farsela a piedi, un altro bus passerà prima o poi

Li ho seguiti, e ora quando parlo con quei pochi che parlano inglese, spesso giovanissimi, la prima domando che mi fanno è “E tu che diavolo ci fai qui, anche tu vieni con noi?” Io posso rispondere solo con l’ironia, mi piace camminare, fare sport, in mezzo alla campagna, aria pura, con tanti nuovi amici..

E’ che in mezzo a loro, sudato dopo qualche ora di cammino, sul ciglio della strada, con davanti tante schiene e fazzoletti in testa, inizi a capire un po’ quello che succede.. innanzitutto c’è molto entusiasmo, c’è gente che viene da molto molto lontano, Aleppo, Siria, Afganistan, Bagdad, lunghi viaggi via terra per campi, confini e filo spinato, gente cattiva, il tratto di mare Turchia Grecia, 4 ore, in barca decente è costato 1700 euro, una barca scassata 1200 euro, ma c’è anche un ragazzo che col sorriso sulle labbra mi dice di essersela fatta a nuoto, un altro tratto, ha nuotato per 8 ore, la gente in Grecia non ci credeva, era solo il secondo che se l’era fatta a nuoto. Ora sono a uno sputo dall’Austria e ancora un piccolo sforzo.

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Vengono da molto lontano, sulla geografia europea han le idee un po’ confuse, ogni tanto se ricambio un sorriso e attacchiamo discorso mi chiedono quanto manca? Io mi guardo intorno, magari siamo a Budaors, la prima cittadina borghesuccia fuori Budapest, con i fiori alle finestre e il Thai massage con le tailandesi in divisa rosa che ci guardano dal balcone. Le guardiamo anche noi. avremo percorso una quindicina di chilometri, “per Vienna altri 220 chilometri, appena meno per il confine” rispondo.. “220? scherzi….??” ma su una cosa son sicuri, destinazione Germania, Olanda, Vienna, Olanda, Svezia, han tutti un parente, uno zio, qualcuno, che lo aiuti ad avere un futuro migliore, in una paese senza guerre..

Mohamed è stanchissimo.. è un ragazzo di 24 anni, di Aleppo, appena laureato, mano nella mano con un ragazzino taciturno, il fratello 13enne. E’ arrivato stamattina a Budapest da Debrecen, dove c’è il più grande centro di accoglienza d’Ungheria, quello citato spesso da Orban, “lo Stato non fornsice assistenza a Keleti perché loro non devono stare lì, se vogliono acqua, cibo, un letto e assistenza medica, andassero nei campi (si ferma, in ungherese campo suona come campo di concentramento) nei centri di raccolta.” Mohamed parla di Debrecen come una delle cose peggiori che ha visto nel suo viaggio, e il suo viaggio è iniziato ad Aleppo. Al freddo, all’aperto dalle due alle sei del mattino, cibo immangiabile, luce, sempre ad urlare, in piedi, seduti, in piedi seduti, come degli animali, anzi peggio, se hai un animale gli dai da mangiare..” Mohamed si è laureato in agraria un mese fa, ha preso il diploma e ora va in Germania, per nn essere arruolato nell’esercito lealista di El-Assad. Ha la camicia, si vede che ha studiato e che è un borghese.. ce ne sono altri, gente che è stata in albergo in questi giorni, uno studente di ingegneria di Damasco.. “qui ti diranno tutti che sono siriani”, (i siriani sono migranti di serie A, buona istruzione e dalla pelle un po’ più chiara) sorrido, ma lui mi mostra il passaporto, lo apre pure.. va dalla sua ragazza, in Svezia, fa un corso di lingua e finisce gli studi al politecnico. “Tornerai mai indietro?” nn risponde, siamo a piedi nella campagna ungherese verso il confine ed è una domanda stupida. Ci sono molte domande stupide che si possono fare a queste persone.

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con Mohammad e Nasir

Non ci sono solo giovani professionisti siriani o sedicenti tali, 1000 persone è un bel campione di questa migrazione, molti sono gli iracheni, i più concentrati e provati, spesso magrissimi, le famiglie sono le loro, e molti gli afgani, compresi tre amici dallo sguardo simpatico, molto alti, han gli occhi a mandorla e parlano persiano.

Si procede a passo spedito, poche pause, nessuna lamentela, passo veloce, anche per i bambini, mamme col passeggino, mogli col fazzoletto in testa, a volte elegante a volte no, se il bambino è stanco sale sulle spalle del papà, c’è una ragazza ungherese che parla arabo e canta con una bambina dai capelli nerissimi.

Non arrivano notizie, per lo meno a noi, qui dentro al gruppo, arriva il bus, quando ci fermiamo, dove dormiamo??. Ad una pausa vado a informarmi, finisco a parlare col capo della polizia, quella che ci accompagna da quando abbiam lasciato la città, 1000 persone in cammino sull’autostrada qualche problema alla circolazione lo causano. E’ stata questa la spiegazione ufficiale dei bus di ieri ed in effetti era imbarazzante vedere il sottosegretario alla presidenza del consiglio Lazar dire che i bus sono stati messi a disposizione per evitare ulteriori disagi agli automobilisti. Il capo della polizia ha i capelli bianchi e lo sguardo buono, da padre di famiglia e da chi ha occhi per vedere questo gruppo di persone che vuole solo un futuro. Lui nn sa niente, niente di ufficiale, bus, treno, marcia, ci assicura soltanto che si va verso il confine, e non verso i campi di raccolta, siamo a una 20ina di chilometri da Budapest, se dovessimo continuare a piedi tra altri 20 Km c’è una zona allestita per passare la notte.

Dovrebbe parlare di persona avvalendosi di un interprete, tutti qua hanno paura della polizia ungherese, nei campi o al confine, e di guardie di confine ne hanno viste un po’ finora, come è innominabile la politica ungherese, Orban ha pure le sue ragioni, ma questa cattiva fama che si sta coltivando in giro per il mondo non fa bene al paese..

E’ una giornata fresca, di cielo nuvoloso, niente sole, la notte potrebbe essere freddina.. Tutti hanno una coperta sottobraccio, tutti sanno che nei giorni precedenti è stata la cosa più utile.. Cibo e acqua invece non sono un problema, la gente, la gente comune, quella che si vede passare sottocasa a piedi un migliaio di persone con una busta di plastica stracolma in una mano e un bimbetto nell’altra, con 200 Km davanti, scende al supermercato sotto casa compra una confezione di barrette al muesli, un cartone di acqua e due chili di mele ti aspetta sul ciglio della strada. Sono tanti. Dietro il Dorotthya udvar due tipi son là con due pizze giganti tagliate a fette, giusto fuori dal loro ufficio.

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E’ un sabato e non c’è molta gente in giro quando attraversiamo Budaors, ma qualcuno si, parlo con una signora, dove vanno, da dove vengono.. si deve trovare una soluzione, che vada bene per tutti, per noi, per loro, per la Germania, certo così non va che dobbiam vederci passareogni giorno per le nostre strade 1000 persone a piedi verso occidente.. verranno anche domani?

Passiamo accanto a una colonna di auto, una famiglia borghese con gli occhiali, si offrono di portare in auto due persone al confine, è la nuova gara di solidarietà che è partita qui in Ungheria, in barba alle leggi vecchie e nuove che vieterebbero di trasportare o alloggiare migranti per favoreggiamento della clandestinità.

Ci fermiamo sempre più spesso, i bambini son stanchi, sono le 19, scende piano la sera, a Biatorbagy, 25 Km da Budapest grandi urla di gioia, fischi, parte il coro “UN, UN” (United Nations), improvvisamente si gira per una stradina di campagna.. a Biatorbagy ci sono quei santi con i tesserini di Migration Aid e una bionda con fare professionale che li ha accompagna a prendere il treno, tre treni in partenza verso il confine secondo l’orario ufficiale. e alla fine ce l’hanno fatta, basta un po’ di buona volontà e aggiungere 5-6 vagoni al treno. Saluto Mohamed, ci abbracciamo.

A Biatorbaby non credo avessero mai pensato di vedere la loro stazioncina stracolma di 1000 viaggiatori stranieri. Molti sono accasciati a terra. Una vecchina passa a dare a tutti un quadretto di cioccolata.

Fotogallery qui

stazone di Biatorbagy

stazione di Biatorbagy

post ripreso da Q code magazine  http://www.qcodemag.it/2015/09/07/rifugiati-budapest/

e adattato per Avvenire del 9.9.2015, pag. 9,  reportage dal titolo “Ungheria, sulla strada verso occidente”