Le chiavi

Come si fa a perdere le chiavi di casa in questi giorni? Ieri ce l’ho fatta. Cosa c’è di più sacro in questi giorni, quale la nostra unica difesa, il nostro fortino da difendere con i carri in circolo, gli arcieri con le frecce infuocate mentre donne e bambini sono al sicuro? La casa. Bene ierimattina all’alba torno a casa con le buste della spesa cariche, avvisto due tizi nella piazzetta sottocasa, li aggiro passando per il parco, fò una scrollatina alla tasca della giacca, sento tintinnare qualcosa ma son monete, mi fermo, mi frugo pian piano cercando di mantenere la calma, ma niente. Inizio allora freneticamente a travasare una busta nell’altra nella speranza che sian li, arance, cavolini di bruxelles, fagiolini, lamponi surgelati (ho deciso di combattere il virus con le vitamine, so che forse riuscirà a sfondare le difese del castello, ma lo aspetto al varco con un valido esercito di anticorpi ben allenati) niente. Panico. Continuo a farlo davanti alla porta di casa, escono degli operai, mi intrufolo, frugo ancora, vedo la ragazza del terzo piano scendere le scale il suo cane pulcioso, lo fa 4-5 volte al giorno, qui nn è cambiato niente, ho visto l’altra vicina rientrare a casa con due uomini che sembrano gli zii della provincia che hanno un’impresa di ristrutturazioni interni, quale momento migliore per rifare il parquet di casa. Le lascio le buste, corro al supermercato, poi al secondo (ho trovato code lunghissime e avevo provato a cambiar esercente, da Despar a Penny Market cambia poco, vuoti gli scaffali di pasta, pomodori pelati, conserve varie, anche la crema di fegato, legumi secchi, le penne liscie ungheresi sono le lenticchie gialle). Nel mentre chiamo amico uno poi amico due, no, i doppioni delle chiavi ho avuto la brillante idea di riprendermeli, ora ce li ha una mia amica che in genere è a Budpaest ma che ora è a 100km da qui, pratico no?

Mi permetto il lusso di una scenata alla Mario Merola davanti alla tipa del Despar che mi dice, qualcosa tipo io nn ce le ho in tasca, cazzi tuoi amico, (chiamasi solidarietà). Vado verso la stazione, ho deciso, chiamo l’amica, nn raggiungibile. Attraverso la carreggiata all’angolo tra via Damjanich e via Rottenbiller, a due passi da Lovolde ter, dove soffia sempre il vento, dice la canzone, di fronte alla chiesa metodista che ti dice che ti ama. Il semaforo mi fa fermare sull’enorme spartitraffico, riprovo, l’amica risponde, pronto senti vedi che…., mi giro, vedo un oggetto metallico sull’enorme portafiori al centro dello spartitraffico. Mi avvicino, vedo sporgere un pendaglio bruttarello di un bel verde acceso. Le mie chiavi.

Da qualche anno han deciso che i viali alberati di questa parte del mio quartiere devono convertirsi a la modernità e oggi per molte strade ci sono schiere di alberelli rachitici che nn son mai cresciuti e nn hanno mai messo foglie da anni perchè nn piantati nel terreno, come Cristo comanda, ma in un gran portafiori anonimi di metallo. Ieri l’ho trovata una idea eccellente…

il cacciatore

il cacciatore - Kovacs Zoltan

Domenica, ore 13.30, l’ora che ho scelto per uscire di casa e andare a far la spesa al supermercato, che qui nom c’è nessuna distanza obbligatoria, nessun a fila col carrello in mano, l’ungheria è un paese sicuro e il male nn ci colpirà, ma io sono italiano e so come vanno le cose e allora ho scelto domenica 13.30, quest’ora che son tutti a tavola o, o niente (un tempo scrivevo o in campagna dai nonni, no, i nonni meglio che nn vedano i nipotini ora). Qui cmq ci sono ancora 10 gradi di massima, se esco con cappottino lungo, sciarpa a coprire il volto tipo tempesta di neve e guanti passo quasi inosservato, ho detto quasi).

Ma il supermercato è chiuso, nessuna ordinanza, c‘è un cartello, oggi è 15 marzo, festa nazionale ungherese, si ricordano i moti del 1848, contro gli asburgo, in genere è un gran bagno di folla, di comizi politici di ogni ordine e grado dall’ultradestra alla sinitra che sogna, al leader viktor, ma oggi nn si fa niente ovviamente, per nn seguire l’esempio della spagna che festeggia l’8 marzo ed poi una settimana dopo si ritrova con 2000 casi al giorno. Vuota allora la scalinata del Museo Nazionale, dove in genere un coro di bambini ricorda l’eterno poeta Petofi che legge la lirica Alzati in piedi, o magiaro, ma in TV vediamo cmq a ripetizione i soldati ungari che marciano compatti per l’alzabandiera davanti al Parlamento con presidente della camera e presidente della repubblica solenni che avanzan, non mano nella mano ma a 5 cm l’uno dall’altro si. Orban invece se ne è andato in Serbia, ai microfoni dice per assicurarsi che gli amici dei balcani nn facciano arrivare italiani e migranti, ma ungheresi si.

Alla conferenza stampa quotidiana oggi nn c’è la zia Cecilia e accanto al militare pieno di medaglie si presenta il sottosegretario alla presidenza del consiglio Zoltan Kovacs, quello sicuro di  se e della linea orban che parla alla CNN, responsabile comunicazione internazionale. In giacca di camoscio e sottopetto manco tornasse da una battuta di caccia tra i boschi del Vermont, è in un visibile stato di agitazione, attacca i giornalisti, arrogante e aggressivo ben lontano dal ruolo rassicurante che dovrebbe avere un politico vero in questo frangente.si potrebbe pure esser giocato la carriera

Vuol dire che l’Ungheria è messa male e io inizio ad avere paura.

I numeri sono ancora bassi, 32 infetti, oggi il primo morto (“è morto un nostro compatriota” annuncia Zoli), ma intanto tutti anche restando ai paesi qua vicino Slovacchia, Polonia, Austria, han chiuso i confini, i negozi e la vita sociale. Qui ancora la gente fa tutte le cose che avrebbe fatto l’anno scorso di questi tempi.

Mi aspettavo un discorso importante da statista di Orban oggi, festa nazionale, ma niente. Mi rifaccio la sera con Burioni, Gualtieri, Borrielli, Sacco. L’Italia mi manca.

 

il lattivendolo

L’ungherese medio c’ha ancora capito poco del virus e ha le idee un po’ confuse. Sabato mattina qui è giorno di mercato, il giorno in cui si colorano i banchi dei piccoli contadini, quelli fuori dal piccolo grande mercato coperto del mio quartiere, e se ho tempo per andarci ci vado e in questi giorni il tempo proprio nn ci manca.

L’appuntamento da non mancare è quello col mio lattivendolo, quello che viene col suo piccolo van da Lajosszentmise, dalla pianura ungherese e che ha un buon spirito imprenditoriale da migliorare sempre l’offerta, i prodotti e il marchio. Sul marchio ora c’è un tizio un po’ robusto con la barbetta rossiccia che sorride mentre è in posa accanto ad una placida mucca, mentre al mercato sul suo van con ripiano verso il pubblico c’è sempre un tizio magrolino, pelatino con il pizzetto rossiccio, il fratello. Ed è un tipo simpatico, con quel pizzetto, uno di quelli che ti ispira un saluto più sincero del solito, che ti sorride, con cui la gente si apre e scambia due parole. Ci vado quando il mercato sta per chiudere, poco prima delle 13 cosi nn trovo nessuno, nel mercato come per le strade, (ormai faccio solo stradine laterali o cammino in mezzo alla strada per nn incrociare nessun pedone) ed in effetti metà ha sbaraccato, ma so che lui c’è fino all’ultimo. c’è solo una signora in cappotto nero che nn la finisce piu di far chiacchiere con lui, con quel modo concitato e sicuro che solo le massaie di tutt’Europa hanno. Ogni tanto sbuca la parola virus, ma tengo il mio metro e mezzo di sicurezza e nn capisco niente di piu.

Poi è il mio turno: due pezzi di formaggio fresco (li vende solo in pezzi da 200 grammi l’uno). Tre vasetti di yogurt (è tutta roba che in 3-4 giorni inizia a diventar rancida nel frigo, quando si dice prodotti freschi senza conservanti, nn ne posso comprar di più), ricotta, korozott (una sorta di ricotta mescolata a panna, paprika dolce, aglio, prezzemolo, gustosissima sul pane). È il mio turno anche per la chiacchiera “ma la gente ha paura del virus?” “si, tantissima”, dai quartieri semicentrali di Budapest alle fattorie della puszta.., “fanno bene, l’unica è restare in casa” “restare in casa?” mi guarda come se volessi combattere l’AIDS con un corona d’aglio attorno al collo… di restare in casa nn ne ha mai sentito parlare, comunque è una cosa impossibile e inattuabile, gli parlo del metro di distanza e delle mani, oh si, ha un pacco di salviettine umidificate e nn fa che umettarsi le mani, i soldi, i soldi trasmettono il contagio. Ecco, gli ungheresi non venderanno le loro madri e i loro nonni per un punto di PIL, l’idea che il peccato, il primo vettore del contagio siano i soldi, il male che infetta il mondo siano le banconote che incassa ce la meritiamo tutta. Buona domenica a te.
In Ungheria comunque come nel resto del mondo c’è tanto orgoglio in questi giorni ad essere italiani, santi, navigatori ed eroi, gente che vuol salvare i suoi anziani. Il popolo che quando arrivò l’epidemia cantò dai balconi.

Virungheria

Il ministero degli esteri ungherese tiene una conferenza stampa al giorno di aggiornamento sul coronavirus. Va tutto bene. l’ungheria è un paese sicuro e protegge i suoi cittadini per terra per aria e per mare.
i numeri: 18 persone in quarantena (camionisti o studenti trovatisi nella zona infetta), zero infetti, 62 tamponi effettuati (63!), 383 controlli alla frontiera e 4247 all’aeroporto, di cui piu di mille cinesi. Una donna di Gyomro (hinterland di Budapest), di ritorno dal carnvale di Venezia e con i sintomi dell’influenza è andata dal medico di bsase, han chiamato le autorità, ma ci fan sapere che è sfebbrata. Eppure ci sono ungheresi che l’han beccato, nel gran mondo, quancuno nell’hotel di Tenerife, una donna delle pulizie della navecrociera in Giappone (ce n’erano altri due, componenti dell’orchestra, gli ungheresi son sempre giramondo), un romeno di etnia ungherese della contesa transilvania, (di lui si sa solo che ha 45 anni e viene da un territorio che le autorità itlaiane non considerano infetto, detta così potrebbe essere sia Lambrate che Agrigento).
 
la verità è che andare oggi in italia equivale a perdere 2 settimane di stipendio, circolari interne avvertono più o meno in tutti i posti di lavoro di comunicare immediatamente eventuali viaggi di ritorno dalla terra di Dante, o di comunicare in via confidenziale se qualcuno ci va e non lo dice.
Nel frattempo mi son trovato a spiegare a 4-5 persone cos’è l’amuchina, ho risposto alla domanda secondo te andrà sempre meglio o andrà sempre peggio e un’amica cinese da Zagabria mi ha mandato il video della nonna di Casa Surace con i consigli della nonna sul virus sottotitolato in cinese: lavatevi le mani, quante volte ve l’ho detto, ti sei lavato le mani, vatti a lavare le mani… le mani davanti alla bocca quando starnutite, ma non per il virus, è educazione… W l’Italia.
Zingarate

Zingarate

Dal 2 gennaio la convivenza mi impone di cedere il telecomando tra le 21.15 e le 21.45 per seguire l’appassionato sceneggiato televisivo Batràk foldje, la terra dei coraggiosi, avvincente storia di amori e rivoluzioni antiasburgo tra la nobiltà ungherese dell’800; ci sono giubbe blu con i risvolti rossi, aitanti ragazzi coi baffetti all’ungherese presi a scudisciate nei fienili-prigioni dagli starshiptroopers della guardia imperiale, i primi amori tra il biondino e la ragazzotta con la treccia, e la zingarella che legge il futuro, coi vestiti dai mille colori e 5 gonne. la zingarella de “la terra dei coraggiosi” ha però la pelle chiarissima ed è con tutta evidenza una ungherese che recita la parte della zingara. un po’ come quando a teatro non potevano recitare le donne e le parti femminili le interprtavano uomini travestiti.  in Ungheria ci sono quasi un milione di rom, presenti qui anche dal 1400, han tutti case e lavoro e nn esistono i campi rom, son cittadini, ma in ungheria, in TV, nella terra dei coraggiosi, gli zingari non esistono.

qualche giorno prima…

 

Mi dispiace per lor signori ma siamo pieni, si, si, tutto prenotato

è metà dicembre, ho la fame di chi a mezzogiorno ha mangiato panini in frantumi, ora sono le 16 e ho il piatto in mano ripieno di varie leccornie di un ottimo ristorante a buffet a 6 euro (2000 fiorini) e sono entrato 5 minuti fa, giusto il tempo di levarmi il giaccone e fiondarmi sul carrello dei secondi (in ungheria si mangiano solo zuppe e secondi) per fare incetta di cavolo fritto, funghi fritti, involtini alla greca e caprese, gran bontà. (ecco, a me evidentemente han fatto entrare).

Siamo pieni e lo siamo anche domani. E anche dopodomani, son desolato” il meitre, stempiato e impeccabile nel completo scuro, l’ha chiamato una cameriera, i clienti sono in un angolo cieco e nn li vedo. Si esprime con le giuste locuzioni e la solita aria da eccessivo formalismo e cordialità di facciata che voglion dire l’esatto opposto. Qui se qualcuno ti ferma per strada, gli dici grazie nel giusto tono per dirgli grazie, ora VATTENE VIA. Continuo a riempirmi il piatto, per fortuna lo stinco è già stato affettato. Ci andrebbero le patate lesse, ma io abbondo di purè…

Quando torno dai miei viaggi d’affari (vendo bottoni di giacche che nessuno abbottona) e prendo i mezzi pubblici ora son costretto a scendere a piazza Nagyvarad (storica e importante città exungara, ora appena oltre il confine romenu, ora vuol dire da 100 anni esatti), che prima era un punto della città proprio scalcagnato, mentre ora han fatto importanti lavori di riqualificazione urbana (si dice così?) ed è quasi impeccabile con il parco Orczy all’interno dei tre grandi plessi ipermoderni dell’NKE, l’accademia di polizia e accademia ufficiali at once.. e da allora ha aperto questo fantastico posto dal convenientissimo all you can eat, televisori, interni eleganti, adatto anche ai piccoli meeting tra colleghi col sushi a cena.

Signori davvero siam tutti prenotati, nun c’è posto, nun me fate fà veleno..” con la cosa dell’occhio vedo i signori, una coppia di mezz’età, lui con un po’ di pancia, lei tutta in ghingheri e quello che sembra il loro amatissimo figlio con la sua squinzia, vestiti come praticamente tutti qui a Budapest, potrebbero essere i nostri vicini o gli zii, vivranno qua a cavallo tra l’VIII e il IX distretto, saran qui da 12 generazioni, ma il problema è che han la pelle un po’ piu scuretta e è che son rom.

Questa cosa in ungherese ha un nome e si chiama ciganyozni che vuol dire zingarare, discriminare uno perchè è zingaro e qui come vedete è perfettamente normale. C’è stato un caso famoso nel Gozsdu udvar, la lunga galleria di 6 cortili e 7 palazzi affiancati cuore della movida, l’ gli han fatto causa e hanno avuto un sacco di soldi…

alla fine i signori han raggiunto l’accordo di portar via da asporto, li ho visti dal mio posto strategico accanto al carrello dei dolci, mi ero preso doppia porzione di cheesecake + torta cioccolato e amarene, macedonia. La signora rom invece sceglie i linzer biscotti marmellata ricoperti da uno strato di cioccolato). Han pagato un sacco di soldi alla casa, siamo usciti quasi insieme, ho pagato dopo di loro, uscendo il figlio ha fatto tra rabbia e sarcasmo alla ragazzetta che stava giusto allora entrando “è tutto pieno, festa privata”.

Ovviamente ho deciso che la prossima volta che torno dall’aeroporto andrò direttamente a casa..

Camici bianchi magiari

Chiamano il mio nome, mi alzo facendo forza solo sulla coscia destra e arrivo zoppicando appoggiando appena la punta del piede destro per nn sentire fitte lancinanti, poi inizio a saltellare su una gamba. La signora in camice bianco fa: “Ma dove ti fa male, ah, al polpaccio, allora han scritto male sulla scheda, non hai problemi alla gamba, qui bisogna aspettare che arrivi il dottore allora, accomodati che ti richiamiamo...” faccoùio una faccia comprensiva (da ergo il dottore nn c’era).

e ritorno zoppicando all’assurda panchina del pronto soccorso del traumatologico di Budapest, il grande edificio verde, con una bella B in cima proprio di fronte al cimitero monumentale…

la panchina è lì dagli anni 70, ferro, di un marrone scurissimo, alta, a L con i bordi rialzati, che tutti noi siam costretti a pose innaturali, o star con le gambe a penzoloni, le sedioline normali 5-6 son tutte occupate, i più prepotenti si son messi sulle 5 barelle parcheggiate proprio davanti alla porta.

è la seconda volta che torno in questo fantastico posto in meno di due settimane, è il classico caso di recupero affrettato dall’infortunio e ricaduta, nel senso letterale della parola, due settimane fa sono caduto correndo nel Varosliget (il grande parco municipale di Budapest), e poi dicono che correre al parco fa bene, ma se poi inciampi in una radiciona, può capitarti di farti una ferita abbastanza profonda proprio sulla rotula da cui esce sangue appena la muovi anche molte ore dopo…

Era un mercoledi e al CTO me l’ero cavata in un’oretta e mezza, compresi i raggi (prendi questo foglio, mettilo nella cassetta delle lettere, nella porta sull’altro corridoio, tipo sportello del agnolino, sì, quelli lo leggono e ti chiamano, va’ pure figliolo) , con il dottore che all’ungherese se la tirava tanto per il suo ruolo di potere e nn dava confidenza. Ma poi risalendo come uno zoppo la rampa del garage in Italia avevo incuriosito l’altro tipo che con me era tornato a casa sul tardi, uno che aveva una borsa da dottore, mi guarda e mi fa: “ginocchio o caviglia? E quando è successo? Fa un po’ vedere…” poi la sentenza che ti riempie di gioia e fiducia nel paese in cui vivi… “hanno fatto proprio un buon lavoro..” (commento a un filino di una sorta di nastro adesivo trasparente messo per chiudere sulla ferita).

Questa volta invece di gente ce n’è molta e il tempo raddoppia, esco dopo 3 ore, zoppicando e dolorante con la diagnosi che piu o meno suona come non hai niente, il dolore è solo una tua fissazione, 30 giorni a riposo e tornerai come nuovo.  Difficilissimo il dialogo quando sai dire ferito, mi fa male, dolore, ferita, muscolo, osso, disinfettante, e raccontare come ti è successo ma ti mancano parole fondamentali come polpaccio (vadli!), contrattura (gorcs), strappo muscolare (izomszakadas, questo era piu facile, ma usato in un altro contesto).

in 3ore con lo smartphone scarico nn posso che guardarmi attorno per scoprire l’ungherese medio che va al pronto soccorso del CTO nella prima domenica di Agosto..

in prevalenza sono coppie di ciccioni con una fascia elastica sotto il ginocchio, del resto negli ultimi giorni di vita magiara son stato più o meno costretto a mangiare solo maiale e patatine fritte, una bella ragazza in maglietta rosa che se ne è stata buona e serena e poi ha zoppicato anche lei su una gamba al suo nome… chè l’infermiera sbraita il nome da fuori la porta, quasi come le inservienti della tavola calda, birreria, biliardo dove si andava a mangiare la sera.. nn fa nessuna smorfia per nomi italiani o russi. Il nome Kovacs Pèter esce parecchie volte.

C’è un vecchietto ovviamente compito, in giacca, scarpe da ginnastica, bastone, polso fasciato, un uomo sui 65 anni a torso nudo, braccio legato al collo alla Beckenbauer, con ancora le scarpe da calcio e calzettoni, che aspetta in piedi come se volesse continuare la partita, e un giovane ancora in maglietta da calcio rossa disteso sulla barella con praticamente due profondi buchi alla caviglia destra. Mi chiede in ungherese come si chiama questo ospedale, lo scrive su whattsapp, poi fa telefonate lunghissime in inglese con un bell’accento americano (si, a volte può essere bello) a ragazze dalla voce sexy. Origlio “poteva andarmi meglio ma poteva anche andarmi molto male… e a te come va? Oh davvvero? Benvenuta in America, ah, ah, ah” Arriva un gruppo di 4 zingari con belle pance, Origlio “si, pagava le bollette solo quando minacciavano di tagliargli le forniture, ora ha 60.000 fiorini (circa 2.000 euro n.d.r.) di arretrati”. ogni tanto echeggia la voce di una ragazza che urla dal dolore, ci spostiamo tutti per vederla dietro alla colonna… è bellissima, mora, un corpo da statua, capelli da diva, zingara, l’accompagna un tipo ben vestito e muscoloso.

Per tutti noi il dottore avrà avuto si e no 23 anni, l’Ungheria è questa qua, e meno male che c’era questo dottorino, ovviamente con un pizzetto alla film di Alberto Sordi, che qui a Budapest dei 4 grandi ospedali generalisti due hanno chiuso il pronto soccorso in estate per mancanza di personale (e io avevo un po’ di paura lo confesso a varcare questa soglia) in Ungheria un medico nel pubblico prende sui 1000 – 1200 euro, e allora quello che viene formato nelle università preferisce andare a esercitare la professione in Inghilterra o Germania, stessi problemi di personale, paga 5 volte più alta. Oppure sei costretto a dare “la gratifica” insomma la bustarella, manco fossimo nell’Inghilterra di Dickens e nn avessero inventato lo stato sociale.

Già, lo stato sociale c’è, ma nn si vede, nell’Ungheria di Orban della flat tax credet si investa negli ospedali?

fatevi le Flat Tax vostre

Il servizio di Alfonso Juliano per Agorà di Rai3, a cui ho collaborato qui da Budapest..